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Vulnerabilità nei decoder video
FFmpeg è usato ovunque, dai server ai dispositivi IoT, ed è proprio questa diffusione a rendere le sue falle particolarmente delicate.
Un file video minuscolo, grande appena poche decine di kilobyte, potrebbe sembrare innocuo. E invece, in alcuni casi, può bastare per mandare in crisi un server, bloccare un dispositivo IoT o far crashare un’app che usa FFmpeg, una delle librerie più diffuse al mondo per leggere, convertire e gestire audio e video. È uno di quei casi in cui la minaccia non arriva da un allegato “strano” o da un programma sospetto, ma da qualcosa che tutti considerano normale: un video. La vulnerabilità, denominata PixelSmash, è stata scoperta dai ricercatori di JFrog nei decoder MagicYUV di FFmpeg. Identificata come CVE-2026-8461 e con un punteggio CVSS di 8,8.
Capire il problema
Per capire la vulnerabilità bisogna partire proprio da FFmpeg. Non è un’app che l’utente medio apre direttamente ogni giorno, ma un motore software integrato in tantissimi servizi: telecamere IP, sistemi di videosorveglianza, piattaforme di streaming, server multimediali, software di editing e perfino dispositivi smart per la casa. In pratica, se un sistema deve leggere o trasformare un video, è molto probabile che da qualche parte stia usando FFmpeg.
Quando si parla di vulnerabilità in questo contesto, il punto non è che “il video contiene un virus” nel senso tradizionale. Il problema è più sottile: il file può essere costruito in modo da sfruttare un errore nel software che lo analizza. È un po’ come infilare una chiave sagomata male in una serratura delicata: non stai sfondando la porta con la forza, ma stai facendo inceppare il meccanismo dall’interno. Se il decoder multimediale gestisce male certe informazioni, può andare in crash, bloccarsi o comportarsi in modo imprevisto.
Secondo le informazioni disponibili, molte di queste falle riguardano la gestione della memoria, cioè il modo in cui il programma legge e organizza temporaneamente i dati mentre elabora il video. Se questa gestione ha un difetto, un file appositamente manipolato può causare accessi fuori dai limiti previsti o errori nei buffer, con effetti che vanno dal semplice arresto del processo fino a conseguenze più serie. Per chi non mastica il gergo tecnico, il buffer si può immaginare come un contenitore temporaneo: se il software prova a metterci dentro più dati di quanti ne possa reggere, qualcosa può rompersi.
La parte davvero delicata è che il rischio non riguarda solo i PC. Anche dispositivi IoT e apparati embedded, spesso meno aggiornati e più dimenticati nel tempo, possono usare componenti multimediali vulnerabili. Una telecamera smart, un registratore video di rete o un piccolo server casalingo potrebbero quindi andare in tilt semplicemente elaborando un file costruito ad arte o uno stream malevolo.
La buona notizia è che la difesa non richiede magie. Serve soprattutto una manutenzione più attenta: aggiornare software e firmware, limitare l’elaborazione automatica di file non fidati, non eseguire player o decoder con privilegi elevati e verificare con cura le fonti dei contenuti caricati sui sistemi aziendali.
*Illustrazione progettata da JFrog
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Satispay accelera verso il banking
Con pagamenti globali, carte digitali e investimenti su smartphone, il conto si avvicina sempre di più al telefono: e la sicurezza dell’account diventa decisiva.
Satispay allarga il proprio raggio d’azione e compie un passo importante verso il banking: dopo l’IBAN, arrivano le carte di debito in partnership con Mastercard e debutta anche il servizio per comprare e vendere azioni ed ETF direttamente in app. La novità riguarda una piattaforma che conta già 6,5 milioni di utenti, 450.000 attività convenzionate e un ARR di 120 milioni di euro a giugno 2026, numeri che aiutano a capire perché questa evoluzione non sia solo commerciale ma anche rilevante sul piano della sicurezza digitale.
Quando una app di pagamento diventa sempre più simile a un conto, infatti, cresce anche il suo valore per i cybercriminali. Più servizi finanziari vengono concentrati in un unico punto, più quell’app diventa interessante per phishing, furto di credenziali, SIM swapping e truffe di social engineering. In parole semplici: se in un solo ambiente puoi ricevere denaro, pagare, investire e usare una carta, allora proteggere quell’accesso diventa ancora più cruciale.

Nuova carta di debito
La novità più evidente è l’arrivo delle carte di debito Mastercard, disponibili in tre varianti fisiche e anche in formato digitale per il wallet. Questo permetterà di pagare con Satispay in tutto il mondo, con zero commissioni di cambio sui pagamenti in valuta extra-euro e prelievi gratuiti entro i limiti previsti dai diversi piani. Dal punto di vista della sicurezza, la carta digitale nel wallet è un passaggio importante perché sposta sempre di più i pagamenti verso ambienti protetti da autenticazione del dispositivo, biometria e tokenizzazione, cioè la sostituzione dei dati reali della carta con codici temporanei che riducono l’esposizione delle informazioni sensibili.
Il tema non è secondario. Più i pagamenti diventano semplici, più devono essere robusti dietro le quinte. L’utente vede un gesto rapido, per esempio avvicinare lo smartphone al POS o autorizzare un pagamento in app, ma dietro ci sono controlli che servono a verificare che quel denaro venga mosso davvero dal titolare legittimo. È un equilibrio delicato: la comodità aumenta, ma anche la necessità di difendersi da accessi abusivi, link falsi e tentativi di impersonificazione.
Non solo carte!
Accanto alle carte, Satispay rafforza anche la sezione investimenti. Dalla prossima settimana gli utenti potranno accedere a oltre 1.000 tra azioni ed ETF, con una commissione fissa di 0,89 euro per operazione e la possibilità di iniziare anche da 1 euro grazie agli strumenti frazionati. Qui la sicurezza entra in gioco in modo ancora più evidente, perché ogni funzione finanziaria aggiuntiva amplia il perimetro da proteggere: non ci sono solo i pagamenti, ma anche ordini di acquisto, movimenti di denaro e decisioni di investimento che potrebbero diventare bersagli di frodi sempre più sofisticate.
Per chi non mastica il linguaggio della finanza, un ETF è semplicemente uno strumento che raccoglie più titoli in un unico prodotto, un po’ come un cestino con dentro tante azioni diverse. Proprio perché l’accesso viene reso più facile e guidato, sarà importante accompagnare questa semplificazione con buone pratiche di sicurezza: password solide, autenticazione a più fattori, attenzione ai messaggi che chiedono verifiche urgenti e diffidenza verso finti operatori dell’assistenza.
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Windows e il caso BlueHammer
La vulnerabilità CVE-2026-33825 consente un’escalation di privilegi su Windows sfruttando un difetto nel funzionamento di Microsoft Defender.
Quando si parla di sicurezza su Windows, molti pensano che il pericolo arrivi soprattutto da file infetti, allegati sospetti o programmi scaricati da siti poco affidabili. La vicenda di BlueHammer, però, racconta qualcosa di diverso e più scomodo: a volte il problema può nascere dentro un meccanismo di protezione del sistema stesso. La falla, identificata come CVE-2026-33825, riguarda Microsoft Defender ed è stata sfruttata per ottenere un’escalation di privilegi, cioè per passare da un account normale al pieno controllo del computer.
Come funziona un attacco Privilege Escalation
Immaginiamo un visitatore che riesce a entrare in un edificio con un badge da ospite e, sfruttando un difetto nei controlli interni, finisca direttamente nella sala di comando. Ecco: un attacco di privilege escalation funziona più o meno così. L’aggressore non entra necessariamente da zero, ma una volta dentro prova a salire di livello fino a ottenere i permessi più alti, quelli che su Windows corrispondono all’account SYSTEM.
Secondo le analisi pubbliche, BlueHammer avrebbe sfruttato il processo di aggiornamento delle firme di Defender, cioè quei file che l’antivirus usa per riconoscere minacce note. Durante quel passaggio, in condizioni specifiche, sarebbe stato possibile manipolare il flusso e costringere il sistema a compiere operazioni con privilegi elevatissimi. Il punto delicato è proprio questo: l’attacco non passerebbe da una classica finestra sospetta o da un allarme evidente, ma sfrutterebbe un comportamento interno del sistema operativo.
Per gli utenti comuni questo dettaglio conta molto. Significa che anche un account “limitato”, magari quello di un dipendente senza privilegi amministrativi, può diventare un trampolino di lancio se un attaccante riesce a comprometterlo con phishing, malware o credenziali rubate. Da lì, una falla come BlueHammer può trasformare un accesso iniziale modesto in un controllo quasi totale della macchina.
Esiste una soluzione?
La buona notizia è che Microsoft ha corretto il problema con la patch del 14 aprile 2026. La cattiva è che, secondo fonti recenti, la vulnerabilità continua a essere sfruttata attivamente contro sistemi Windows 10 e Windows 11 non aggiornati. CISA ha inserito BlueHammer tra le vulnerabilità note e sfruttate, segnale che il rischio non è rimasto teorico.
Qui entra in gioco una lezione importante, spesso sottovalutata: aggiornare non serve solo ad avere nuove funzioni, ma a chiudere porte che gli attaccanti conoscono già. Molti utenti rimandano gli update perché temono riavvii, perdita di tempo o piccoli problemi di compatibilità. Ma una patch installata in ritardo può lasciare aperto un varco che, nel frattempo, è già finito nei kit e negli strumenti usati dagli attaccanti.
In pratica, chi usa Windows 10 o Windows 11 dovrebbe verificare di aver installato gli aggiornamenti cumulativi successivi al 14 aprile 2026. Per aziende e amministratori conta anche il monitoraggio dei comportamenti anomali, soprattutto quando un processo con pochi privilegi tenta improvvisamente di ottenere accessi molto più ampi.
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L’IA trova da sola la strada dell’attacco
Non servono app da installare né exploit sofisticati: può bastare concedere a un sito l’accesso a una cartella del dispositivo.
Una nuova ricerca di Check Point mostra un cambio di scenario che potrebbe pesare molto sulla sicurezza digitale dei prossimi anni: un modello di intelligenza artificiale avrebbe individuato da solo un modo concreto per trasformare una normale funzione del browser in una tecnica simile al ransomware. In altre parole, non si parla di un virus classico da installare sul telefono o sul PC, ma di una trappola che può partire direttamente dal browser, con un semplice clic su una richiesta di autorizzazione.
Le origini
Il caso nasce dall’analisi di file attribuiti a DeepSeek, uno dei modelli di AI oggi più accessibili. Secondo Check Point, tra quasi 3.000 campioni esaminati è emerso un codice che sembrava inizialmente una “allucinazione” dell’intelligenza artificiale, cioè una risposta tecnicamente confusa o sbagliata. Dentro quella confusione, però, il modello aveva individuato un elemento corretto e molto delicato: l’uso di una funzione del browser chiamata showDirectoryPicker(), che permette a un sito Web di chiedere accesso a una cartella selezionata dall’utente.
Detta così può sembrare innocua, e in effetti la funzione è legittima. Serve, per esempio, a far lavorare applicazioni Web che devono aprire, modificare o salvare file. Il problema nasce se quella stessa possibilità viene usata in modo malevolo. Per dimostrare il rischio, i ricercatori hanno creato una prova di concetto chiamata AI Avatar Enhancer, presentata come uno strumento per migliorare fotografie con l’AI. In realtà, una volta ottenuto l’accesso alla cartella scelta dalla vittima, il sito poteva cifrare i file proprio come farebbe un ransomware.
Qui entra in gioco un aspetto importante: non servono exploit del browser, privilegi speciali, installazione di app o file APK. Basta che l’utente autorizzi il sito ad accedere a una directory. È un dettaglio cruciale perché sposta il rischio su un gesto che molte persone considerano banale, come accettare una finestra di permesso. In pratica, è un po’ come lasciare entrare qualcuno in casa perché si presenta come un tecnico che deve sistemare le foto di famiglia, salvo poi ritrovarsi gli armadi chiusi a chiave.
Utenti Android a rischio
Con Chrome 132 Google ha introdotto il pieno supporto alla File System Access API su Android e i test con Chrome 148 hanno mostrato che una pagina Web può chiedere l’accesso alla cartella DCIM, quella che di solito contiene foto, screenshot, documenti scansionati, codici di recupero e spesso anche immagini di referti o carte d’identità. Safari su iPhone non espone questa API, quindi la tecnica descritta non risulta applicabile ai dispositivi Apple.
Il punto più inquietante, però, è un altro: l’AI non si sarebbe limitata a copiare una tecnica nota, ma avrebbe collegato autonomamente un rischio teorico a una catena di attacco praticabile. Questo significa che la barriera tra “idea pericolosa” e “attacco funzionante” potrebbe abbassarsi molto, soprattutto per criminali con competenze tecniche limitate.
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La truffa degli hotel
I criminali informatici sfruttano file compressi e falsi componenti software per colpire il personale degli hotel e rubare informazioni sensibili.
Una semplice richiesta di lavoro o una comunicazione che sembra legata alla gestione delle prenotazioni può trasformarsi in una trappola molto efficace. È questo il punto che emerge dalle più recenti campagne rivolte al settore alberghiero, dove i criminali informatici sfruttano file compressi, falsi strumenti software e procedure apparentemente normali per infettare i computer e sottrarre dati sensibili.
Il funzionamento
Il meccanismo è più subdolo di quanto sembri. Invece di puntare su allegati palesemente sospetti, gli attaccanti confezionano messaggi credibili, spesso costruiti per sembrare richieste tecniche, documenti da controllare o aggiornamenti necessari per visualizzare un contenuto. In alcuni casi, alla vittima viene chiesto di aprire un file ZIP e installare un componente che dovrebbe servire a far funzionare correttamente un’applicazione. In realtà, dietro quel passaggio si nasconde l’avvio dell’infezione.
Per capire il rischio, basta pensare a un pacco con etichetta autentica ma contenuto manomesso. Il file ZIP, di per sé, non è pericoloso: è solo un contenitore compresso, usato normalmente per inviare più file insieme. Il problema nasce da ciò che contiene. Se dentro c’è un programma modificato o uno script malevolo, l’utente può avviare inconsapevolmente un software pensato per aprire la porta agli aggressori.
Uno degli aspetti più insidiosi di queste campagne è l’uso di strumenti legittimi o molto comuni nel mondo dello sviluppo software, come Node.js. Per chi non lo conosce, si tratta di una piattaforma utilizzata dagli sviluppatori per eseguire applicazioni JavaScript fuori dal browser. In un contesto aziendale normale non dovrebbe far scattare allarmi immediati. Proprio per questo può diventare un ottimo travestimento: se un attaccante riesce a far passare un’installazione malevola come un componente tecnico necessario, molte persone potrebbero considerarla una procedura plausibile.
I rischi
Il bersaglio, però, non è il software in sé. L’obiettivo finale è quasi sempre il furto di informazioni: credenziali di accesso, dati aziendali, contenuti delle e-mail, documenti interni o dettagli finanziari. Nel caso degli hotel, il rischio è ancora più delicato perché queste strutture gestiscono prenotazioni, dati personali dei clienti, dettagli di pagamento e comunicazioni continue con fornitori e piattaforme esterne. Un singolo computer compromesso può quindi diventare il punto di partenza per frodi, furto di account o attacchi successivi.
Il motivo per cui il settore ricettivo è così appetibile è semplice: lavora con ritmi rapidi, personale spesso sotto pressione e un flusso costante di file, conferme e richieste urgenti. In un ambiente del genere, una email ben scritta e un allegato apparentemente coerente con l’attività quotidiana possono sembrare del tutto normali. È qui che entra in gioco l’ingegneria sociale, cioè l’arte di manipolare una persona spingendola a fidarsi e ad agire in fretta.
La difesa più efficace parte da abitudini concrete. Non installare componenti ricevuti via mail senza una verifica, evitare di aprire archivi compressi inattesi, controllare sempre il mittente reale del messaggio e limitare i privilegi di installazione sui PC aziendali. Anche la formazione del personale conta molto: riconoscere una richiesta anomala prima ancora del clic resta uno dei modi migliori per fermare l’attacco all’inizio.
Leggi anche: “Attacco dos sul software 7-zip”
*Illustrazione progettata da Microsoft
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Il nuovo volto del phishing
I cybercriminali usano AI, pagine di login false e tecniche elusive per rubare credenziali, bypassare la 2FA e consolidare la propria presenza in rete.
Una sola e-mail può bastare per mettere in crisi un’intera organizzazione. È il messaggio che arriva da una simulazione condotta da Barracuda, secondo cui un attacco di phishing ben costruito può trasformarsi in una compromissione completa nel giro di appena cinque minuti. Un tempo brevissimo, ma sufficiente per rubare credenziali, aggirare l’autenticazione a più fattori, prendere il controllo della casella di posta e aprire la strada a ulteriori azioni malevole.
Attacco in pratica
La dimostrazione parte da un elemento ormai familiare: una e-mail credibile, scritta con l’aiuto dell’intelligenza artificiale generativa e costruita per sembrare urgente. Nel caso simulato, il destinatario ha ricevuto la richiesta di controllare rapidamente un documento. Nulla di particolarmente sospetto all’apparenza. Dopo una ventina di minuti ha aperto il messaggio e cliccato sul link, finendo su una falsa pagina di accesso Microsoft.
A quel punto l’attacco accelera. Nel giro di un minuto la vittima inserisce le proprie credenziali, convinta di trovarsi davanti al sito autentico. In realtà gli aggressori stanno intercettando in tempo reale i dati che passano tra l’utente e la piattaforma legittima. Subito dopo arriva la richiesta di autenticazione a più fattori, il sistema che di solito aggiunge un secondo livello di sicurezza oltre alla password. Ma anche questo passaggio, in questo scenario, non basta.
Gli attaccanti riescono infatti a sottrarre il cookie di sessione, cioè una sorta di “pass temporaneo” che dice al sistema: questo utente ha già effettuato correttamente il login. Per capirci, è come rubare non la chiave di casa, ma il badge già attivo che permette di entrare senza rifare i controlli. Con quel pass digitale, dopo appena due minuti dal primo clic, il Red Team è riuscito ad accedere direttamente alla posta della vittima, leggere e inviare messaggi a suo nome, entrare in SharePoint e OneDrive, impostare regole per nascondere la propria attività e autorizzare applicazioni OAuth malevole.
Anche qui conviene spiegare il termine: OAuth è un sistema che consente a un’app di ottenere permessi su un account senza conoscere direttamente la password. È molto comodo quando usiamo servizi legittimi collegati tra loro, ma può diventare pericoloso se viene concesso accesso a un’app malevola che si presenta come innocua. Per mantenere il controllo più a lungo, nella simulazione è stata usata anche una tecnica chiamata ClickFix. In pratica, alla vittima viene chiesto di eseguire un’apparente verifica aggiuntiva, ma il risultato è che copia e attiva inconsapevolmente uno script dannoso. È un trucco semplice e subdolo: l’utente pensa di risolvere un problema tecnico e invece sta aprendo la porta all’attaccante.
Il punto chiave è che oggi molte campagne non si fermano più al furto della password. Puntano a entrare, restare nascoste e consolidare la propria presenza prima che qualcuno si accorga di qualcosa. Se un’operazione del genere proseguisse senza essere fermata, il passo successivo potrebbe essere il furto di dati, il blocco dei sistemi o perfino un attacco ransomware.
*Illustrazione progettata da Barracuda
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GTA 6 nel mirino delle truffe
I criminali informatici cavalcano rumor, leak e voglia di preordine per rubare credenziali, denaro e account di gioco.
L’attesa per GTA 6 è diventata un’occasione d’oro anche per i criminali informatici. Quando un videogioco è così atteso da milioni di persone, basta poco per trasformare curiosità ed entusiasmo in una trappola: un finto preordine, una presunta beta esclusiva, un codice gratuito o un link che promette il nuovo trailer “segreto”. Dietro molte di queste esche, però, non c’è il gioco, ma un tentativo di rubare dati, soldi o accessi personali.
Il meccanismo è semplice e funziona proprio perché fa leva sull’urgenza. Chi aspetta da mesi un titolo molto discusso è più disposto a cliccare in fretta, soprattutto se davanti ha una pagina che sembra credibile. Alcuni siti, secondo i report online, imitano l’aspetto di portali noti e promettono chiavi beta inesistenti, download anticipati o bonus esclusivi. In altri casi compare un falso programma di installazione che, una volta avviato, non installa il gioco ma un software dannoso in background.
È qui che entrano in scena termini tecnici che vale la pena tradurre in modo semplice. Un malware è un programma creato per fare danni o rubare qualcosa; può spiare il computer, scaricare altri file pericolosi o aprire la porta a ulteriori infezioni. Il phishing, invece, è una truffa che prova a farti consegnare spontaneamente dati di accesso, come username e password, usando siti o messaggi che sembrano legittimi. Nel caso di GTA 6, i bersagli possono essere gli account Rockstar Social Club, molto appetibili per chi vuole rivenderli o usarli in campagne successive.
Il fenomeno, in realtà, non è nuovo
I videogiochi sono da tempo tra le esche preferite dei cybercriminali, soprattutto quando si parla di titoli famosi, mod, cheat o versioni pirata. Kaspersky ha rilevato milioni di tentativi di download di file malevoli mascherati da giochi popolari, segno che il mondo gaming è ormai un terreno stabile per le frodi digitali.
La differenza, con GTA 6, è che l’enorme attenzione mediatica amplifica tutto: rumor, leak, trailer e ipotesi sui preordini diventano il terreno perfetto per lanciare truffe su larga scala.
Per i giocatori il consiglio più utile è anche il più banale: diffidare di qualunque accesso anticipato non provenga da fonti ufficiali. Se una beta non è stata annunciata da Rockstar o dai canali riconosciuti, probabilmente non esiste. Lo stesso vale per chiavi gratuite, sconti e download da siti esterni agli store ufficiali. Un’offerta troppo bella per essere vera, soprattutto su un gioco così atteso, quasi sempre è proprio questo: troppo bella per essere vera.
In pratica, chi vuole proteggersi dovrebbe seguire poche regole molto concrete: scaricare solo da store ufficiali, non usare link arrivati da chat o social, evitare software pirata e non inserire mai le credenziali su pagine sospette.
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Driver AMD 26.6.2, problemi su Windows 10
Il punto esclamativo giallo in Gestione dispositivi e il mancato avvio dell’app AMD sono i sintomi più segnalati dagli utenti colpiti.
Un aggiornamento driver dovrebbe migliorare prestazioni e compatibilità, non trasformarsi in un problema. Eppure è proprio quello che sta succedendo a una parte degli utenti AMD rimasti su Windows 10. In queste ore si stanno moltiplicando le segnalazioni legate ai driver AMD Software: Adrenalin Edition 26.6.2, che in alcuni casi causano errori di avvio del software Radeon e il classico simbolo con il punto esclamativo giallo accanto alla scheda video in Gestione dispositivi. AMD ha riconosciuto il problema e, almeno per ora, consiglia di tornare alla versione precedente, la 26.6.1.
Il cuore del problema
Il difetto riguarda in particolare sistemi con Windows 10 e schede della serie AMD Radeon RX. In pratica, dopo l’installazione del nuovo pacchetto, il sistema può comportarsi come se driver e applicazione AMD non fossero più allineati. Il risultato è un messaggio d’errore che avvisa che la versione del software avviata non è compatibile con il driver grafico installato.
La questione è particolarmente fastidiosa perché il driver 26.6.2 porta con sé novità attese, come il supporto a FSR 4.1 e ottimizzazioni per nuovi giochi. Ma per chi usa ancora Windows 10 il prezzo da pagare potrebbe essere instabilità, malfunzionamenti o l’impossibilità di usare correttamente il software Radeon. E questo è un promemoria utile anche sul fronte della sicurezza informatica: un driver difettoso non è solo un problema di prestazioni, ma può compromettere affidabilità, aggiornamenti e controllo del sistema.
Il simbolo giallo in Gestione dispositivi, per chi non lo conosce, è il modo con cui Windows segnala che qualcosa non sta funzionando come dovrebbe con una periferica. Non sempre significa guasto hardware: spesso indica un conflitto software, un driver errato o un’installazione incompleta. In questo caso, il problema sembra legato alla compatibilità del nuovo pacchetto con Windows 10.
Cosa fare?
La raccomandazione più prudente, al momento, è semplice: se il PC con Windows 10 funziona bene con la versione precedente, conviene evitare l’aggiornamento immediato oppure tornare alla 26.6.1 se il problema è già comparso. È anche una buona abitudine creare un punto di ripristino prima di installare nuovi driver, soprattutto quando riguardano componenti critici come la GPU. In pratica, è una rete di sicurezza che permette di fare marcia indietro più facilmente.
*Illustrazione progettata da AMD
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