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Apple fa la guerra agli sviluppatori
La nuova normativa UE apre un’alternativa all’App Store ma Apple sembra mirare a “bruciare” questi negozi
Volete mettere un collegamento per acquistare una app sul vostro sito o proporla su una varietà di piattaforme? Se volete distribuirla sugli iPhone, potreste avere delle difficoltà oppure pagare un caro prezzo per poterlo fare. Apple si trova a dover offrire delle alternative al testato e proficuo sistema basato su Apple Store e Apple Pay per la vendita delle app, sia nel vecchio continente sia in quello nuovo ma, oltre a sostenere che l’apertura a nuove soluzioni può mettere a rischio sicurezza e privacy degli utenti iOS, ha messo in atto dei metodi per coprire le proprie spese che riducono notevolmente i vantaggi di queste teoriche aperture del mercato per gli sviluppatori.
Cosa dice la normativa UE
La legge sui mercati digitali (o DMA da Digital Markets Act) è una norma europea che mira a regolamentare le grandi piattaforme online, denominate gatekeeper, per garantire una concorrenza leale e l’innovazione nel mercato digitale. La DMA stabilisce delle regole per i gatekeeper, imponendo una serie di obblighi per proteggere la libertà di scelta e la privacy degli utenti. Lo scopo della legge è evitare che operatori con un significativo potere di mercato, come Apple, possano abusarne. I gatekeeper hanno dovuto rispettare gli obblighi delineati nel DMA, tra cui consentire l’interoperabilità con terze parti, fornire l’accesso ai dati generati dagli utenti e garantire un trattamento equo delle imprese sulle proprie piattaforme. La mancata osservanza può portare multe fino al 10% del fatturato annuo totale mondiale di un’azienda o persino rimedi strutturali come la cessione di sue parti. Come la legge sottolinea “Pratiche di un gatekeeper, come favorire i propri servizi o impedire agli utenti commerciali dei propri servizi di raggiungere i consumatori, possono eliminare la concorrenza, portando come conseguenze meno innovazione, meno qualità e prezzi più alti. Quando un gatekeeper adotta pratiche sleali, per esempio imponendo condizioni inique per l’accesso al proprio negozio online di applicazioni software o impedendo l’installazione di applicazioni provenienti da altre fonti, è probabile che i consumatori paghino di più o siano privati dei benefici che i servizi alternativi avrebbero potuto apportare”. Nel caso specifico di Apple, la legge comporta che gli sviluppatori, nell’App Store nell’UE per iOS, iPadOS, macOS, tvOS e watchOS, abbiano la possibilità di utilizzare fornitori di servizi di pagamento alternativi a quello di Apple per gli acquisti e possano offrire un collegamento alla propria pagina Web per completare le transazioni. Apple naturalmente si è adeguata alla normativa ma i costi legati alle opzioni pagamento alternative hanno lasciato perplessi molti operatori del settore e sembrano annullare i benefici della legge.

Un esempio di quanto potrebbe dover pagare Meta per distribuire Instagram su un nuovo app store iOS. Senza programmi come Instagram, però, potranno decollare dei nuovi store di questo tipo?
Il costo di un’alternativa
Se uno sviluppatore continua a utilizzare il sistema di pagamento dell’App Store con il modello di commissione mondiale nell’UE, non è necessario alcun intervento. Per iniziare a utilizzare le nuove opzioni di elaborazione dei pagamenti, invece, lo sviluppatore deve accettare un addendum sui termini alternativi per le app distribuite nell’Unione Europea per tutti i suoi account. L’accordo include nuovi termini commerciali per queste app, tra cui una Core Technology Fee (CTF). Per le app iOS distribuite su App Store e/o su un marketplace alternativo che raggiungono una scala significativa, pagherete 0,50 € per ogni prima installazione annuale oltre 1 milione di esse. David Heinemeier Hansson, creatore di Ruby on Rails e fondatore di Basecamp e HEY, ha spiegato in un suo post cosa significa in pratica in termini di costi. “Prendiamo Meta come esempio. Solo la loro applicazione Instagram è utilizzata da oltre 300 milioni di persone in Europa. Per semplificare i calcoli, diciamo che nell’UE ce ne sono 250 milioni. Per distribuire Instagram su, per esempio, un nuovo app store iOS di Microsoft, Meta dovrebbe pagare ad Apple 11.277.174 dollari AL MESE (!!!) come “Core Technology Fee”. Cioè 135 milioni di dollari all’anno. Solo per il privilegio di inserire Instagram in un negozio concorrente. Non è previsto alcun compenso se l’applicazione rimane esclusivamente nell’App Store di Apple”. Heinemeier parla di “estorsione” riferendosi a questi costi e prosegue così: “E Meta ha molte applicazioni di successo! In Europa WhatsApp è ancora più popolare di Instagram, quindi si tratta di altri 135 milioni di dollari all’anno. Poi devono pagare anche l’app di Facebook. E c’è l’app Messenger. Se si aggiungono cento milioni qui e cento milioni là, improvvisamente si parla di cifre davvero importanti! Anche per una grande azienda come Meta, sarebbe una spesa folle offrire tutte le proprie applicazioni in questi nuovi app store alternativi. Il che, ovviamente, è il punto chiave. Apple non vuole che Meta, o chiunque altro, utilizzi questi negozi alternativi. Vogliono che tutto rimanga esattamente com’è, in modo da poter continuare la loro routine indisturbati. Questa strategia è quindi esplicitamente progettata per garantire che nessun negozio di app di terze parti possa mai decollare. Senza le grandi app, non ci sarà alcuna attrazione e non ci saranno store. Tutti gli sforzi dell’UE per creare concorrenza nei mercati digitali saranno inutili. E Apple potrà inviare un chiaro segnale: ‘se interrompete il nostro gatekeeping, ve ne faremo pentire e dovrete pagare. Non opponete resistenza, lasciate perdere’. Speriamo che l’UE non lasci perdere”. Un iPhone è di fatto un computer? In un ulteriore post, Hansson sottolinea un altro aspetto importante di questa controversia. “La disputa sull’App Store si riduce a una grande domanda: l’iPhone è un computer o no? Se è un computer, dovremmo avere il diritto di calcolo. Come i consumatori hanno ottenuto il diritto alla riparazione. Se è un computer, dovrebbe essere vostro e dovreste avere il diritto di installare qualsiasi software desideriate. Se non è un computer, allora cos’è? Una console di gioco? Un elettrodomestico? Un giocattolo? C’è uno spettro in queste definizioni in cui i consumatori forse non si aspetterebbero il diritto di installare software di loro scelta, anche se c’è un “computer” da qualche parte all’interno dell’oggetto. E sospetto che sia proprio questo modello mentale ad animare i sostenitori di Apple su questo tema. Vogliono sfuggire alla libertà di possedere un computer. Ma credo che la maggior parte delle persone, a conti fatti, creda che il proprio smartphone sia un vero e proprio computer. E che dopo aver pagato anche più di 1.000 euro per questo computer, dovrebbero essere in grado di installare qualsiasi software desiderino. Senza dover chiedere il permesso ad Apple o a Google! Dovrebbero essere in grado di avere un rapporto diretto con aziende come Adobe, Epic, Netflix o 37signals, senza l’intermediazione di un casellante che dica loro cosa è consentito o che chieda una percentuale spropositata. Proprio come hanno potuto fare con ogni moderno PC fin dagli albori dell’informatica”.
Un freno per le app gratuite
Non sono solo i grandi sviluppatori come Meta a soffrire della nuova politica di Apple. Come sottolineato dal sito Macrumors, questo potrebbe infatti portare gli sviluppatori di applicazioni freemium alla bancarotta se scegliessero di usare pagamenti o store alternativi. Se per esempio sviluppate un’app gratuita e avete la fortuna che diventi un successo con oltre un milione di installazioni, vi troverete a pagare 0,50 € al mese per ogni utente. Con due milioni di installazioni, sono più di 41.000 € al mese, come potete vedere nella foto qui accanto, fatta con il sistema di calcolo offerto da Apple. Questo modello risulta insostenibile per le app gratuite mentre quelle freemium devono generare almeno 0,50 € per utente per sostenere le spese. Per evitare il rischio di andare in perdita, gli sviluppatori potrebbero dover richiedere un pagamento iniziale per le loro app… rinunciando quindi di fatto a essere freemium, perché questa strategia commerciale prevede che l’app sia offerta gratuitamente e che solo funzionalità, servizi o contenuti aggiuntivi richiedano un pagamento. Conviene quindi lasciare tutto com’è, senza avere pagamenti e metodi di distribuzioni alternativi ed eliminando in questo modo le spese fisse… ma con questa situazione il provvedimento dell’UE è riuscito a creare un mercato più libero? Apple dichiara nel suo comunicato stampa che l’aumento di costi si applica solo all’1% delle app. Resta però la domanda se gli altri app store possano essere competitivi senza quell’1% di grande successo.

Con due milioni di installazioni, un’app gratuita ha più di 41.000 € al mese di costi fissi se usa app store o sistemi di pagamento alternativi, ma nessun costo fisso se mantiene il contratto Apple tradizionale
Leggi anche: “Apple corre ai ripari”
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Dal kernel a root in pochi passi
La vulnerabilità CVE-2026-46242 consente a un utente locale senza privilegi di ottenere controllo root sui sistemi Linux e Android vulnerabili.
Una nuova falla nel cuore di Linux riporta sotto i riflettori un problema che riguarda non solo server e PC, ma anche molti dispositivi Android. La vulnerabilità, soprannominata Bad Epoll, permette a un utente con accessi molto limitati di arrivare fino ai privilegi di root, cioè al livello massimo di controllo sul sistema. In pratica, è come passare da semplice ospite a proprietario con le chiavi di tutte le stanze.
Al cuore del problema
Il punto delicato è che la falla si trova nel kernel, la parte più interna del sistema operativo, quella che gestisce memoria, processi, hardware e permessi. Quando un bug colpisce questa zona, le conseguenze possono essere serie perché non si parla più di un’app difettosa, ma del motore che coordina tutto il resto. Bad Epoll riguarda in particolare epoll, un meccanismo usato da Linux per gestire in modo efficiente molti eventi contemporaneamente, come connessioni di rete o operazioni sui file. È una funzione tecnica poco nota agli utenti, ma molto comune nei sistemi moderni.
Secondo le analisi pubbliche, il difetto è un use-after-free, un termine tecnico che può sembrare oscuro ma che si può spiegare in modo semplice. Immagina che il sistema abbia buttato via un foglio di appunti perché pensa che non serva più, ma un altro processo continui a scriverci sopra come se fosse ancora valido. In informatica succede qualcosa di simile: una parte del sistema libera una porzione di memoria, mentre un’altra prova ancora a usarla. Questo cortocircuito può aprire la strada alla corruzione della memoria e, in alcuni casi, all’aumento dei privilegi.

Il diagramma mostra come una race condition nel sottosistema epoll di Linux possa aprire una finestra di scrittura su memoria liberata, consentendo l’escalation dei privilegi fino a root su sistemi Linux e Android vulnerabili.
Nel caso di Bad Epoll c’è anche un elemento che preoccupa particolarmente: il prototipo di exploit sviluppato dal ricercatore che ha segnalato la falla avrebbe una percentuale di successo molto alta, vicina al 99%, nonostante il difetto si basi su una finestra temporale minuscola. In altre parole, non si tratta solo di una vulnerabilità teorica difficile da sfruttare, ma di qualcosa che ha già mostrato una concreta affidabilità tecnica.
Perché Android entra in questa storia?
Perché il sistema operativo mobile di Google poggia anch’esso sul kernel Linux. Se un dispositivo Android utilizza un kernel vulnerabile, una app malevola o un altro codice già presente sul telefono potrebbe tentare di sfruttare la falla per ottenere permessi molto più elevati. Questo non significa che tutti gli smartphone Android siano automaticamente compromessi, ma ricorda quanto sia importante la velocità con cui i produttori distribuiscono le patch di sicurezza.
Va chiarito anche un punto importante: Bad Epoll non è una falla che consente a chiunque su Internet di entrare da remoto con un clic. Serve già un punto d’appoggio locale sul sistema, per esempio un account limitato, un’app installata o un processo compromesso. Ma proprio qui sta il rischio reale: se un attaccante ha già messo un piede nella porta, questa vulnerabilità può spalancarla del tutto.
La difesa più concreta, in questo momento, è semplice da dire e meno semplice da applicare ovunque: aggiornare. Le correzioni esistono già e andrebbero installate il prima possibile sui sistemi Linux interessati e, nel caso di Android, non appena il produttore del dispositivo le rende disponibili. Per aziende e amministratori vale la pena dare priorità ai sistemi esposti, multiutente o dove gira codice non fidato. Per gli utenti comuni, invece, il consiglio resta quello di installare aggiornamenti, evitare app da fonti sconosciute e non sottovalutare mai i bollettini di sicurezza.
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Nuovi domini Internet
Il nuovo round ICANN permette di candidarsi per estensioni Internet personalizzate: una possibilità rara che può rafforzare identità, fiducia e riconoscibilità online.
C’è una scadenza importante che, fuori dagli addetti ai lavori, rischia di passare sotto silenzio: il 12 agosto 2026 si chiude il nuovo round ICANN per richiedere estensioni Internet personalizzate. In pratica, enti, città, territori e marchi possono candidarsi per ottenere un proprio dominio di primo livello, come già accaduto in passato con esempi internazionali come .paris, .berlin o .london.
L’idea è semplice da capire: invece di usare solo indirizzi tradizionali come “nomeazienda.it”, un’organizzazione potrebbe gestire uno spazio digitale ufficiale che porta il proprio nome alla radice del Web, come .brand o .città. È un po’ come avere un’insegna tutta propria su una strada molto trafficata: non cambia solo l’estetica, ma anche il controllo su ciò che c’è dietro quella porta.
Opportunità per molti
Per aziende e marchi, questa possibilità non è solo una curiosità tecnica. Un’estensione proprietaria può diventare uno strumento per rendere più riconoscibili i canali ufficiali, semplificare la comunicazione e aiutare gli utenti a distinguere più facilmente i siti autentici da quelli imitativi. Se un utente vede un indirizzo dentro un’estensione controllata direttamente dal brand, è più facile che percepisca coerenza e affidabilità.
Il tema è interessante anche per città e territori italiani. Nomi come Roma, Milano, Venezia, Sicilia o Toscana hanno una forza identitaria enorme e sono già riconoscibili nel mondo. Avere un’estensione dedicata potrebbe significare costruire un ambiente digitale ufficiale per turismo, servizi, cultura, promozione economica e dialogo con cittadini e imprese.
Il round attuale è particolarmente rilevante perché arriva dopo molti anni di attesa: l’ultimo grande programma di questo tipo risale al 2012. In altre parole, non si tratta di una finestra che si apre ogni stagione, ma di un’occasione rara, con tempi lunghi e regole complesse. Chi pensa di valutare una candidatura non può permettersi di rimandare troppo.
Non bisogna però confondere questa opportunità con una scorciatoia. Richiedere un nuovo dominio di primo livello significa affrontare un percorso impegnativo, fatto di verifiche tecniche, aspetti legali, costi, regole di governance e, per i nomi geografici, anche autorizzazioni istituzionali. È come progettare una nuova infrastruttura digitale: serve una visione chiara, ma anche la capacità di mantenerla nel tempo.
Sul piano della sicurezza informatica, il punto più interessante è proprio questo: un’estensione ufficiale può aiutare a rafforzare la fiducia degli utenti, ridurre la frammentazione della presenza online e rendere più evidente quali siano i canali autentici. In un’epoca in cui phishing e siti falsi sfruttano spesso la confusione, avere un namespace controllato può diventare anche un alleato nella protezione dell’identità digitale.
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Satispay accelera verso il banking
Con pagamenti globali, carte digitali e investimenti su smartphone, il conto si avvicina sempre di più al telefono: e la sicurezza dell’account diventa decisiva.
Satispay allarga il proprio raggio d’azione e compie un passo importante verso il banking: dopo l’IBAN, arrivano le carte di debito in partnership con Mastercard e debutta anche il servizio per comprare e vendere azioni ed ETF direttamente in app. La novità riguarda una piattaforma che conta già 6,5 milioni di utenti, 450.000 attività convenzionate e un ARR di 120 milioni di euro a giugno 2026, numeri che aiutano a capire perché questa evoluzione non sia solo commerciale ma anche rilevante sul piano della sicurezza digitale.
Quando una app di pagamento diventa sempre più simile a un conto, infatti, cresce anche il suo valore per i cybercriminali. Più servizi finanziari vengono concentrati in un unico punto, più quell’app diventa interessante per phishing, furto di credenziali, SIM swapping e truffe di social engineering. In parole semplici: se in un solo ambiente puoi ricevere denaro, pagare, investire e usare una carta, allora proteggere quell’accesso diventa ancora più cruciale.

Nuova carta di debito
La novità più evidente è l’arrivo delle carte di debito Mastercard, disponibili in tre varianti fisiche e anche in formato digitale per il wallet. Questo permetterà di pagare con Satispay in tutto il mondo, con zero commissioni di cambio sui pagamenti in valuta extra-euro e prelievi gratuiti entro i limiti previsti dai diversi piani. Dal punto di vista della sicurezza, la carta digitale nel wallet è un passaggio importante perché sposta sempre di più i pagamenti verso ambienti protetti da autenticazione del dispositivo, biometria e tokenizzazione, cioè la sostituzione dei dati reali della carta con codici temporanei che riducono l’esposizione delle informazioni sensibili.
Il tema non è secondario. Più i pagamenti diventano semplici, più devono essere robusti dietro le quinte. L’utente vede un gesto rapido, per esempio avvicinare lo smartphone al POS o autorizzare un pagamento in app, ma dietro ci sono controlli che servono a verificare che quel denaro venga mosso davvero dal titolare legittimo. È un equilibrio delicato: la comodità aumenta, ma anche la necessità di difendersi da accessi abusivi, link falsi e tentativi di impersonificazione.
Non solo carte!
Accanto alle carte, Satispay rafforza anche la sezione investimenti. Dalla prossima settimana gli utenti potranno accedere a oltre 1.000 tra azioni ed ETF, con una commissione fissa di 0,89 euro per operazione e la possibilità di iniziare anche da 1 euro grazie agli strumenti frazionati. Qui la sicurezza entra in gioco in modo ancora più evidente, perché ogni funzione finanziaria aggiuntiva amplia il perimetro da proteggere: non ci sono solo i pagamenti, ma anche ordini di acquisto, movimenti di denaro e decisioni di investimento che potrebbero diventare bersagli di frodi sempre più sofisticate.
Per chi non mastica il linguaggio della finanza, un ETF è semplicemente uno strumento che raccoglie più titoli in un unico prodotto, un po’ come un cestino con dentro tante azioni diverse. Proprio perché l’accesso viene reso più facile e guidato, sarà importante accompagnare questa semplificazione con buone pratiche di sicurezza: password solide, autenticazione a più fattori, attenzione ai messaggi che chiedono verifiche urgenti e diffidenza verso finti operatori dell’assistenza.
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Windows e il caso BlueHammer
La vulnerabilità CVE-2026-33825 consente un’escalation di privilegi su Windows sfruttando un difetto nel funzionamento di Microsoft Defender.
Quando si parla di sicurezza su Windows, molti pensano che il pericolo arrivi soprattutto da file infetti, allegati sospetti o programmi scaricati da siti poco affidabili. La vicenda di BlueHammer, però, racconta qualcosa di diverso e più scomodo: a volte il problema può nascere dentro un meccanismo di protezione del sistema stesso. La falla, identificata come CVE-2026-33825, riguarda Microsoft Defender ed è stata sfruttata per ottenere un’escalation di privilegi, cioè per passare da un account normale al pieno controllo del computer.
Come funziona un attacco Privilege Escalation
Immaginiamo un visitatore che riesce a entrare in un edificio con un badge da ospite e, sfruttando un difetto nei controlli interni, finisca direttamente nella sala di comando. Ecco: un attacco di privilege escalation funziona più o meno così. L’aggressore non entra necessariamente da zero, ma una volta dentro prova a salire di livello fino a ottenere i permessi più alti, quelli che su Windows corrispondono all’account SYSTEM.
Secondo le analisi pubbliche, BlueHammer avrebbe sfruttato il processo di aggiornamento delle firme di Defender, cioè quei file che l’antivirus usa per riconoscere minacce note. Durante quel passaggio, in condizioni specifiche, sarebbe stato possibile manipolare il flusso e costringere il sistema a compiere operazioni con privilegi elevatissimi. Il punto delicato è proprio questo: l’attacco non passerebbe da una classica finestra sospetta o da un allarme evidente, ma sfrutterebbe un comportamento interno del sistema operativo.
Per gli utenti comuni questo dettaglio conta molto. Significa che anche un account “limitato”, magari quello di un dipendente senza privilegi amministrativi, può diventare un trampolino di lancio se un attaccante riesce a comprometterlo con phishing, malware o credenziali rubate. Da lì, una falla come BlueHammer può trasformare un accesso iniziale modesto in un controllo quasi totale della macchina.
Esiste una soluzione?
La buona notizia è che Microsoft ha corretto il problema con la patch del 14 aprile 2026. La cattiva è che, secondo fonti recenti, la vulnerabilità continua a essere sfruttata attivamente contro sistemi Windows 10 e Windows 11 non aggiornati. CISA ha inserito BlueHammer tra le vulnerabilità note e sfruttate, segnale che il rischio non è rimasto teorico.
Qui entra in gioco una lezione importante, spesso sottovalutata: aggiornare non serve solo ad avere nuove funzioni, ma a chiudere porte che gli attaccanti conoscono già. Molti utenti rimandano gli update perché temono riavvii, perdita di tempo o piccoli problemi di compatibilità. Ma una patch installata in ritardo può lasciare aperto un varco che, nel frattempo, è già finito nei kit e negli strumenti usati dagli attaccanti.
In pratica, chi usa Windows 10 o Windows 11 dovrebbe verificare di aver installato gli aggiornamenti cumulativi successivi al 14 aprile 2026. Per aziende e amministratori conta anche il monitoraggio dei comportamenti anomali, soprattutto quando un processo con pochi privilegi tenta improvvisamente di ottenere accessi molto più ampi.
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L’IA trova da sola la strada dell’attacco
Non servono app da installare né exploit sofisticati: può bastare concedere a un sito l’accesso a una cartella del dispositivo.
Una nuova ricerca di Check Point mostra un cambio di scenario che potrebbe pesare molto sulla sicurezza digitale dei prossimi anni: un modello di intelligenza artificiale avrebbe individuato da solo un modo concreto per trasformare una normale funzione del browser in una tecnica simile al ransomware. In altre parole, non si parla di un virus classico da installare sul telefono o sul PC, ma di una trappola che può partire direttamente dal browser, con un semplice clic su una richiesta di autorizzazione.
Le origini
Il caso nasce dall’analisi di file attribuiti a DeepSeek, uno dei modelli di AI oggi più accessibili. Secondo Check Point, tra quasi 3.000 campioni esaminati è emerso un codice che sembrava inizialmente una “allucinazione” dell’intelligenza artificiale, cioè una risposta tecnicamente confusa o sbagliata. Dentro quella confusione, però, il modello aveva individuato un elemento corretto e molto delicato: l’uso di una funzione del browser chiamata showDirectoryPicker(), che permette a un sito Web di chiedere accesso a una cartella selezionata dall’utente.
Detta così può sembrare innocua, e in effetti la funzione è legittima. Serve, per esempio, a far lavorare applicazioni Web che devono aprire, modificare o salvare file. Il problema nasce se quella stessa possibilità viene usata in modo malevolo. Per dimostrare il rischio, i ricercatori hanno creato una prova di concetto chiamata AI Avatar Enhancer, presentata come uno strumento per migliorare fotografie con l’AI. In realtà, una volta ottenuto l’accesso alla cartella scelta dalla vittima, il sito poteva cifrare i file proprio come farebbe un ransomware.
Qui entra in gioco un aspetto importante: non servono exploit del browser, privilegi speciali, installazione di app o file APK. Basta che l’utente autorizzi il sito ad accedere a una directory. È un dettaglio cruciale perché sposta il rischio su un gesto che molte persone considerano banale, come accettare una finestra di permesso. In pratica, è un po’ come lasciare entrare qualcuno in casa perché si presenta come un tecnico che deve sistemare le foto di famiglia, salvo poi ritrovarsi gli armadi chiusi a chiave.
Utenti Android a rischio
Con Chrome 132 Google ha introdotto il pieno supporto alla File System Access API su Android e i test con Chrome 148 hanno mostrato che una pagina Web può chiedere l’accesso alla cartella DCIM, quella che di solito contiene foto, screenshot, documenti scansionati, codici di recupero e spesso anche immagini di referti o carte d’identità. Safari su iPhone non espone questa API, quindi la tecnica descritta non risulta applicabile ai dispositivi Apple.
Il punto più inquietante, però, è un altro: l’AI non si sarebbe limitata a copiare una tecnica nota, ma avrebbe collegato autonomamente un rischio teorico a una catena di attacco praticabile. Questo significa che la barriera tra “idea pericolosa” e “attacco funzionante” potrebbe abbassarsi molto, soprattutto per criminali con competenze tecniche limitate.
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La truffa degli hotel
I criminali informatici sfruttano file compressi e falsi componenti software per colpire il personale degli hotel e rubare informazioni sensibili.
Una semplice richiesta di lavoro o una comunicazione che sembra legata alla gestione delle prenotazioni può trasformarsi in una trappola molto efficace. È questo il punto che emerge dalle più recenti campagne rivolte al settore alberghiero, dove i criminali informatici sfruttano file compressi, falsi strumenti software e procedure apparentemente normali per infettare i computer e sottrarre dati sensibili.
Il funzionamento
Il meccanismo è più subdolo di quanto sembri. Invece di puntare su allegati palesemente sospetti, gli attaccanti confezionano messaggi credibili, spesso costruiti per sembrare richieste tecniche, documenti da controllare o aggiornamenti necessari per visualizzare un contenuto. In alcuni casi, alla vittima viene chiesto di aprire un file ZIP e installare un componente che dovrebbe servire a far funzionare correttamente un’applicazione. In realtà, dietro quel passaggio si nasconde l’avvio dell’infezione.
Per capire il rischio, basta pensare a un pacco con etichetta autentica ma contenuto manomesso. Il file ZIP, di per sé, non è pericoloso: è solo un contenitore compresso, usato normalmente per inviare più file insieme. Il problema nasce da ciò che contiene. Se dentro c’è un programma modificato o uno script malevolo, l’utente può avviare inconsapevolmente un software pensato per aprire la porta agli aggressori.
Uno degli aspetti più insidiosi di queste campagne è l’uso di strumenti legittimi o molto comuni nel mondo dello sviluppo software, come Node.js. Per chi non lo conosce, si tratta di una piattaforma utilizzata dagli sviluppatori per eseguire applicazioni JavaScript fuori dal browser. In un contesto aziendale normale non dovrebbe far scattare allarmi immediati. Proprio per questo può diventare un ottimo travestimento: se un attaccante riesce a far passare un’installazione malevola come un componente tecnico necessario, molte persone potrebbero considerarla una procedura plausibile.
I rischi
Il bersaglio, però, non è il software in sé. L’obiettivo finale è quasi sempre il furto di informazioni: credenziali di accesso, dati aziendali, contenuti delle e-mail, documenti interni o dettagli finanziari. Nel caso degli hotel, il rischio è ancora più delicato perché queste strutture gestiscono prenotazioni, dati personali dei clienti, dettagli di pagamento e comunicazioni continue con fornitori e piattaforme esterne. Un singolo computer compromesso può quindi diventare il punto di partenza per frodi, furto di account o attacchi successivi.
Il motivo per cui il settore ricettivo è così appetibile è semplice: lavora con ritmi rapidi, personale spesso sotto pressione e un flusso costante di file, conferme e richieste urgenti. In un ambiente del genere, una email ben scritta e un allegato apparentemente coerente con l’attività quotidiana possono sembrare del tutto normali. È qui che entra in gioco l’ingegneria sociale, cioè l’arte di manipolare una persona spingendola a fidarsi e ad agire in fretta.
La difesa più efficace parte da abitudini concrete. Non installare componenti ricevuti via mail senza una verifica, evitare di aprire archivi compressi inattesi, controllare sempre il mittente reale del messaggio e limitare i privilegi di installazione sui PC aziendali. Anche la formazione del personale conta molto: riconoscere una richiesta anomala prima ancora del clic resta uno dei modi migliori per fermare l’attacco all’inizio.
Leggi anche: “Attacco dos sul software 7-zip”
*Illustrazione progettata da Microsoft
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Il nuovo volto del phishing
I cybercriminali usano AI, pagine di login false e tecniche elusive per rubare credenziali, bypassare la 2FA e consolidare la propria presenza in rete.
Una sola e-mail può bastare per mettere in crisi un’intera organizzazione. È il messaggio che arriva da una simulazione condotta da Barracuda, secondo cui un attacco di phishing ben costruito può trasformarsi in una compromissione completa nel giro di appena cinque minuti. Un tempo brevissimo, ma sufficiente per rubare credenziali, aggirare l’autenticazione a più fattori, prendere il controllo della casella di posta e aprire la strada a ulteriori azioni malevole.
Attacco in pratica
La dimostrazione parte da un elemento ormai familiare: una e-mail credibile, scritta con l’aiuto dell’intelligenza artificiale generativa e costruita per sembrare urgente. Nel caso simulato, il destinatario ha ricevuto la richiesta di controllare rapidamente un documento. Nulla di particolarmente sospetto all’apparenza. Dopo una ventina di minuti ha aperto il messaggio e cliccato sul link, finendo su una falsa pagina di accesso Microsoft.
A quel punto l’attacco accelera. Nel giro di un minuto la vittima inserisce le proprie credenziali, convinta di trovarsi davanti al sito autentico. In realtà gli aggressori stanno intercettando in tempo reale i dati che passano tra l’utente e la piattaforma legittima. Subito dopo arriva la richiesta di autenticazione a più fattori, il sistema che di solito aggiunge un secondo livello di sicurezza oltre alla password. Ma anche questo passaggio, in questo scenario, non basta.
Gli attaccanti riescono infatti a sottrarre il cookie di sessione, cioè una sorta di “pass temporaneo” che dice al sistema: questo utente ha già effettuato correttamente il login. Per capirci, è come rubare non la chiave di casa, ma il badge già attivo che permette di entrare senza rifare i controlli. Con quel pass digitale, dopo appena due minuti dal primo clic, il Red Team è riuscito ad accedere direttamente alla posta della vittima, leggere e inviare messaggi a suo nome, entrare in SharePoint e OneDrive, impostare regole per nascondere la propria attività e autorizzare applicazioni OAuth malevole.
Anche qui conviene spiegare il termine: OAuth è un sistema che consente a un’app di ottenere permessi su un account senza conoscere direttamente la password. È molto comodo quando usiamo servizi legittimi collegati tra loro, ma può diventare pericoloso se viene concesso accesso a un’app malevola che si presenta come innocua. Per mantenere il controllo più a lungo, nella simulazione è stata usata anche una tecnica chiamata ClickFix. In pratica, alla vittima viene chiesto di eseguire un’apparente verifica aggiuntiva, ma il risultato è che copia e attiva inconsapevolmente uno script dannoso. È un trucco semplice e subdolo: l’utente pensa di risolvere un problema tecnico e invece sta aprendo la porta all’attaccante.
Il punto chiave è che oggi molte campagne non si fermano più al furto della password. Puntano a entrare, restare nascoste e consolidare la propria presenza prima che qualcuno si accorga di qualcosa. Se un’operazione del genere proseguisse senza essere fermata, il passo successivo potrebbe essere il furto di dati, il blocco dei sistemi o perfino un attacco ransomware.
*Illustrazione progettata da Barracuda
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