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Microsoft corregge sei bug di sicurezza

Le vulnerabilità scoperte da Check Point Research includono falle che permettono esecuzione remota di codice, fughe di dati e persino crash completi dei sistemi. Microsoft ha già rilasciato le patch correttive

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Check Point Research ha individuato sei nuove vulnerabilità in Microsoft Windows, tra cui una classificata come critica. Le falle, corrette con il Patch Tuesday del 12 agosto 2025, potrebbero causare crash di sistema, permettere l’esecuzione arbitraria di codice e persino esporre dati sensibili attraverso la rete.

La prima vulnerabilità nel kernel Rust di Windows

Tra le scoperte spicca quella che potrebbe essere la prima vulnerabilità resa pubblica in un componente del kernel di Windows scritto in Rust. Rust è noto per la gestione sicura della memoria, ma in questo caso il linguaggio ha rilevato un problema sottostante e, invece di contenerlo, ha provocato un crash completo del sistema. L’impatto per le aziende può essere significativo: un attaccante potrebbe sfruttare la falla per mandare in crash centinaia di macchine in contemporanea, causando interruzioni delle attività e costosi tempi di inattività. La scoperta mostra che, anche con tecnologie avanzate, la sicurezza assoluta non esiste: patch tempestive e monitoraggio restano fondamentali.

Esecuzione di codice remoto e compromissione totale

Due vulnerabilità di corruzione della memoria, identificate come CVE-2025-30388 e CVE-2025-53766, sono considerate particolarmente pericolose. Consentono a un attaccante di eseguire codice arbitrario sul sistema bersaglio tramite file malevoli appositamente creati. Una volta sfruttate, possono aprire la strada a malware, strumenti di accesso remoto o ulteriori attacchi che portano alla compromissione completa del sistema.

Fughe di dati anche via Rete

Le restanti tre vulnerabilità riguardano anch’esse la corruzione della memoria e la divulgazione di informazioni. In genere, queste falle richiedono l’accesso locale per essere sfruttate, ma una – CVE-2025-47984 – può esporre contenuti della memoria direttamente attraverso la rete, aumentando sensibilmente il livello di rischio. Ciò significa che dati riservati potrebbero essere sottratti da remoto senza che l’attaccante abbia accesso fisico al dispositivo.

Perché è urgente aggiornare

Le vulnerabilità dimostrano che anche sistemi consolidati come Windows non sono immuni da falle gravi. I rischi spaziano dall’interruzione dei servizi aziendali alla compromissione dei dati sensibili. Per questo Check Point e Microsoft raccomandano a tutti gli utenti di applicare immediatamente le patch rilasciate il 12 agosto. Chi utilizza soluzioni di sicurezza Check Point risulta già protetto: i prodotti dell’azienda sono in grado di rilevare e bloccare i tentativi di sfruttamento. Tuttavia, l’aggiornamento rimane la difesa più efficace per ridurre al minimo i rischi.

Questa scoperta mette in evidenza tre aspetti fondamentali per la sicurezza informatica:

  • La patch management resta cruciale: ogni aggiornamento va installato senza ritardi, soprattutto quando corregge vulnerabilità critiche.

  • La diversificazione tecnologica non basta: anche linguaggi progettati per ridurre i bug di memoria, come Rust, non possono eliminare del tutto i rischi.

  • La protezione multilivello è essenziale: oltre alle patch, servono soluzioni di rilevamento, monitoraggio e risposta per contenere rapidamente eventuali incidenti.

Leggi anche: “Bug Microsoft tutta la verità

*Illustrazione progettata da Freepick

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Così il cybercrime sfrutta il Back to School

Controllare i siti, attivare la MFA e diffidare da premi e iscrizioni urgenti sono le prime difese contro le truffe del rientro a scuola.

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Il nuovo anno scolastico non porta con sé soltanto libri, lezioni e piattaforme online. Anche gli attaccanti si preparano al “Back to School”, approfittando dell’aumento delle comunicazioni via e-mail, delle nuove iscrizioni, della condivisione di documenti e dell’uso di servizi cloud. Secondo Check Point Research, il comparto dell’istruzione resta il più colpito al mondo.

Nel periodo compreso tra gennaio e luglio 2026, scuole, università e istituti di ricerca hanno registrato in media 4.696 attacchi informatici settimanali per organizzazione, con una crescita dell’8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il dato è oltre il doppio della media complessiva degli altri settori, pari a 2.150 attacchi. Nel solo mese di luglio, la media è salita a 4.848 attacchi alla settimana, il 14% in più su base annua.

L’istruzione è risultata quindi il primo bersaglio tra i 23 settori analizzati, davanti al comparto governativo. Il motivo è legato alla particolare complessità dell’ecosistema scolastico: molti utenti, dispositivi personali, reti aperte, sistemi cloud e informazioni di valore. Una violazione può coinvolgere non solo l’istituto, ma anche studenti, genitori, ricercatori, fornitori e amministrazioni collegate.

Settori maggiormente attaccati tra gennaio e luglio 2026 (media settimanale).

 

La pressione non è uniforme in tutte le aree del mondo. Tra gennaio e luglio, la regione APAC ha registrato il volume più elevato, con una media di 7.452 attacchi settimanali per organizzazione. Europa e America Latina hanno però mostrato gli incrementi più rapidi: rispettivamente +18% e +42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Migliaia di siti pronti a ingannare

Gli attaccanti non si limitano a cercare falle nei sistemi. Preparano anche siti Web costruiti per sembrare portali scolastici, universitari o istituzionali. A luglio sono stati individuati 18.954 nuovi domini a tema istruzione, con un aumento del 5% rispetto al mese precedente e del 3% su base annua.

Il dato più significativo riguarda la quota di domini dannosi. Se a giugno ne risultava malevolo uno ogni 305, a luglio il rapporto è salito a uno ogni 226. Alcuni indirizzi utilizzavano parole rassicuranti come “education”, “students” o “school” per sembrare autentici e convincere l’utente a inserire dati personali.

Tra le tecniche osservate ci sono anche campagne organizzate su larga scala: decine di domini dedicati a presunti prestiti per studenti o a corsi di formazione. L’obiettivo è intercettare chi cerca sconti, borse di studio, finanziamenti, iscrizioni o opportunità di lavoro.

Una delle esche individuate prometteva agli studenti un premio da 750 dollari. Dopo il primo clic, però, le vittime venivano indirizzate verso offerte fraudolente e contenuti legati al gioco d’azzardo. In altri casi, PDF apparentemente provenienti da istituti scolastici conducevano a false pagine Microsoft 365 e OneDrive, create per rubare le credenziali.

Finta promozione per gli studenti della catena USA, Target.

Il falso CAPTCHA

Un’altra campagna sfruttava un sito scolastico compromesso per distribuire malware. La pagina mostrava un falso CAPTCHA, il sistema che normalmente chiede di dimostrare di essere una persona e non un programma automatico. L’utente poteva pensare di dover completare una semplice verifica di sicurezza, ma l’operazione serviva in realtà a favorire il download di software malevolo.

I ricercatori hanno inoltre ipotizzato l’uso del cloaking, una tecnica che mostra contenuti diversi a seconda di chi visita la pagina. Un ricercatore può vedere una pagina vuota o un errore, mentre una potenziale vittima riceve il contenuto dannoso. È come avere una vetrina che cambia aspetto in base a chi passa davanti.

Per difendersi, scuole e università dovrebbero formare studenti e personale, controllare gli indirizzi Web prima di inserire dati, attivare l’autenticazione a più fattori e aggiornare regolarmente dispositivi e piattaforme. È utile anche monitorare i domini che imitano il nome dell’istituto e limitare i permessi di accesso alle informazioni sensibili.

Falso CAPTCHA che usa il brand Spotify per distribuire malware.

 

*Illustrazione progettata da Freepick

 

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Phishing e Intelligenza Artificiale

Una simulazione di Barracuda mostra come un account aziendale violato e un assistente AI possano essere sfruttati per cercare dati, imitare i dirigenti e avviare una frode finanziaria credibile.

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L’intelligenza artificiale sta entrando nelle caselle di posta aziendali per aiutare a riassumere conversazioni, cercare informazioni, preparare testi e organizzare il lavoro. Ma se un criminale riesce a entrare in un account, lo stesso assistente può trasformarsi in una guida rapidissima dentro l’azienda. È lo scenario illustrato da una simulazione condotta dal Red Team di Barracuda, basata su Copilot ma applicabile, secondo i ricercatori, a qualunque assistente AI integrato nella posta e nei servizi di produttività.

Il punto di partenza è un singolo account dipendente violato. Da solo, potrebbe già offrire e-mail, contatti e documenti. Con l’IA, però, l’attaccante può porre domande in linguaggio naturale e ottenere in pochi secondi una mappa delle informazioni utili: chi ha ruoli decisionali, quali progetti sono in corso, dove si trovano fatture, quali pagamenti attendono l’approvazione e come scrivono i dirigenti.

È come lasciare un intruso in un archivio pieno di faldoni, ma consegnargli anche un assistente capace di cercare subito “tutti i pagamenti in sospeso”, “le conversazioni con la contabilità” o “i messaggi più recenti del CEO”. L’IA non viola l’account: usa però i permessi già disponibili a quell’account e rende la ricerca molto più veloce e mirata.

La fasi della simulazione

Il primo obiettivo degli aggressori è stato mantenere l’accesso senza farsi notare. Per farlo, sono state create regole automatiche nella casella di posta in grado di nascondere avvisi di login o inoltrare messaggi importanti. Sono funzioni nate per gestire meglio la posta, ma che in mani sbagliate possono impedire alla vittima di accorgersi che qualcosa non va.

Il passo successivo è il cosiddetto phishing interno. L’attaccante usa l’account reale di un dipendente per inviare al CEO un messaggio costruito con informazioni autentiche e con uno stile credibile. Non è la classica mail piena di errori: arriva da un indirizzo aziendale valido, cita attività esistenti e può sembrare perfettamente coerente con il lavoro quotidiano.

Una volta ottenuto l’accesso all’account del dirigente, anche tramite il furto del token di sessione – la chiave temporanea che mantiene aperto un accesso senza chiedere ogni volta la password – la ricerca diventa ancora più delicata. Nel test, una richiesta rivolta all’assistente AI ha fatto emergere fatture, pagamenti e flussi di approvazione, compreso un bonifico in attesa di quasi 250.000 dollari.

A quel punto è bastato preparare un messaggio apparentemente inviato dal CEO alla contabilità, chiedendo di cambiare il conto corrente del beneficiario prima dell’autorizzazione del pagamento. La richiesta conteneva dettagli reali, proveniva dalla casella autentica del dirigente e rispecchiava il suo modo di comunicare: condizioni che rendono più difficile per i tradizionali filtri e-mail individuare la frode.

La lezione non è che l’IA sia di per sé pericolosa, ma che gli account potenziati dall’IA devono essere protetti come risorse ad alto valore. Per le aziende, significa rafforzare l’autenticazione a più fattori, controllare accessi e regole di inoltro insolite, limitare i permessi dell’assistente AI e applicare verifiche fuori banda per modifiche ai dati di pagamento. Se arriva una richiesta di cambiare un IBAN, ad esempio, non dovrebbe bastare una mail: serve una conferma tramite un contatto conosciuto e indipendente.

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Un prompt su 36 espone dati sensibili

Non solo phishing e malware: l’uso senza regole dell’IA generativa aumenta il rischio di esporre dati aziendali.

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Luglio ha confermato una tendenza che le aziende non possono più ignorare: gli attacchi informatici aumentano, il ransomware torna a correre e l’uso quotidiano dell’intelligenza artificiale apre nuovi rischi per i dati. Secondo Check Point Research, ogni organizzazione nel mondo ha subito in media 2.336 attacchi a settimana, il 3% in più rispetto al mese precedente e il 16% in più su base annua.

L’Italia appare tra i Paesi più colpiti: con il 3% delle vittime ransomware segnalate, si colloca al quinto posto dopo Stati Uniti, Germania, Canada e Regno Unito. Nel nostro Paese, le organizzazioni avrebbero subito mediamente 2.755 attacchi settimanali, con un incremento del 14%. Un numero che racconta una pressione costante, non un episodio isolato.

A livello globale, il bersaglio più esposto resta l’istruzione, con 4.848 attacchi settimanali per organizzazione. Scuole e università mettono insieme migliaia di utenti, reti aperte, dispositivi personali e sistemi spesso datati: un insieme che le rende attraenti per i criminali. Seguono settore pubblico, telecomunicazioni, energia e servizi turistici, questi ultimi particolarmente esposti nella stagione degli spostamenti.

L’istruzione resta il settore più bersagliato, ma la pressione cresce su infrastrutture pubbliche, reti di comunicazione, energia e servizi connessi ai viaggi.

 

Il capitolo più preoccupante riguarda però il ransomware, il malware che cifra file e sistemi chiedendo un riscatto per sbloccarli o per evitare la pubblicazione dei dati rubati. Le vittime rese note dai gruppi criminali sono salite a 964, quasi il doppio rispetto a un anno prima e il 49% in più rispetto al mese precedente. I servizi alle imprese rappresentano quasi un terzo dei casi segnalati, seguiti da manifattura e beni di consumo.

In cima alla classifica dei gruppi più attivi compaiono The Gentlemen e Qilin, entrambi associati al 14% degli attacchi pubblicati, mentre DeadLock emerge con il 10%. Sono nomi che indicano organizzazioni criminali capaci di offrire ransomware “in affitto” ad affiliati: un modello simile a un servizio commerciale, ma usato per colpire aziende e chiedere denaro.

Accanto agli attacchi tradizionali cresce l’esposizione legata alla GenAI, gli strumenti capaci di generare testi, riassunti, immagini o codice. Il pericolo non dipende solo dalla tecnologia, ma soprattutto da ciò che le persone inseriscono nei prompt. Un dipendente che copia in chat un documento riservato per farselo riassumere può condividere dati di clienti, dettagli finanziari o informazioni interne senza volerlo.

Secondo i dati diffusi, un prompt su 36 proveniente da reti aziendali presentava un rischio elevato di perdita di dati sensibili; l’88% delle organizzazioni che usa regolarmente questi strumenti ha registrato almeno un’attività ad alto rischio. È come affidare un dossier a un assistente molto efficiente, ma esterno al perimetro aziendale, senza controllare quali informazioni gli si stanno consegnando.

Nei prompt aziendali finiscono spesso informazioni sensibili: dati personali e finanziari, dettagli tecnici, documenti legali e contenuti legati al personale.

 

L’e-mail, infine, continua a essere una porta d’ingresso decisiva. Una mail ogni 128 è stata classificata come phishing, cioè una truffa pensata per rubare password, denaro o dati; un ulteriore 20% rientrava tra spam e messaggi potenzialmente rischiosi. Il messaggio per aziende e utenti è chiaro: non esiste più un solo punto da difendere. Servono aggiornamenti, backup, filtri e-mail, formazione, controlli sugli accessi e regole chiare sull’uso dell’IA.

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Tor porta Snowflake su Android

La nuova app Snowflake Volunteer consente agli utenti Android di offrire parte della propria connessione come ponte temporaneo verso Tor per persone soggette a censura.

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Uno smartphone lasciato in carica sul comodino può fare più che ricevere notifiche. Con Snowflake Volunteer, nuova applicazione Android legata al progetto Tor, può diventare un piccolo ponte verso Internet per chi vive in Paesi dove siti, social e servizi di informazione vengono bloccati o monitorati.

L’idea alla base dell’app è semplice: una persona installa Snowflake Volunteer e, se lo desidera, concede una parte limitata della propria connessione a utenti che non riescono a raggiungere direttamente la rete Tor. Tor è un sistema pensato per rendere più difficile collegare l’attività online all’identità o alla posizione di chi naviga. In contesti dove la rete è censurata, però, accedere a Tor può essere il primo ostacolo.

Qui entra in gioco Snowflake

L’app trasforma temporaneamente il telefono in un proxy, cioè in un intermediario tra due connessioni. Per rendere più complesso il blocco, Snowflake utilizza WebRTC, una tecnologia comune nelle videochiamate e nelle comunicazioni dirette tra browser e app. Agli occhi di chi controlla il traffico di rete, quindi, la connessione può assomigliare a una normale chiamata online. I collegamenti sono inoltre brevi e distribuiti tra molti volontari: non esiste una piccola lista di server fissi che un censore possa bloccare con facilità.

Un dettaglio fondamentale

Se un’autorità blocca un singolo nodo Tor, l’accesso può interrompersi. Se invece i punti di passaggio cambiano continuamente e sono ospitati da utenti comuni in molti Paesi, fermarli tutti diventa più difficile senza colpire anche servizi legittimi, come le piattaforme di videoconferenza o le chiamate via web.

Il progetto, sviluppato dall’organizzazione Bloco insieme al team anticensura di Tor, prova anche a ridurre l’impatto per chi partecipa. L’app può essere configurata per funzionare soltanto quando il telefono è collegato al Wi‑Fi e alla corrente, con un limite al numero di utenti assistiti contemporaneamente. In questo modo si cerca di evitare consumo eccessivo della batteria e dell’offerta dati mobile.

I dati riportati dal progetto mostrano una crescita della rete: da circa 1.300 proxy unici al giorno in primavera a 1.700 nel mese successivo, con picchi oltre quota 2.100. Nel primo semestre, Snowflake avrebbe registrato una media di circa 146.000 indirizzi IP volontari al giorno. Sono numeri che raccontano un’infrastruttura diffusa, basata su tante piccole disponibilità anziché su pochi grandi server.

L’app è open source, cioè il suo codice può essere esaminato pubblicamente da sviluppatori e ricercatori, ed è disponibile su F-Droid e Google Play. Prima di installarla, però, è bene fare una valutazione pratica: meglio usare una connessione senza limiti di traffico, verificare le condizioni del proprio operatore e considerare che l’app, anche con limiti attivi, utilizza rete e risorse del dispositivo.

 

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Bluesky colpita da un attacco DDoS

Un attacco DDoS ha sommerso i server di Bluesky con traffico artificiale, causando disservizi per circa 24 ore.

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Non sempre un social network va offline per un guasto tecnico. Nel caso di Bluesky, i problemi di accesso registrati di recente sono stati causati da un attacco DDoS, sigla di Distributed Denial of Service: un’azione che punta a rendere un servizio inutilizzabile sommergendolo di richieste fino a esaurirne le risorse.

Per capire il meccanismo, basta immaginare l’ingresso di un grande negozio occupato all’improvviso da migliaia di persone che non intendono acquistare nulla, ma solo impedire agli altri di entrare. Il negozio non viene necessariamente derubato: semplicemente non riesce più a far passare i clienti veri. In rete avviene la stessa cosa, con programmi e dispositivi che inviano enormi quantità di traffico verso un sito, un’app o un’API.

Nel caso di Bluesky, la piattaforma ha parlato di traffico indesiderato diretto ai suoi server e di un disservizio durato approssimativamente un giorno. Gli utenti hanno segnalato feed che non si aggiornano, notifiche assenti, difficoltà a caricare discussioni e problemi nella ricerca. L’azienda non ha diffuso dettagli sul volume del traffico, sulle fonti dell’attacco o sulle difese adottate, limitandosi a comunicare un potenziamento delle misure di sicurezza e il monitoraggio della situazione.

A rivendicare l’azione sarebbe stato il gruppo “The Islamic Cyber Resistance in Iraq-313 Team”, descritto da ricercatori e media come legato all’Iran. Bluesky non ha però attribuito pubblicamente l’attacco a un soggetto specifico. La cautela è importante: una rivendicazione su canali come Telegram può essere un indizio utile per gli analisti, ma non costituisce da sola una prova definitiva della responsabilità.

L’episodio non sarebbe isolato. Bluesky aveva già affrontato un altro attacco DDoS su larga scala nei mesi precedenti; la ripetizione degli incidenti evidenzia una realtà scomoda per tutte le piattaforme online: anche se i dati sono protetti, basta bloccare l’accesso al servizio per causare disagi a utenti, aziende, creator e organizzazioni che lo usano per comunicare.

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YouTube riscrive il contatore

Dal 24 agosto ogni avvio video conterà come visualizzazione pubblica: le metriche di reale coinvolgimento resteranno disponibili separatamente nelle Analytics.

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Su YouTube, un video potrà presto accumulare visualizzazioni più velocemente, ma quel numero dirà meno di prima su quante persone lo abbiano seguito davvero. Dal 24 agosto, la piattaforma registrerà una visualizzazione pubblica non appena il filmato inizia a partire, senza richiedere una permanenza minima da parte dell’utente. La regola sarà applicata a tutti i formati e uniformerà il sistema già adottato per gli Shorts.

A prima vista sembra un dettaglio tecnico, ma ha un impatto diretto su creator, aziende e utenti. Finora, per un video tradizionale, il pubblico tendeva ad associare una visualizzazione a un interesse almeno minimo. Con il nuovo metodo, il contatore sotto al player rappresenterà soprattutto il numero di avvii: un passaggio rapido nel feed, una riproduzione automatica o un clic involontario potranno far crescere la cifra visibile.

Cosa cambia?

YouTube non ha mai indicato ufficialmente una soglia precisa per il vecchio sistema, anche se nel settore si è diffusa nel tempo l’idea che una visualizzazione valida richiedesse circa 30 secondi. Quello che cambia ora è il principio: il numero pubblico misurerà l’esposizione iniziale, non necessariamente l’attenzione. È la differenza tra entrare in un negozio e fermarsi davvero a guardare i prodotti. La piattaforma non eliminerà però le metriche più utili a capire il coinvolgimento. Nel pannello Analytics, accessibile ai creator, continueranno a essere disponibili le engaged views, cioè le visualizzazioni di chi ha scelto di continuare a guardare. Per chi lavora con i contenuti video, questo dato rimarrà più vicino alla domanda che conta davvero: il pubblico ha trovato il video interessante abbastanza da restare?

Modifiche anche lato sicurezza

La modifica riguarda anche la sicurezza informatica, perché cambiano i segnali che usiamo per valutare affidabilità e diffusione di un contenuto. Un video con milioni di visualizzazioni potrebbe sembrare automaticamente autorevole, ma non è una prova della qualità delle informazioni né del numero di persone che ne hanno compreso il messaggio. Questo vale soprattutto per contenuti sensazionalistici, truffe, fake news e video manipolati che puntano a catturare l’attenzione nei primi secondi. Per le aziende, il rischio è confondere la popolarità con l’efficacia. Un contenuto può essere aperto molte volte ma abbandonato quasi subito; allo stesso modo, un video con meno aperture ma con un’alta permanenza può avere un pubblico più interessato e più prezioso. Sponsor e inserzionisti dovranno quindi guardare oltre il contatore pubblico, valutando durata media di visione, interazioni e qualità dell’audience.

 

I guadagni restano invariati

YouTube specifica che la novità non cambierà i guadagni né i criteri del Partner Program: la monetizzazione resta collegata alle metriche di coinvolgimento e alle ore di visione qualificate, non al solo numero di avvii. È una distinzione importante, perché impedisce che una crescita puramente “tecnica” delle visualizzazioni si trasformi automaticamente in maggiori entrate.

Il messaggio per chi guarda è semplice: il numero sotto a un video sarà sempre meno un indicatore di fiducia. Prima di credere o condividere un contenuto, soprattutto se promette rivelazioni clamorose, è utile verificarne fonte, autore, data e conferme indipendenti. Le visualizzazioni possono indicare che qualcosa ha attirato l’occhio; non dimostrano che sia vero, sicuro o affidabile.

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La botnet che usa le connessioni domestiche

Router e telecamere infetti possono essere usati per attacchi DDoS o come proxy, facendo transitare traffico malevolo attraverso reti domestiche ignare.

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Quando pensiamo a un attacco informatico immaginiamo il furto di una password, un computer bloccato dal ransomware o un conto svuotato. Esiste però una minaccia più silenziosa: il router di casa può essere compromesso senza smettere di funzionare e venire usato come passaggio per il traffico di un criminale. È il rischio evidenziato dalla botnet Dysphoria, una rete di dispositivi infetti (i ricercatori ne hanno scoperto circa 296.000) che non punta soltanto a colpire siti Web con grandi quantità di richieste, ma può trasformare router, gateway e telecamere IP in proxy. Un proxy è un intermediario: invece di collegarsi direttamente a un sito o a un servizio, un utente passa attraverso un altro dispositivo. Se il router è sotto controllo, quell’intermediario può essere proprio la connessione della vittima.

Analisi dell’attacco

In concreto, un attaccante può far transitare parte delle proprie attività dalla rete domestica compromessa. All’esterno, quindi, il traffico sembra arrivare dall’indirizzo Internet di una famiglia o di un piccolo ufficio, non da quello reale dell’autore. È come se qualcuno usasse il vostro citofono e il vostro indirizzo per spedire messaggi di cui non sapete nulla. Questo modello è particolarmente interessante per i criminali perché gli indirizzi Internet residenziali tendono a sembrare meno sospetti di quelli provenienti da data center o infrastrutture note per attività malevole. Non significa che il proprietario del router sia responsabile di ciò che transita dalla connessione, ma dimostra quanto un dispositivo dimenticato possa diventare una pedina utile in una catena di attacco.

Come funziona la botnet

Dysphoria sfrutterebbe dispositivi basati su Linux, prendendo di mira soprattutto sistemi non aggiornati o protetti da credenziali deboli. Le vie d’ingresso più comuni restano quelle di sempre: servizi di gestione remota lasciati aperti, password predefinite e vulnerabilità mai corrette. Il router, infatti, non è solo la scatola che porta il Wi‑Fi in casa: è il primo punto di confine tra rete privata e Internet. La botnet può sfruttare anche UPnP, una funzione che consente ai dispositivi della rete di aprire automaticamente porte sul router per facilitare videogiochi, videocamere e altre applicazioni. È comoda, ma se viene manipolata da un malware può rendere più semplice creare un accesso indesiderato dall’esterno. In altre parole, una comodità pensata per semplificare la vita digitale può trasformarsi in una porta secondaria non sorvegliata. C’è poi un dettaglio tecnico che complica la risposta: l’infrastruttura di comando della botnet userebbe registri associati a blockchain, come Ethereum Name Service e Solana Name Service. Questi sistemi possono rendere meno immediata la rimozione dei riferimenti ai server usati dai criminali, perché non seguono il tradizionale modello dei domini gestiti da un unico fornitore.

Come difendersi

Per gli utenti, la difesa parte da poche regole concrete. Il firmware del router va aggiornato quando il produttore pubblica correzioni; le credenziali predefinite devono essere sostituite con password lunghe e uniche; l’accesso remoto e Telnet vanno disattivati se non strettamente necessari. È utile controllare periodicamente anche le porte aperte e le regole di inoltro, oltre a valutare se UPnP serva davvero.

 

*Illustrazione progettata da Freepick

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