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Cisco Consumer Privacy Survey 2024

La maggior parte dei consumatori è consapevole delle leggi sulla privacy e si sente più sicura sapendo che i propri dati sono protetti. I giovani, in particolare, mostrano una maggiore attenzione alla privacy rispetto alle generazioni più anziane. Molti tra i 25 e i 34 anni hanno cambiato azienda o fornitore a causa delle politiche o delle pratiche di condivisione dei dati, mentre questo comportamento è meno comune tra gli over 75

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Cisco ha pubblicato Consumer Privacy Survey 2024, lo studio annuale sulle percezioni e sui comportamenti dei consumatori in relazione alla privacy dei dati. Una indagine accurata che quest’anno ha voluto mettere in luce quanto sia importante per i consumatori avere la consapevolezza dei diritti alla privacy per rafforzare la propria fiducia e sicurezza nei confronti delle tecnologie emergenti, prima fra tutte l’Intelligenza Artificiale (IA). Ecco alcuni punti chiave riportati nello studio. Il 69% dei consumatori afferma di essere a conoscenza delle leggi sulla privacy, mentre l’89% si sente più sicuro sapendo che i loro dati sono protetti in modo adeguato.  I giovani però sembrano esser molto più attenti al problema rispetto alla generazione dei loro padri: per proteggere la propria privacy, il 49% dei consumatori tra i 25 e i 34 anni ha cambiato azienda o fornitore a causa delle politiche sui dati o delle pratiche di condivisione dei dati, rispetto invece al 18% tra quelli con più di 75 anni.

 

Più fiducia dei consumatori nell’IA 

Per la prima volta dal 2019, oltre la metà dei consumatori a livello globale è a conoscenza delle leggi sulla privacy del proprio Paese. In Italia, questa consapevolezza è ancora maggiore, con una significativa maggioranza che si sente più protetta riguardo ai propri dati.

“La nostra indagine sottolinea l’importanza della consapevolezza della privacy per costruire la fiducia dei consumatori nei confronti dei brand e delle tecnologie di IA,” ha dichiarato Harvey Jang, Cisco Vice President and Chief Privacy Officer. “Quasi il 60% dei consumatori consapevoli delle leggi sulla privacy si sente a proprio agio nell’utilizzare l’IA. Ampliare la consapevolezza e informare i consumatori sui loro diritti in materia di privacy li aiuterà a prendere decisioni informate e a sviluppare una maggiore fiducia nelle tecnologie emergenti.” 


Uso consapevole dell’IA generativa

Il Consumer Privacy Survey 2024 ha rilevato che la maggioranza dei consumatori italiani vede nell’IA un potenziale miglioramento per la vita quotidiana. Tuttavia, nonostante il riconoscimento del valore della GenAI nella creazione di contenuti, permangono preoccupazioni riguardo alla sicurezza, al possibile abuso e ai rischi sociali associati.

“L’influenza crescente dell’IA nella nostra vita quotidiana richiama l’attenzione sulla necessità di un uso responsabile e sicuro di questa tecnologia,” ha dichiarato Dev Stahlkopf, Cisco’s Chief Legal Officer and Executive Vice President. “Il 78% dei consumatori intervistati ritiene che sia responsabilità delle aziende utilizzare l’IA in modo etico, evidenziando così l’importanza fondamentale della relazione tra IA responsabile e fiducia dei consumatori.” Focalizzandosi poi sulla privacy, gli utenti italiani intervistati ammette di inserire informazioni personali o riservate, tra cui dati finanziari (29%), sanitari (39%) e lavorativi (45%) negli strumenti di GenAI. Questo accade nonostante l’84% degli intervistati a livello globale esprima preoccupazioni sul fatto che tali dati possano diventare pubblici.

 

I giovani più attenti alla privacy

La privacy e la protezione dei dati sono diventate una priorità per i consumatori, con oltre il 75% che non acquisterebbe da aziende di cui non si fida. I giovani, in particolare, sono molto attivi nel proteggere la loro privacy: il 49% dei consumatori tra i 25 e i 34 anni ha cambiato azienda per le politiche sui dati, rispetto al 18% degli over 75. Globalmente, i giovani sono i più consapevoli dei loro diritti sulla privacy e spesso esercitano il diritto di accesso e correzione dei propri dati. In Italia, l’uso di strumenti di sicurezza per proteggere i dati è elevato, con la maggioranza che aggiorna le impostazioni sulla privacy, utilizza l’autenticazione a più fattori e si affida a password manager..

“I dati sono una risorsa che tutti noi dobbiamo proteggere attivamente,” ha dichiarato Anthony Grieco, Cisco Senior Vice President and Chief Security and Trust Officer. “Dall’uso dell’autenticazione a più fattori alla garanzia che gli utenti sappiano in modo chiaro e semplice chi può accedere alle informazioni quando vengono condivise, siamo incoraggiati dalle azioni intraprese dai rispondenti per proteggere le proprie informazioni personali.” 

Regole più coerenti in materia di protezione della privacy

Il 65% dei consumatori intervistati in Italia (e il 70% a livello globale) ritiene che le leggi sulla privacy abbiano un impatto positivo. Cresce il numero di consumatori favorevoli alla protezione della privacy: il 77% degli intervistati a livello globale (il 76% in Italia) supporta l’adozione di normative uniformi tra paesi e regioni per garantire standard minimi di protezione dei dati.

*illustrazione articolo progettata da  Cisco

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Cybersecurity

ConfSec 2026 accende il dibattito sulla cyber sicurezza

Il 24 settembre Porto Giardino, a Monopoli, ospita l’undicesima edizione di ConfSec: una giornata gratuita di confronto su cybersecurity, IA e gestione del rischio digitale.

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La sicurezza informatica non è più un tema riservato agli specialisti. Riguarda chi gestisce un’azienda, chi lavora con dati dei clienti, chi usa servizi cloud e, sempre più spesso, chi introduce strumenti di intelligenza artificiale nelle attività quotidiane. Attorno a questa trasformazione ruota l’undicesima edizione di ConfSec, in programma il 24 settembre a Porto Giardino, a Monopoli, in provincia di Bari.

Il tema portante dell’incontro sarà “Cybersecurity nell’era dell’AI: nuove minacce, nuove strategie, nuove responsabilità”. Un titolo che riassume una sfida concreta: l’IA può aiutare a riconoscere attività sospette e automatizzare la difesa, ma può anche rendere più veloci e credibili le truffe online. Un esempio è il phishing, cioè la falsa e-mail che imita banche, fornitori o colleghi per rubare password e dati. Con gli strumenti generativi, un messaggio fraudolento può essere scritto meglio, personalizzato e diffuso più facilmente.

ConfSec propone un’intera giornata di incontri, dalle 9 alle 18, con una sessione plenaria istituzionale, due percorsi paralleli – uno più orientato alle strategie aziendali e uno agli aspetti tecnici – spazi dimostrativi e momenti dedicati al networking. Il programma prevede 12 interventi nei due track, oltre 25 speaker ed esperti e circa 400 partecipanti attesi.

L’iniziativa è rivolta a CISO, CIO, responsabili IT, security manager, tecnici, consulenti e vendor, ma anche a imprenditori e decision maker che devono comprendere come gestire il rischio digitale. In parole semplici, non si parlerà soltanto di hacker e software malevoli: al centro ci saranno anche scelte organizzative, formazione, gestione dei fornitori, protezione delle informazioni e responsabilità del management.

Uno dei temi chiave sarà la NIS2, la normativa europea che impone a numerose organizzazioni di adottare misure di sicurezza concrete e verificabili. La questione non riguarda più solo il reparto IT. Secondo il programma dell’evento, le nuove regole attribuiscono al consiglio di amministrazione un ruolo diretto nell’approvazione delle misure di cybersecurity e richiedono di valutare la criticità dei servizi offerti, non soltanto quella dei singoli computer o server.

Dal 2015 ConfSec si propone come punto di incontro per il Sud Italia tra imprese, professionisti e istituzioni impegnati nella protezione delle informazioni e nella gestione del rischio cyber. L’edizione 2026 punta quindi a offrire non soltanto aggiornamento tecnico, ma occasioni di confronto su come passare dalle regole alla pratica: riconoscere le minacce, definire responsabilità e costruire difese adatte a un contesto in cui dati, servizi digitali e IA sono ormai intrecciati.

La partecipazione è gratuita, con iscrizione obbligatoria tramite il sito ufficiale dell’evento. Le registrazioni, secondo le informazioni diffuse dagli organizzatori, chiuderanno il 18 settembre, salvo esaurimento dei posti disponibili. Il programma completo dell’evento è consultabile a questo indirizzo.

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Il phishing cambia strada

Una campagna fraudolenta prometteva riduzioni e cancellazioni dei debiti per convincere le vittime a telefonare ai truffatori.

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Il phishing non ha più bisogno di un link sospetto, di un allegato infetto o di una pagina Web contraffatta. A volte gli basta un numero di telefono. È il meccanismo alla base di una campagna individuata e bloccata da Check Point, che ha sfruttato le preoccupazioni economiche dei destinatari per avviare conversazioni telefoniche controllate dai criminali. I messaggi promettevano aiuti finanziari, riduzioni delle rate, consolidamento dei debiti o addirittura la cancellazione di somme dovute. L’obiettivo era convincere il destinatario a chiamare un numero indicato nell’e-mail per ricevere maggiori informazioni. In appena due settimane, i ricercatori hanno individuato circa 24.700 messaggi collegati alla campagna, distribuiti tra più di 9.000 organizzazioni.

Come funziona la truffa

La tecnica rientra nella cosiddetta ingegneria sociale, cioè l’insieme di strategie con cui gli aggressori manipolano le persone invece di attaccare direttamente un sistema. In questo caso il punto debole non è una vulnerabilità del computer, ma una preoccupazione molto concreta: il timore di non riuscire a pagare un debito o la speranza di ottenere un sostegno economico.

Il messaggio può sembrare una normale comunicazione commerciale o un’offerta di assistenza. Non contiene necessariamente file pericolosi né collegamenti da cliccare. Proprio per questo può sfuggire ai controlli tradizionali, abituati a cercare URL malevoli, allegati sospetti o malware conosciuti.

Esempio di e-mail fraudolenta.

La truffa prende forma quando la vittima telefona. Da quel momento, la conversazione si sposta fuori dalla casella e-mail, dove i sistemi di sicurezza dell’organizzazione hanno molta meno visibilità. Il finto operatore può chiedere dati personali, informazioni finanziarie, numeri di carta o codici di verifica. In alternativa, può costruire un rapporto di fiducia e rinviare la richiesta di denaro o di credenziali a un momento successivo.

Il numero di telefono, quindi, è soltanto il punto di arrivo. L’attacco comincia nella posta in arrivo, ma punta a portare la vittima su un canale più difficile da controllare. È come ricevere un volantino apparentemente innocuo che invita a entrare in un ufficio: il rischio vero emerge durante la conversazione, non necessariamente sulla carta.

Il caso mostra un cambiamento importante nel modo di riconoscere il phishing. Non basta più chiedersi se un’e-mail contiene qualcosa di dannoso. Bisogna valutare anche che cosa vuole far fare al destinatario. Una richiesta di chiamare un numero può essere normale, ma diventa sospetta se è associata a urgenza, promesse molto vantaggiose, cancellazioni di debiti o richieste di informazioni sensibili.

Per gli utenti, la prima regola è non lasciarsi guidare dall’emozione. Prima di chiamare, occorre verificare l’identità del mittente attraverso canali ufficiali e autonomi, senza usare esclusivamente i recapiti presenti nel messaggio. È inoltre importante non fornire password, codici OTP, dati bancari o informazioni personali durante telefonate ricevute in risposta a e-mail inattese.

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Così il cybercrime sfrutta il Back to School

Controllare i siti, attivare la MFA e diffidare da premi e iscrizioni urgenti sono le prime difese contro le truffe del rientro a scuola.

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Il nuovo anno scolastico non porta con sé soltanto libri, lezioni e piattaforme online. Anche gli attaccanti si preparano al “Back to School”, approfittando dell’aumento delle comunicazioni via e-mail, delle nuove iscrizioni, della condivisione di documenti e dell’uso di servizi cloud. Secondo Check Point Research, il comparto dell’istruzione resta il più colpito al mondo.

Nel periodo compreso tra gennaio e luglio 2026, scuole, università e istituti di ricerca hanno registrato in media 4.696 attacchi informatici settimanali per organizzazione, con una crescita dell’8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il dato è oltre il doppio della media complessiva degli altri settori, pari a 2.150 attacchi. Nel solo mese di luglio, la media è salita a 4.848 attacchi alla settimana, il 14% in più su base annua.

L’istruzione è risultata quindi il primo bersaglio tra i 23 settori analizzati, davanti al comparto governativo. Il motivo è legato alla particolare complessità dell’ecosistema scolastico: molti utenti, dispositivi personali, reti aperte, sistemi cloud e informazioni di valore. Una violazione può coinvolgere non solo l’istituto, ma anche studenti, genitori, ricercatori, fornitori e amministrazioni collegate.

Settori maggiormente attaccati tra gennaio e luglio 2026 (media settimanale).

 

La pressione non è uniforme in tutte le aree del mondo. Tra gennaio e luglio, la regione APAC ha registrato il volume più elevato, con una media di 7.452 attacchi settimanali per organizzazione. Europa e America Latina hanno però mostrato gli incrementi più rapidi: rispettivamente +18% e +42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Migliaia di siti pronti a ingannare

Gli attaccanti non si limitano a cercare falle nei sistemi. Preparano anche siti Web costruiti per sembrare portali scolastici, universitari o istituzionali. A luglio sono stati individuati 18.954 nuovi domini a tema istruzione, con un aumento del 5% rispetto al mese precedente e del 3% su base annua.

Il dato più significativo riguarda la quota di domini dannosi. Se a giugno ne risultava malevolo uno ogni 305, a luglio il rapporto è salito a uno ogni 226. Alcuni indirizzi utilizzavano parole rassicuranti come “education”, “students” o “school” per sembrare autentici e convincere l’utente a inserire dati personali.

Tra le tecniche osservate ci sono anche campagne organizzate su larga scala: decine di domini dedicati a presunti prestiti per studenti o a corsi di formazione. L’obiettivo è intercettare chi cerca sconti, borse di studio, finanziamenti, iscrizioni o opportunità di lavoro.

Una delle esche individuate prometteva agli studenti un premio da 750 dollari. Dopo il primo clic, però, le vittime venivano indirizzate verso offerte fraudolente e contenuti legati al gioco d’azzardo. In altri casi, PDF apparentemente provenienti da istituti scolastici conducevano a false pagine Microsoft 365 e OneDrive, create per rubare le credenziali.

Finta promozione per gli studenti della catena USA, Target.

Il falso CAPTCHA

Un’altra campagna sfruttava un sito scolastico compromesso per distribuire malware. La pagina mostrava un falso CAPTCHA, il sistema che normalmente chiede di dimostrare di essere una persona e non un programma automatico. L’utente poteva pensare di dover completare una semplice verifica di sicurezza, ma l’operazione serviva in realtà a favorire il download di software malevolo.

I ricercatori hanno inoltre ipotizzato l’uso del cloaking, una tecnica che mostra contenuti diversi a seconda di chi visita la pagina. Un ricercatore può vedere una pagina vuota o un errore, mentre una potenziale vittima riceve il contenuto dannoso. È come avere una vetrina che cambia aspetto in base a chi passa davanti.

Per difendersi, scuole e università dovrebbero formare studenti e personale, controllare gli indirizzi Web prima di inserire dati, attivare l’autenticazione a più fattori e aggiornare regolarmente dispositivi e piattaforme. È utile anche monitorare i domini che imitano il nome dell’istituto e limitare i permessi di accesso alle informazioni sensibili.

Falso CAPTCHA che usa il brand Spotify per distribuire malware.

 

*Illustrazione progettata da Freepick

 

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Phishing e Intelligenza Artificiale

Una simulazione di Barracuda mostra come un account aziendale violato e un assistente AI possano essere sfruttati per cercare dati, imitare i dirigenti e avviare una frode finanziaria credibile.

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L’intelligenza artificiale sta entrando nelle caselle di posta aziendali per aiutare a riassumere conversazioni, cercare informazioni, preparare testi e organizzare il lavoro. Ma se un criminale riesce a entrare in un account, lo stesso assistente può trasformarsi in una guida rapidissima dentro l’azienda. È lo scenario illustrato da una simulazione condotta dal Red Team di Barracuda, basata su Copilot ma applicabile, secondo i ricercatori, a qualunque assistente AI integrato nella posta e nei servizi di produttività.

Il punto di partenza è un singolo account dipendente violato. Da solo, potrebbe già offrire e-mail, contatti e documenti. Con l’IA, però, l’attaccante può porre domande in linguaggio naturale e ottenere in pochi secondi una mappa delle informazioni utili: chi ha ruoli decisionali, quali progetti sono in corso, dove si trovano fatture, quali pagamenti attendono l’approvazione e come scrivono i dirigenti.

È come lasciare un intruso in un archivio pieno di faldoni, ma consegnargli anche un assistente capace di cercare subito “tutti i pagamenti in sospeso”, “le conversazioni con la contabilità” o “i messaggi più recenti del CEO”. L’IA non viola l’account: usa però i permessi già disponibili a quell’account e rende la ricerca molto più veloce e mirata.

La fasi della simulazione

Il primo obiettivo degli aggressori è stato mantenere l’accesso senza farsi notare. Per farlo, sono state create regole automatiche nella casella di posta in grado di nascondere avvisi di login o inoltrare messaggi importanti. Sono funzioni nate per gestire meglio la posta, ma che in mani sbagliate possono impedire alla vittima di accorgersi che qualcosa non va.

Il passo successivo è il cosiddetto phishing interno. L’attaccante usa l’account reale di un dipendente per inviare al CEO un messaggio costruito con informazioni autentiche e con uno stile credibile. Non è la classica mail piena di errori: arriva da un indirizzo aziendale valido, cita attività esistenti e può sembrare perfettamente coerente con il lavoro quotidiano.

Una volta ottenuto l’accesso all’account del dirigente, anche tramite il furto del token di sessione – la chiave temporanea che mantiene aperto un accesso senza chiedere ogni volta la password – la ricerca diventa ancora più delicata. Nel test, una richiesta rivolta all’assistente AI ha fatto emergere fatture, pagamenti e flussi di approvazione, compreso un bonifico in attesa di quasi 250.000 dollari.

A quel punto è bastato preparare un messaggio apparentemente inviato dal CEO alla contabilità, chiedendo di cambiare il conto corrente del beneficiario prima dell’autorizzazione del pagamento. La richiesta conteneva dettagli reali, proveniva dalla casella autentica del dirigente e rispecchiava il suo modo di comunicare: condizioni che rendono più difficile per i tradizionali filtri e-mail individuare la frode.

La lezione non è che l’IA sia di per sé pericolosa, ma che gli account potenziati dall’IA devono essere protetti come risorse ad alto valore. Per le aziende, significa rafforzare l’autenticazione a più fattori, controllare accessi e regole di inoltro insolite, limitare i permessi dell’assistente AI e applicare verifiche fuori banda per modifiche ai dati di pagamento. Se arriva una richiesta di cambiare un IBAN, ad esempio, non dovrebbe bastare una mail: serve una conferma tramite un contatto conosciuto e indipendente.

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Un prompt su 36 espone dati sensibili

Non solo phishing e malware: l’uso senza regole dell’IA generativa aumenta il rischio di esporre dati aziendali.

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Luglio ha confermato una tendenza che le aziende non possono più ignorare: gli attacchi informatici aumentano, il ransomware torna a correre e l’uso quotidiano dell’intelligenza artificiale apre nuovi rischi per i dati. Secondo Check Point Research, ogni organizzazione nel mondo ha subito in media 2.336 attacchi a settimana, il 3% in più rispetto al mese precedente e il 16% in più su base annua.

L’Italia appare tra i Paesi più colpiti: con il 3% delle vittime ransomware segnalate, si colloca al quinto posto dopo Stati Uniti, Germania, Canada e Regno Unito. Nel nostro Paese, le organizzazioni avrebbero subito mediamente 2.755 attacchi settimanali, con un incremento del 14%. Un numero che racconta una pressione costante, non un episodio isolato.

A livello globale, il bersaglio più esposto resta l’istruzione, con 4.848 attacchi settimanali per organizzazione. Scuole e università mettono insieme migliaia di utenti, reti aperte, dispositivi personali e sistemi spesso datati: un insieme che le rende attraenti per i criminali. Seguono settore pubblico, telecomunicazioni, energia e servizi turistici, questi ultimi particolarmente esposti nella stagione degli spostamenti.

L’istruzione resta il settore più bersagliato, ma la pressione cresce su infrastrutture pubbliche, reti di comunicazione, energia e servizi connessi ai viaggi.

 

Il capitolo più preoccupante riguarda però il ransomware, il malware che cifra file e sistemi chiedendo un riscatto per sbloccarli o per evitare la pubblicazione dei dati rubati. Le vittime rese note dai gruppi criminali sono salite a 964, quasi il doppio rispetto a un anno prima e il 49% in più rispetto al mese precedente. I servizi alle imprese rappresentano quasi un terzo dei casi segnalati, seguiti da manifattura e beni di consumo.

In cima alla classifica dei gruppi più attivi compaiono The Gentlemen e Qilin, entrambi associati al 14% degli attacchi pubblicati, mentre DeadLock emerge con il 10%. Sono nomi che indicano organizzazioni criminali capaci di offrire ransomware “in affitto” ad affiliati: un modello simile a un servizio commerciale, ma usato per colpire aziende e chiedere denaro.

Accanto agli attacchi tradizionali cresce l’esposizione legata alla GenAI, gli strumenti capaci di generare testi, riassunti, immagini o codice. Il pericolo non dipende solo dalla tecnologia, ma soprattutto da ciò che le persone inseriscono nei prompt. Un dipendente che copia in chat un documento riservato per farselo riassumere può condividere dati di clienti, dettagli finanziari o informazioni interne senza volerlo.

Secondo i dati diffusi, un prompt su 36 proveniente da reti aziendali presentava un rischio elevato di perdita di dati sensibili; l’88% delle organizzazioni che usa regolarmente questi strumenti ha registrato almeno un’attività ad alto rischio. È come affidare un dossier a un assistente molto efficiente, ma esterno al perimetro aziendale, senza controllare quali informazioni gli si stanno consegnando.

Nei prompt aziendali finiscono spesso informazioni sensibili: dati personali e finanziari, dettagli tecnici, documenti legali e contenuti legati al personale.

 

L’e-mail, infine, continua a essere una porta d’ingresso decisiva. Una mail ogni 128 è stata classificata come phishing, cioè una truffa pensata per rubare password, denaro o dati; un ulteriore 20% rientrava tra spam e messaggi potenzialmente rischiosi. Il messaggio per aziende e utenti è chiaro: non esiste più un solo punto da difendere. Servono aggiornamenti, backup, filtri e-mail, formazione, controlli sugli accessi e regole chiare sull’uso dell’IA.

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Tor porta Snowflake su Android

La nuova app Snowflake Volunteer consente agli utenti Android di offrire parte della propria connessione come ponte temporaneo verso Tor per persone soggette a censura.

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Uno smartphone lasciato in carica sul comodino può fare più che ricevere notifiche. Con Snowflake Volunteer, nuova applicazione Android legata al progetto Tor, può diventare un piccolo ponte verso Internet per chi vive in Paesi dove siti, social e servizi di informazione vengono bloccati o monitorati.

L’idea alla base dell’app è semplice: una persona installa Snowflake Volunteer e, se lo desidera, concede una parte limitata della propria connessione a utenti che non riescono a raggiungere direttamente la rete Tor. Tor è un sistema pensato per rendere più difficile collegare l’attività online all’identità o alla posizione di chi naviga. In contesti dove la rete è censurata, però, accedere a Tor può essere il primo ostacolo.

Qui entra in gioco Snowflake

L’app trasforma temporaneamente il telefono in un proxy, cioè in un intermediario tra due connessioni. Per rendere più complesso il blocco, Snowflake utilizza WebRTC, una tecnologia comune nelle videochiamate e nelle comunicazioni dirette tra browser e app. Agli occhi di chi controlla il traffico di rete, quindi, la connessione può assomigliare a una normale chiamata online. I collegamenti sono inoltre brevi e distribuiti tra molti volontari: non esiste una piccola lista di server fissi che un censore possa bloccare con facilità.

Un dettaglio fondamentale

Se un’autorità blocca un singolo nodo Tor, l’accesso può interrompersi. Se invece i punti di passaggio cambiano continuamente e sono ospitati da utenti comuni in molti Paesi, fermarli tutti diventa più difficile senza colpire anche servizi legittimi, come le piattaforme di videoconferenza o le chiamate via web.

Il progetto, sviluppato dall’organizzazione Bloco insieme al team anticensura di Tor, prova anche a ridurre l’impatto per chi partecipa. L’app può essere configurata per funzionare soltanto quando il telefono è collegato al Wi‑Fi e alla corrente, con un limite al numero di utenti assistiti contemporaneamente. In questo modo si cerca di evitare consumo eccessivo della batteria e dell’offerta dati mobile.

I dati riportati dal progetto mostrano una crescita della rete: da circa 1.300 proxy unici al giorno in primavera a 1.700 nel mese successivo, con picchi oltre quota 2.100. Nel primo semestre, Snowflake avrebbe registrato una media di circa 146.000 indirizzi IP volontari al giorno. Sono numeri che raccontano un’infrastruttura diffusa, basata su tante piccole disponibilità anziché su pochi grandi server.

L’app è open source, cioè il suo codice può essere esaminato pubblicamente da sviluppatori e ricercatori, ed è disponibile su F-Droid e Google Play. Prima di installarla, però, è bene fare una valutazione pratica: meglio usare una connessione senza limiti di traffico, verificare le condizioni del proprio operatore e considerare che l’app, anche con limiti attivi, utilizza rete e risorse del dispositivo.

 

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Bluesky colpita da un attacco DDoS

Un attacco DDoS ha sommerso i server di Bluesky con traffico artificiale, causando disservizi per circa 24 ore.

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Non sempre un social network va offline per un guasto tecnico. Nel caso di Bluesky, i problemi di accesso registrati di recente sono stati causati da un attacco DDoS, sigla di Distributed Denial of Service: un’azione che punta a rendere un servizio inutilizzabile sommergendolo di richieste fino a esaurirne le risorse.

Per capire il meccanismo, basta immaginare l’ingresso di un grande negozio occupato all’improvviso da migliaia di persone che non intendono acquistare nulla, ma solo impedire agli altri di entrare. Il negozio non viene necessariamente derubato: semplicemente non riesce più a far passare i clienti veri. In rete avviene la stessa cosa, con programmi e dispositivi che inviano enormi quantità di traffico verso un sito, un’app o un’API.

Nel caso di Bluesky, la piattaforma ha parlato di traffico indesiderato diretto ai suoi server e di un disservizio durato approssimativamente un giorno. Gli utenti hanno segnalato feed che non si aggiornano, notifiche assenti, difficoltà a caricare discussioni e problemi nella ricerca. L’azienda non ha diffuso dettagli sul volume del traffico, sulle fonti dell’attacco o sulle difese adottate, limitandosi a comunicare un potenziamento delle misure di sicurezza e il monitoraggio della situazione.

A rivendicare l’azione sarebbe stato il gruppo “The Islamic Cyber Resistance in Iraq-313 Team”, descritto da ricercatori e media come legato all’Iran. Bluesky non ha però attribuito pubblicamente l’attacco a un soggetto specifico. La cautela è importante: una rivendicazione su canali come Telegram può essere un indizio utile per gli analisti, ma non costituisce da sola una prova definitiva della responsabilità.

L’episodio non sarebbe isolato. Bluesky aveva già affrontato un altro attacco DDoS su larga scala nei mesi precedenti; la ripetizione degli incidenti evidenzia una realtà scomoda per tutte le piattaforme online: anche se i dati sono protetti, basta bloccare l’accesso al servizio per causare disagi a utenti, aziende, creator e organizzazioni che lo usano per comunicare.

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