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Medibank attacco ransomware Revil rifiuta di pagare il riscatto
Il più grande assicuratore sanitario privato australiano in una nota conferma che non pagherà una richiesta di estorsione da parte di hacker che minacciano di rilasciare i dati personali di milioni di clienti attuali ed ex.
Medibank ha rilasciato una dichiarazione in cui spiega che ritiene che un pagamento potrebbe “incoraggiare il criminale a estorcere direttamente i nostri clienti, e c’è una forte possibilità che il pagamento metta in pericolo più persone rendendo l’Australia un obiettivo più grande”.
Ricordiamo che La gang Revil ha operato negli anni scorsi con politiche diversificate per poi dismettere l’attività nel corso del 2021.
Il numero totale di persone colpite si riduce a 5,1 milioni di clienti Medibank, circa 2,8 milioni di clienti ahm e circa 1,8 milioni di clienti internazionali che necessitano di un’assicurazione sanitaria privata mentre risiedono o studiano in Australia.
All’interno di questi totali sono contenuti i dati sensibili sulla salute per 160.000 clienti Medibank, circa 300.000 clienti ahm e circa 20.000 clienti internazionali. Tali dati includono codici associati a diagnosi e procedure.
A supportare per Medibank è stato il ministro degli Interni Clare O’Neil, che su Twitter ha definito la decisione “coerente con il consiglio del governo australiano”.
“Voglio che l’Australia sia il paese più cyber-sicuro al mondo. Il pagamento dei riscatti mina direttamente questo obiettivo”.
Today, Medibank advised the government that it would not pay a ransom to cyber criminals who accessed the personal information of millions of their customers.
— Clare O'Neil MP (@ClareONeilMP) November 7, 2022
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Roblox nel mirino dei cybercriminali
I criminali sfruttano la fiducia dei gamer con file che sembrano cheat innocui, ma nascondono malware capaci di spiare webcam, tastiera e browser.
Bitdefender segnala una campagna ancora attiva che prende di mira chi cerca un’esecuzione “non rilevabile” di Xeno, uno script executor usato in ambito Roblox per lanciare script personalizzati. L’esca è semplice e molto efficace: un software che promette vantaggi nel gioco, ma che in realtà nasconde un malware capace di trasformare il PC della vittima in una macchina sotto controllo altrui.
Il funzionamento del malware
Il meccanismo sfrutta canali che i gamer conoscono bene, come community Discord e forum dedicati. È proprio qui che nasce il rischio: quando un file arriva da una chat o da un archivio condiviso da altri giocatori, la soglia di diffidenza si abbassa. Per questo i criminali usano nomi familiari, cartelle dall’aspetto credibile e file che imitano quelli di una normale installazione Windows, così da far sembrare tutto legittimo.
La parte più insidiosa è ciò che accade dopo l’installazione. Il malware non si limita a rubare una password: può leggere i cookie del browser, cioè quei piccoli dati che tengono aperta una sessione senza dover rifare il login ogni volta, intercettare i conti Discord, Roblox e Minecraft, e perfino cercare informazioni sui portafogli di criptovalute e sui metodi di pagamento salvati. In pratica, è come entrare in casa trovando aperti sia il cassetto dei documenti sia il portafoglio lasciato sul tavolo.
Secondo la ricerca, il programma malevolo può anche fare cose molto più invasive: registrare i tasti digitati, accedere alla webcam, fare screenshot, mostrare il desktop in tempo reale, lanciare comandi e modificare file. Per l’utente significa non solo perdere un account, ma esporsi a spionaggio, furto di dati e possibili danni economici.
Il problema riguarda anche le famiglie
Roblox è molto popolare tra bambini e adolescenti, e spesso il gioco viene usato su PC condivisi con genitori o fratelli maggiori. Se una minaccia entra da lì, può arrivare non solo agli account dei più giovani, ma anche a conversazioni private, foto e informazioni memorizzate sul computer di casa.
Bitdefender sottolinea che la prima difesa è anche la più semplice: evitare cheat, script executor e strumenti non ufficiali scaricati da fonti dubbie. È una regola che può sembrare banale, ma in questo caso fa davvero la differenza. Un file che promette di “sbloccare” funzioni proibite potrebbe in realtà sbloccare l’accesso ai vostri dati per qualcun altro. In aggiunta, servono controlli di sicurezza aggiornati, autenticazione a più fattori e un po’ di educazione digitale in famiglia. Parlare con i più giovani dei rischi legati ai download “troppo belli per essere veri” è spesso il modo migliore per fermare l’infezione prima ancora che inizi.
La ricerca è disponibile a questo indirizzo.
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L’IA entra nel firewall
Con l’intelligenza artificiale sempre più usata in azienda, la sicurezza deve imparare a controllare non solo i dati, ma anche il modo in cui questi vengono richiesti e processati.
La diffusione dell’intelligenza artificiale nelle aziende sta creando un problema poco visibile ma molto concreto: i firewall tradizionali, progettati per bloccare siti, file e traffico “classico”, non nascono per interpretare ciò che oggi passa tra utenti, agenti e modelli di IA.
Con il nuovo AI Network Firewall, Check Point dice di voler portare la sicurezza dell’IA direttamente nei firewall già installati, senza obbligare le aziende a cambiare infrastruttura. Il punto non è solo tecnico: molte organizzazioni stanno adottando strumenti di IA più in fretta di quanto riescano a governarli, e questo crea una zona grigia fatta di applicazioni non autorizzate, dati sensibili condivisi nei prompt e nuovi canali di rischio che si diffondono sulla rete aziendale.
Il cuore del problema
Per capire perché serve una protezione specifica basta pensare a ciò che fanno oggi dipendenti e sistemi automatizzati. Gli utenti chiedono all’IA di scrivere testi, riassumere documenti o analizzare informazioni interne; gli agenti, invece, possono compiere azioni autonome e dialogare con altri servizi. In questo flusso, la rete non trasporta solo dati: trasporta intenzioni, richieste e contesto. E proprio lì, secondo Check Point, i controlli tradizionali rischiano di perdere il quadro d’insieme.
Il firewall proposto dall’azienda punta a tre aree. La prima riguarda l’uso dell’IA da parte dei dipendenti, con l’obiettivo di individuare sia le applicazioni autorizzate sia quelle “ombra”, cioè usate senza passare dai processi ufficiali. La seconda riguarda gli strumenti collegati al Model Context Protocol, un sistema che mette in comunicazione applicazioni e agenti IA con server e servizi: in pratica, una sorta di “linguaggio comune” che però va controllato con attenzione. La terza riguarda le applicazioni e i modelli linguistici, con funzioni pensate per fermare i prompt malevoli prima che arrivino al modello.
Qui entra in gioco un rischio noto ma spesso sottovalutato: la prompt injection. È un attacco in cui qualcuno inserisce istruzioni nascoste dentro una pagina, un documento o un messaggio per spingere l’IA a fare qualcosa che non dovrebbe. Immaginate di chiedere a un assistente di riassumere un testo e di trovare, nello stesso testo, un’istruzione truffaldina che gli dice di ignorare le regole: ecco, il problema è proprio quello.
*Illustrazione progettata da CheckPoint
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Brand phishing in crescita
Il nuovo report di Check Point mostra che i criminali continuano a puntare sui marchi più familiari, ma ora anche le piattaforme di IA sono diventate un bersaglio.
Nel secondo trimestre del 2026 il phishing ha continuato a puntare sui nomi più riconoscibili del digitale, con Microsoft ancora in testa tra i marchi più imitati. Secondo Check Point Research, il colosso di Redmond compare nel 22,6% dei tentativi di brand phishing monitorati, quasi il doppio rispetto a LinkedIn, secondo in classifica. Subito dopo vengono Google, Apple e Amazon.
Il motivo è intuitivo: gli attaccanti scelgono marchi che le persone già conoscono e in cui tendono a fidarsi. È un po’ come indossare una divisa familiare per farsi aprire la porta più facilmente. Se il messaggio sembra arrivare da un servizio usato ogni giorno, l’utente è più portato a cliccare senza fermarsi a controllare dettagli come il dominio, il mittente o l’indirizzo della pagina.

Pagina fraudolenta di ChatGPT che invita ad aggiornare il metodo di pagamento.
ChatGPT: la sorpresa
La novità più interessante del report è l’ingresso di ChatGPT tra i dieci brand più imitati. Non è solo un segnale di moda: indica che anche gli strumenti di intelligenza artificiale stanno diventando obiettivi da sfruttare per truffe, furti di credenziali e pagamenti falsi. In pratica, dove vanno gli utenti, arrivano anche i criminali.
Le campagne osservate nel periodo sono molto diverse tra loro, ma hanno un tratto in comune: puntano a spingere la vittima ad agire in fretta. Alcune fingono un problema di pagamento per un abbonamento a ChatGPT Plus, altre ricreano un negozio online quasi identico a quello reale, con carrello e checkout, per rubare i dati della carta. Ci sono poi finte pagine di accesso a iCloud e PayPal, oppure una falsa assistenza Microsoft che propone un urgente aggiornamento di Office ma in realtà distribuisce un file eseguibile malevolo.

Pagina fraudolenta che utilizza il brand PayPal.
Qui entra in gioco un concetto importante: il brand phishing. Significa usare il nome e l’immagine di un marchio noto per trasferire la sua credibilità su una trappola. Se il logo è giusto, i colori sono giusti e il tono sembra ufficiale, molti utenti abbassano la guardia. A volte basta un dettaglio minimo — un pulsante che non funziona, un dominio leggermente diverso, un’icona social fuori posto — per tradire la frode.
Secondo Check Point, l’IA generativa sta rendendo tutto questo più facile e più veloce. Non solo aiuta a scrivere e-mail più convincenti, ma permette anche di creare siti falsi e pagine clonate su larga scala. È un po’ come passare da un truffatore che costruisce una sola finta vetrina a uno che può aprirne cento quasi identiche in poco tempo. Per utenti e aziende il messaggio è semplice: non bisogna fidarsi del marchio da solo. Conta controllare sempre l’indirizzo del sito, diffidare delle urgenze improvvise e verificare con calma prima di inserire password, dati di pagamento o codici di accesso. Nel phishing di oggi, la fretta è spesso la vera porta d’ingresso.

I 10 marchi più bersagliati nel secondo trimestre 2026.
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Amazon Family in Italia
Il nuovo servizio permette di condividere i benefici Prime con un altro adulto del nucleo familiare, mantenendo separati account e cronologia ordini.
Amazon Family è ora disponibile in Italia e consente ai clienti Prime di condividere diversi benefici con un altro adulto del nucleo familiare, senza dover dividere lo stesso account. L’idea è pratica: ognuno mantiene il proprio profilo, ma si possono usare insieme alcuni vantaggi come consegne rapide, Prime Video, Amazon Music Prime, offerte dedicate e altri servizi inclusi nell’abbonamento.
Identità digitale al sicuro
Dal punto di vista della sicurezza, il punto interessante è proprio questo: condividere non significa mescolare tutto. Ogni persona conserva infatti la propria cronologia ordini, i suggerimenti personalizzati e soprattutto le credenziali di accesso. In altre parole, è un po’ come abitare nella stessa casa ma avere ognuno la propria stanza con la propria chiave. Il sistema è pensato per evitare una delle abitudini più rischiose in assoluto: la condivisione della password. Spesso, per comodità, le persone si scambiano username e password tra familiari o colleghi; è una scorciatoia che può diventare un problema se uno dei dispositivi viene compromesso o se l’account finisce nelle mani sbagliate. Con Amazon Family, invece, l’accesso resta separato e non vengono condivisi password o codici monouso, due elementi fondamentali per proteggere l’identità digitale.
Pagamenti sicuri
Anche la gestione dei pagamenti introduce un compromesso utile da conoscere. L’amministratore del nucleo seleziona un metodo di pagamento condiviso, ma gli altri membri vedono solo alcune informazioni essenziali, come le ultime quattro cifre della carta e i dati di fatturazione. È una soluzione che limita l’esposizione dei dati sensibili e permette comunque di controllare gli acquisti tramite notifiche e dettagli dell’importo totale.
Per l’utente comune, questo significa una cosa semplice: la comodità non deve trasformarsi in disattenzione. Se si decide di attivare un servizio condiviso, conviene verificare bene chi fa parte del nucleo familiare, controllare i dispositivi già collegati e abilitare sempre le impostazioni di sicurezza disponibili sull’account. Piccoli controlli che ricordano quelli di una casa vera: sapere chi ha le chiavi, chi può entrare e cosa può vedere.
Dal punto di vista più ampio della sicurezza informatica, iniziative come Amazon Family mostrano una tendenza chiara: le piattaforme cercano di offrire funzioni più flessibili, ma allo stesso tempo devono progettare sistemi che separino bene identità, dati e pagamenti. È un equilibrio importante, perché più un servizio diventa comodo da usare, più deve essere robusto nel proteggere ciò che sta dietro le quinte.
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Il branding nel mondo del cybercrime
L’attribuzione di un attacco è sempre più complessa perché dietro un brand criminale possono esserci più soggetti, affiliate e imitatori.
Nel linguaggio della sicurezza informatica, i nomi degli attaccanti sembrano spesso etichette semplici: LockBit, BlackCat, Scattered Spider, Fancy Bear. Ma dietro queste sigle non c’è solo un’etichetta tecnica. C’è un modo di presentarsi, di farsi riconoscere e, in alcuni casi, di dare l’idea di essere un gruppo solido, coerente e temibile. In pratica, anche i criminali provano a costruire un marchio.
Questa dinamica ha un effetto importante: rende più difficile distinguere tra un gruppo reale, un affiliato, un imitatore o un nome riusato da soggetti diversi. È un po’ come nel mondo dei falsi negozi online: vedere un nome noto non basta per sapere chi ci sia davvero dietro. Nel cybercrime accade qualcosa di simile, ma con conseguenze molto più serie, perché l’attribuzione dell’attacco può influenzare difesa, indagini e perfino decisioni politiche.
Uno dei problemi principali è che i gruppi criminali non lavorano più in modo “artigianale”. Le campagne vengono spesso frammentate tra più soggetti: chi sviluppa gli strumenti, chi li distribuisce, chi ruba l’accesso iniziale e chi poi monetizza i dati o installa il ransomware. Questa divisione del lavoro assomiglia a una filiera commerciale, ma al posto del magazzino ci sono server compromessi e credenziali rubate.
L’importanza del nome
C’è da sottolineare un aspetto meno intuitivo: il nome di un gruppo serve non solo agli analisti, ma anche ai criminali stessi. Un brand riconoscibile aiuta a reclutare affiliati, a spaventare le vittime e perfino a creare una sorta di continuità narrativa tra attacchi diversi. Per chi osserva dall’esterno, però, questo effetto può essere ingannevole, perché l’apparenza di coesione non coincide sempre con una reale struttura centralizzata.
In sostanza, l’attribuzione di un attacco non è più solo una questione di firme tecniche o di indicatori forensi. Oggi bisogna tenere conto anche di elementi più “umani”: stile comunicativo, tempi di pubblicazione, canali usati per rivendicare, alleanze tra gruppi e capacità di imitare il linguaggio altrui. È come cercare di capire l’autore di una lettera anonima non solo dalla calligrafia, ma anche dal tono, dalle abitudini e dal modo in cui prova a farsi notare.
Il punto centrale, per aziende e lettori non esperti, è semplice: nel cybercrime il nome può essere parte della trappola. Più un gruppo riesce a sembrare riconoscibile e credibile, più aumenta la propria forza psicologica. Per questo la sicurezza non dovrebbe fermarsi al “chi sembra essere” l’attaccante, ma concentrarsi su come bloccarlo prima che entri, indipendentemente dal marchio che usa.
*Illustrazione progettata da CheckPoint
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Ransomware e GenAI sotto osservazione
Il nuovo report di Check Point mostra un aumento degli attacchi in Italia e nel mondo, con il ransomware in ripresa e la GenAI sempre più esposta a fughe di dati.
Lo scorso mese di giugno le organizzazioni italiane hanno registrato in media 2.602 attacchi informatici a settimana, un valore in crescita rispetto al mese precedente e superiore alla media globale. Il quadro che emerge dal nuovo report di Check Point è quello di una pressione costante, non di una crisi improvvisa: gli attacchi aumentano un po’ ovunque, in più regioni e in più settori, segno che i criminali stanno allargando il raggio d’azione.
Per capire il dato basta pensare a una città dove, invece di avere un solo quartiere sotto pressione, i tentativi di intrusione arrivano contemporaneamente da più zone. Questo rende più difficile difendere tutto con la stessa efficacia, perché non c’è un unico punto da presidiare ma molti fronti aperti.
I bersagli
Il settore dell’istruzione resta il bersaglio preferito dai criminali, seguito da pubblico e telecomunicazioni. Scuole, università e reti di campus sono obiettivi appetibili perché spesso hanno molti utenti, dispositivi diversi tra loro e risorse di sicurezza limitate. In pratica, sono ambienti molto vivi e aperti, ma anche più complessi da proteggere.
Sul fronte delle regioni, l’America Latina risulta la più colpita, mentre anche Europa e Nord America mostrano aumenti significativi. Questo è un segnale importante perché indica che la pressione non riguarda un’area isolata, ma si sta distribuendo in modo più ampio sul panorama globale.
Cresce la GenAI
Quando si parla di GenAI si intendono gli strumenti di intelligenza artificiale generativa, cioè quelli a cui chiediamo di scrivere testi, riassumere documenti o aiutare nel lavoro quotidiano. Il problema è che, per ottenere risposte utili, spesso gli utenti incollano dentro i prompt informazioni sensibili senza rendersene conto: dati interni, dettagli sui clienti, informazioni finanziarie o documenti riservati.
Il report segnala che una richiesta GenAI su 26 presenta un rischio elevato di fuga di dati. È un po’ come chiedere aiuto a un assistente molto efficiente, ma parlargli con troppa disinvoltura, lasciando sul tavolo più informazioni di quante servano davvero. Il rischio non è solo nell’attacco esterno: nasce anche dall’uso quotidiano e poco controllato di questi strumenti.
Pericolo ransomware
Un altro capitolo caldo è il ransomware, il malware che blocca file o sistemi e poi chiede un riscatto. A giugno gli attacchi di questo tipo sono aumentati ancora, con 646 episodi rilevati. Cambia anche la classifica dei gruppi più attivi: The Gentlemen ha superato Qilin, mentre LockBit torna a crescere. Dietro questi nomi ci sono organizzazioni criminali che operano quasi come aziende, con affiliati, strumenti condivisi e tecniche sempre più evolute.
*Illustrazione progettata da Checkpoint
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Raspberry Pi Touch Display 2 cresce: arriva il modello ufficiale da 10″
La famiglia dei display ufficiali Raspberry Pi si amplia con un nuovo Touch Display 2 da 10,1 pollici, il modello più grande realizzato finora dalla Foundation. Dopo il display da 7 pollici, introdotto nel 2015, e la variante compatta da 5 pollici, presentata nel 2025, arriva una versione pensata per offrire più spazio ai progetti interattivi e ai sistemi embedded.
Il nuovo pannello IPS utilizza una risoluzione di 1200 × 1920 pixel in formato portrait nativo, supporta il multitouch fino a dieci dita e raggiunge una luminosità di 400 nit. Il collegamento avviene tramite interfaccia MIPI DSI, mentre l’alimentazione arriva dal connettore GPIO, mantenendo la semplicità tipica degli accessori ufficiali Raspberry Pi. La confezione include anche i cavi necessari e le viti di fissaggio.
Il display è compatibile con Raspberry Pi 5 e con i Compute Module, utilizzando una carrier board dotata di connettore DSI. Raspberry Pi OS integra già i driver del touchscreen, il supporto al multitouch e la tastiera virtuale, permettendo di realizzare dispositivi completamente touch senza periferiche aggiuntive.
Le dimensioni maggiori lo rendono particolarmente interessante per dashboard di monitoraggio, pannelli di controllo per la domotica, sistemi di digital signage, chioschi informativi, terminali industriali e tablet personalizzati basati su Raspberry Pi. Con un prezzo di listino di 80 dollari e una disponibilità garantita almeno fino al 2030, potrebbe diventare uno dei display di riferimento per molti progetti maker e professionali.
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