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Italia sempre più sotto attacco!

Da un recente rapporto Clusit, nel nostro Paese si registra una impennata di attacchi cyber: +40% nei primi sei mesi del 2023 rispetto al 2022, quasi quattro volte più che nel resto del mondo.

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I ricercatori dell’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica (Clusit) hanno presentato un dettagliato Rapporto di fine anno che evidenzia un rallentamento della crescita degli attacchi a livello globale nel primo semestre 2023. Tale crescita si attesta all’11% (era il 21% nell’anno 2022), poco sopra alla tendenza anno su anno registrata negli ultimi cinque anni. In controtendenza, nel nostro Paese, nel primo semestre 2023 i ricercatori di Clusit hanno registrato una crescita degli incidenti del 40%, quasi 4 volte superiore al dato globale.

Considerando il periodo che va dal 2018 al primo semestre 2023, a livello globale gli incidenti sono aumentati del 61,5%, mentre in Italia la crescita complessiva raggiunge il 300%. Nel complesso dei cinque anni, 505 attacchi noti di particolare gravità hanno coinvolto realtà italiane, di cui ben 132 – ovvero il 26% – si sono verificati nel primo semestre 2023. In questo periodo, nel nostro Paese è andato a segno il 9,6% degli attacchi mondiali. Il picco massimo – del semestre e di sempre – si è registrato ad aprile, con 262 attacchi.

Se nel contesto delle tensioni internazionali e di un conflitto ad alta intensità combattuto ai confini dell’Europa, a fine 2022 anche l’Italia appariva per la prima volta in maniera evidente nel mirino, nel 2023 la tendenza si è decisamente consolidata”, ha affermato Gabriele Faggioli, presidente di Clusit, commentando i dati. “Considerato che l’Italia rappresenta il 2% del PIL mondiale e lo 0,7% della popolazione, questo dato fa certamente riflettere”.

 

 

 

Gli obiettivi degli attacchi

In Italia la maggioranza degli attacchi noti si riferisce alla categoria Cybercrime, che rappresenta il 69% del totale, con una quota in significativo calo rispetto all’anno precedente (nel 2022 costituiva il 93,1% degli attacchi). Si attestano nel nostro Paese al 30% gli attacchi classificati come “Hacktivism” nel primo semestre 2023 (la percentuale era pari al 6,9% nel 2022), costituendo una quota molto superiore rispetto a quella globale: oltre il 37% degli attacchi compiuto a livello mondiale con finalità “Hacktivism” è avvenuto nei confronti di organizzazioni italiane. Secondo gli autori del Rapporto Clusit, gli attacchi dimostrativi avvenuti ai danni di enti o aziende italiane sono riconducibili alla situazione geopolitica, con particolare riferimento al conflitto in Ucraina e all’azione di gruppi di attivisti che hanno rivolto campagne al nostro Paese, così come verso altre nazioni del blocco filo-ucraino.

 

 

Chi viene attaccato nel mondo e in Italia

Nel primo semestre dell’anno il 20% degli attacchi globali è stato rivolto ai Multiple Targets – ovvero a bersagli appartenenti a diversi settori, colpiti contemporaneamente con l’obiettivo di mietere il maggior numero di vittime possibile. Seguono Healthcare, con il 14,5% degli attacchi, l’ambito Governativo/Militare/Law Enforcement, colpiti dall’11,7% degli attacchi, il comparto ICT, dall’11,4%, Financial/Insurance dal 10,5% ed Education che è stato bersaglio con il 7,1% degli attacchi globali.
Guardando alla distribuzione delle vittime nel nostro Paese, gli esperti di Clusit rilevano che nel semestre il maggior numero di attacchi è stato rivolto ad organizzazioni “Government” (23% del totale), seguita a breve distanza da “Manufacturing” (17%). Da segnalare che gli incidenti rivolti quest’ultimo comparto rilevati in Italia rappresentano il 34% del totale degli attacchi censiti verso il Manufacturing a livello globale.

 

Dove colpiscono i cyber criminali

L’America nel suo complesso ritorna a essere la zona geografica più colpita, con il 46,5% degli attacchi. L’Europa resta teatro di oltre un quinto delle violazioni globali nei primi sei mesi del 2023, così come nel 2022. Diminuiscono invece nettamente gli attacchi verso vittime in località multiple (-5 punti percentuali), segnale della preferenza dei cybercriminali verso azioni più mirate, secondo gli esperti di Clusit. Per ciò che concerne le tecniche di attacco, abbiamo che nel primo semestre 2023 oltre il 35% degli attacchi è andato a buon fine grazie all’utilizzo di Malware, percentuale in leggera flessione rispetto al 2022. Le tecniche sconosciute (categoria Unknown) sono al secondo posto con il 21%. Gli esperti di Clusit spiegano questo dato evidenziando che oltre un quinto del totale degli attacchi diventano di dominio pubblico a seguito di un data breach, nel qual caso le normative impongono di inviare una notifica agli interessati, che non comprende necessariamente una descrizione precisa delle modalità dell’attacco, spesso genericamente ascritto alla categoria “Unknown”.

Quasi il 17% degli attacchi nel mondo è stato compiuto nel primo semestre dell’anno sfruttando le Vulnerabilità, categoria che segna una crescita di 4,8 punti percentuali e Phishing/Social Engineering, in diminuzione di 3,4 punti percentuali rispetto al 2022. In concomitanza con l’aumento di attività riferibili ad Hacktivism ed Information Warfare, gli attacchi DDoS, pur pochi in valori assoluti, sono invece cresciuti di 3,8 punti percentuali; quelli realizzati tramite “Identity Theft/Account Hacking” dello 0,3%.
Il Malware, insieme al Ransomware, continua a rappresentare la principale tecnica di attacco utilizzata dai criminali anche in Italia (31%), ma in modo molto meno consistente rispetto al 2022 (53%) e di 4 punti percentuali inferiore al dato globale.

Per la prima volta da quando è esploso il fenomeno del ransomware assistiamo a un cambiamento rilevante nelle modalità e nelle finalità perseguite dagli attaccanti, che evidentemente riescono a ottenere con maggiore efficacia i loro scopi utilizzando tecniche diverse”, ha affermato Paolo Giudice, segretario generale di Clusit.

Sono invece i DDoS a registrare una notevole crescita nel nostro Paese, fanno notare gli esperti di Clusit, passando dal 4% del 2022 al 30% del primo semestre 2023, una quota di 5 volte superiore. L’incidenza di attacchi di questa tipologia in Italia è estremamente più elevata rispetto a quella registrata nel campione complessivo, che si ferma al 7,9%: le vittime italiane hanno subito un numero maggiore di attacchi DDoS, tanto da registrare circa il 37% del totale di tali eventi censito nel campione globale.
In aumento anche il dato degli attacchi di tipo phishing e ingegneria sociale, che in Italia risulta incidere in maniera maggiore rispetto al resto del mondo (14% vs 8,6% globale): “Questa crescita è indice di una forte necessità di sensibilizzazione e aumento della consapevolezza rispetto alle minacce cyber da parte degli utenti che hanno quotidianamente a che fare con i sistemi informatici”, ha confermato Paolo Giudice.

 

La “Severity” degli attacchi

Anche nel primo semestre dell’anno in corso gli attacchi con impatti gravi o gravissimi – ovvero con ripercussioni tecnologiche, economiche, legali e reputazionali – sono stati la stragrande maggioranza, arrivando al 78,5% (erano l’80% nel 2022). Gli incidenti con impatti medi sono solo un quinto, mentre sono quasi del tutto scomparsi quelli con impatti bassi.

Investiamo sempre di più in cybersecurity, sebbene non ancora abbastanza, ma subiamo anche più danni”, ha ribadito Gabriele Faggioli. “È il sintomo che dovremmo rivalutare gli investimenti, oltre che incrementarli, con un approccio al problema radicalmente differente, investendo condivisione della conoscenza, delle risorse e dei costi cyber in un’ottica di economia di scala”.

La gravità degli attacchi è stata inoltre analizzata dai ricercatori di Clusit in relazione alla tipologia di attaccanti. Il Cybercrime, nel primo semestre 2023 ha avuto impatti gravi nel 40% dei casi; gli attacchi perpetrati con finalità di spionaggio o cyber warfare mostrano impatti critici che arrivano quasi all’80% dei casi, in decisa crescita rispetto al 2022. La categoria governativa/militare è quella che subisce attacchi di gravità maggiore; in crescita anche l’impatto degli attacchi nel settore Healthcare, che resta un bersaglio conveniente sia per attacchi a sfondo economico che per arrecare danni ai servizi fondamentali della società.

In termini di severity, il quadro italiano nei primi 6 mesi del 2023 appare più roseo rispetto al dato globale, con un numero minore di attacchi con severità massima: gli incidenti di tipo “Critical” si fermano al 20% (vs 40% globale), mentre la quota maggiore di attacchi fa riferimento a una severity “High” (48% in Italia vs 38% globale) e “Medium” (30% in Italia vs 21% globale). Completa il quadro un 2% di incidenti con criticità bassa.

Questo a conferma – come hanno evidenziato gli autori del Rapporto Clusit – dell’incremento degli attacchi “di disturbo” in Italia, con severity limitata, che riescono però sempre più spesso ad andare a buon fine. “Questo dato è coerente con la crescita dell’Hacktivism e degli attacchi di tipo DDoS, che hanno tipicamente queste caratteristiche. Si tratta comunque di attacchi che possono causare danni economici per le vittime che li subiscono, oltre che avere un effetto rilevante in termini di reputazione, essendo spesso messi in atto con scopo dimostrativo”, ha concluso Paolo Giudice.

 

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L’anomalia delle app Early Access

Falsi giochi da casinò, premi che non arrivano e utility sospette possono sfruttare la fiducia degli utenti nel Play Store.

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Installare un’app da Google Play viene spesso percepito come una scelta sicura. E in molti casi lo è. Ma una ricerca di Bitdefender mette in evidenza un punto debole del programma Early Access, lo spazio del marketplace Android dedicato alle app ancora in sviluppo: finché un’app resta in questa fase, gli utenti non possono pubblicare recensioni o assegnare stelle.

L’Early Access nasce con uno scopo legittimo. Consente agli sviluppatori di far provare software non ancora completo, raccogliere pareri e correggere difetti prima del lancio ufficiale. È utile soprattutto alle piccole realtà, che rischierebbero giudizi negativi per funzioni mancanti o problemi temporanei. Ma la stessa regola che protegge gli sviluppatori onesti può creare un vantaggio per chi vuole ingannare.

Le recensioni sono infatti uno dei segnali più immediati che usiamo per decidere se fidarci. Se un gioco mostra migliaia di download ma nessun commento, nessuna valutazione e nessuna esperienza condivisa, diventa più difficile capire se mantiene davvero ciò che promette. È un po’ come acquistare un prodotto online senza poter leggere l’opinione di chi lo ha già provato.

App killer

Secondo l’analisi di Bitdefender, nell’area Early Access sono presenti migliaia di applicazioni potenzialmente deceptive: falsi giochi da casinò, app che promettono premi o guadagni, utility come lettori PDF e scanner QR, software per tracciare telefoni e giochi che richiamano marchi noti senza un collegamento evidente con i titolari originali. Non tutte le app in accesso anticipato sono truffe, ma l’assenza di feedback pubblici rende più facile per quelle sospette restare meno esposte al giudizio della comunità.

Un modello ricorrente riguarda le app che promettono denaro, buoni regalo, ricariche PayPal, criptovalute, giri gratis o vincite a giochi di casinò. La pubblicità, diffusa soprattutto sui social, può mostrare persone che ricevono subito premi o guadagni. L’utente installa l’app, accumula rapidamente crediti virtuali e arriva vicino alla soglia necessaria per ritirare il premio. A quel punto, però, l’avanzamento rallenta o si blocca, mentre la persona continua a visualizzare inserzioni. Il guadagno reale finisce così allo sviluppatore, grazie alla pubblicità mostrata.

Il problema dei deepfake

Bitdefender segnala anche annunci che usano deepfake di personaggi famosi per rendere più persuasive le promesse di vincite facili. Un video generato o modificato con l’intelligenza artificiale può far sembrare che un atleta, un attore o un volto noto stia consigliando un gioco. Ma il volto riconoscibile non è una garanzia: può essere solo un’esca costruita per spingere al download.

Tra gli esempi citati nella ricerca figurano titoli che hanno sfruttato temporaneamente il nome di Grand Theft Auto V, per poi cambiare denominazione dopo essere comparsi nei risultati di ricerca. Alcuni giochi presenterebbero immagini non rappresentative dell’esperienza reale e un funzionamento orientato soprattutto alla visualizzazione di annunci. In un caso, un’app ha superato il milione di download pur restando priva di valutazioni pubbliche perché classificata come Early Access.

Il problema non riguarda soltanto il denaro perso o la pubblicità invasiva. App poco trasparenti possono chiedere permessi eccessivi, raccogliere dati, spingere verso siti esterni o costruire una falsa fiducia sfruttando il marchio Google Play. Per questo conviene controllare chi pubblica l’app, quanti download ha, quali permessi richiede e se esiste un sito ufficiale dello sviluppatore. Un’app che promette guadagni rapidi o funzionalità “miracolose” merita sempre un controllo in più.

Bitdefender afferma di aver segnalato le proprie osservazioni a Google, che avrebbe confermato di essere al lavoro sul caso. La lezione per gli utenti resta semplice: la provenienza da uno store ufficiale riduce molti rischi, ma non sostituisce del tutto il giudizio critico

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Cosa cambia con la direttiva NIS2

Dalla protezione dei server alla continuità operativa: la NIS2 chiede alle organizzazioni di governare il rischio, non solo di reagire agli attacchi.

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La cybersecurity non è più soltanto una faccenda per tecnici e amministratori di sistema. Con la direttiva europea NIS2, recepita in Italia dal decreto legislativo 138/2024, la gestione del rischio informatico entra direttamente nella sala del consiglio di amministrazione. Per CEO e dirigenti significa assumere un ruolo più attivo: capire quali servizi sono davvero critici, decidere come proteggerli e verificare che le misure adottate funzionino.

Scelte strategiche

Il cambiamento arriva in un momento in cui gli attacchi sono sempre più frequenti e costosi. Secondo il Rapporto Clusit 2026, nel 2025 sono stati registrati nel mondo 5.265 incidenti cyber gravi, il 49% in più rispetto all’anno precedente. L’Italia ha totalizzato 507 casi, pari al 9,6% del campione globale, con una crescita del 42%.

Di fronte a numeri simili, affidare la sicurezza esclusivamente al reparto IT non è più sufficiente. Il team tecnico può installare sistemi di protezione, controllare i log e intervenire durante un incidente, ma non può decidere da solo quali attività siano indispensabili per l’azienda o quali investimenti siano prioritari. Queste sono scelte strategiche, come quelle relative a finanza, continuità operativa e reputazione.

La NIS2 si applica ai soggetti classificati come essenziali o importanti, individuati in base al settore e alle dimensioni dell’organizzazione. La normativa estende gli obblighi a più comparti e considera l’intera infrastruttura digitale dell’ente o dell’impresa. Non guarda quindi soltanto al singolo computer, ma all’insieme di reti, cloud, software, fornitori e servizi da cui dipende l’operatività. Un esempio può aiutare. Per un ospedale, il sistema da proteggere non è soltanto il server che conserva i dati, ma il servizio complessivo che permette di gestire cartelle cliniche e prenotazioni. Per una fabbrica, il rischio riguarda anche gli impianti connessi che coordinano la produzione. Se uno di questi servizi si ferma, l’impatto può estendersi a clienti, dipendenti, fornitori e cittadini.

Conoscere i rischi

La direttiva chiede agli organi di amministrazione di conoscere i principali rischi cyber, approvare le politiche di sicurezza, controllarne l’attuazione e ricevere una formazione adeguata. Il CEO deve quindi diventare un punto di collegamento tra il linguaggio tecnico del CISO – il responsabile della sicurezza informatica – e le decisioni aziendali. Non deve saper configurare un firewall, ma deve comprendere che cosa accadrebbe se quel controllo venisse meno.

La cybersecurity diventa così anche un tema di fiducia. Dopo un attacco, clienti e partner non valutano soltanto quanti dati siano stati sottratti, ma anche la rapidità con cui l’organizzazione reagisce, comunica l’accaduto e ripristina i servizi. La capacità di gestire una crisi digitale entra quindi nella reputazione dell’impresa. Il decreto prevede poteri di vigilanza e sanzioni amministrative. Per i soggetti essenziali, le multe possono arrivare fino a 10 milioni di euro o al 2% del fatturato mondiale annuo; per quelli importanti il limite è di 7 milioni di euro o dell’1,4% del fatturato globale. L’ACN può effettuare controlli, chiedere documentazione e accertare eventuali violazioni.

Questo non significa che ogni attacco comporti automaticamente una responsabilità personale o penale degli amministratori. Tuttavia, una gestione gravemente negligente e non documentata può diventare rilevante se si verificano le condizioni previste dalle norme già esistenti. L’obiettivo della NIS2 è soprattutto spingere le organizzazioni a prepararsi prima dell’incidente, non limitarsi a cercare un responsabile dopo.

Per i vertici aziendali il percorso parte da alcune azioni concrete: mappare i servizi più esposti, discutere periodicamente il rischio cyber in consiglio, definire un canale diretto con il CISO, verificare la sicurezza dei fornitori e organizzare esercitazioni di risposta agli incidenti. La domanda da porsi non è più “di chi è il problema?”, ma “quale decisione dobbiamo prendere oggi per evitare che un problema tecnico diventi una crisi aziendale?”.

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Cybersecurity

ConfSec 2026 accende il dibattito sulla cyber sicurezza

Il 24 settembre Porto Giardino, a Monopoli, ospita l’undicesima edizione di ConfSec: una giornata gratuita di confronto su cybersecurity, IA e gestione del rischio digitale.

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La sicurezza informatica non è più un tema riservato agli specialisti. Riguarda chi gestisce un’azienda, chi lavora con dati dei clienti, chi usa servizi cloud e, sempre più spesso, chi introduce strumenti di intelligenza artificiale nelle attività quotidiane. Attorno a questa trasformazione ruota l’undicesima edizione di ConfSec, in programma il 24 settembre a Porto Giardino, a Monopoli, in provincia di Bari.

Il tema portante dell’incontro sarà “Cybersecurity nell’era dell’AI: nuove minacce, nuove strategie, nuove responsabilità”. Un titolo che riassume una sfida concreta: l’IA può aiutare a riconoscere attività sospette e automatizzare la difesa, ma può anche rendere più veloci e credibili le truffe online. Un esempio è il phishing, cioè la falsa e-mail che imita banche, fornitori o colleghi per rubare password e dati. Con gli strumenti generativi, un messaggio fraudolento può essere scritto meglio, personalizzato e diffuso più facilmente.

ConfSec propone un’intera giornata di incontri, dalle 9 alle 18, con una sessione plenaria istituzionale, due percorsi paralleli – uno più orientato alle strategie aziendali e uno agli aspetti tecnici – spazi dimostrativi e momenti dedicati al networking. Il programma prevede 12 interventi nei due track, oltre 25 speaker ed esperti e circa 400 partecipanti attesi.

L’iniziativa è rivolta a CISO, CIO, responsabili IT, security manager, tecnici, consulenti e vendor, ma anche a imprenditori e decision maker che devono comprendere come gestire il rischio digitale. In parole semplici, non si parlerà soltanto di hacker e software malevoli: al centro ci saranno anche scelte organizzative, formazione, gestione dei fornitori, protezione delle informazioni e responsabilità del management.

Uno dei temi chiave sarà la NIS2, la normativa europea che impone a numerose organizzazioni di adottare misure di sicurezza concrete e verificabili. La questione non riguarda più solo il reparto IT. Secondo il programma dell’evento, le nuove regole attribuiscono al consiglio di amministrazione un ruolo diretto nell’approvazione delle misure di cybersecurity e richiedono di valutare la criticità dei servizi offerti, non soltanto quella dei singoli computer o server.

Dal 2015 ConfSec si propone come punto di incontro per il Sud Italia tra imprese, professionisti e istituzioni impegnati nella protezione delle informazioni e nella gestione del rischio cyber. L’edizione 2026 punta quindi a offrire non soltanto aggiornamento tecnico, ma occasioni di confronto su come passare dalle regole alla pratica: riconoscere le minacce, definire responsabilità e costruire difese adatte a un contesto in cui dati, servizi digitali e IA sono ormai intrecciati.

La partecipazione è gratuita, con iscrizione obbligatoria tramite il sito ufficiale dell’evento. Le registrazioni, secondo le informazioni diffuse dagli organizzatori, chiuderanno il 18 settembre, salvo esaurimento dei posti disponibili. Il programma completo dell’evento è consultabile a questo indirizzo.

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Il phishing cambia strada

Una campagna fraudolenta prometteva riduzioni e cancellazioni dei debiti per convincere le vittime a telefonare ai truffatori.

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Il phishing non ha più bisogno di un link sospetto, di un allegato infetto o di una pagina Web contraffatta. A volte gli basta un numero di telefono. È il meccanismo alla base di una campagna individuata e bloccata da Check Point, che ha sfruttato le preoccupazioni economiche dei destinatari per avviare conversazioni telefoniche controllate dai criminali. I messaggi promettevano aiuti finanziari, riduzioni delle rate, consolidamento dei debiti o addirittura la cancellazione di somme dovute. L’obiettivo era convincere il destinatario a chiamare un numero indicato nell’e-mail per ricevere maggiori informazioni. In appena due settimane, i ricercatori hanno individuato circa 24.700 messaggi collegati alla campagna, distribuiti tra più di 9.000 organizzazioni.

Come funziona la truffa

La tecnica rientra nella cosiddetta ingegneria sociale, cioè l’insieme di strategie con cui gli aggressori manipolano le persone invece di attaccare direttamente un sistema. In questo caso il punto debole non è una vulnerabilità del computer, ma una preoccupazione molto concreta: il timore di non riuscire a pagare un debito o la speranza di ottenere un sostegno economico.

Il messaggio può sembrare una normale comunicazione commerciale o un’offerta di assistenza. Non contiene necessariamente file pericolosi né collegamenti da cliccare. Proprio per questo può sfuggire ai controlli tradizionali, abituati a cercare URL malevoli, allegati sospetti o malware conosciuti.

Esempio di e-mail fraudolenta.

La truffa prende forma quando la vittima telefona. Da quel momento, la conversazione si sposta fuori dalla casella e-mail, dove i sistemi di sicurezza dell’organizzazione hanno molta meno visibilità. Il finto operatore può chiedere dati personali, informazioni finanziarie, numeri di carta o codici di verifica. In alternativa, può costruire un rapporto di fiducia e rinviare la richiesta di denaro o di credenziali a un momento successivo.

Il numero di telefono, quindi, è soltanto il punto di arrivo. L’attacco comincia nella posta in arrivo, ma punta a portare la vittima su un canale più difficile da controllare. È come ricevere un volantino apparentemente innocuo che invita a entrare in un ufficio: il rischio vero emerge durante la conversazione, non necessariamente sulla carta.

Il caso mostra un cambiamento importante nel modo di riconoscere il phishing. Non basta più chiedersi se un’e-mail contiene qualcosa di dannoso. Bisogna valutare anche che cosa vuole far fare al destinatario. Una richiesta di chiamare un numero può essere normale, ma diventa sospetta se è associata a urgenza, promesse molto vantaggiose, cancellazioni di debiti o richieste di informazioni sensibili.

Per gli utenti, la prima regola è non lasciarsi guidare dall’emozione. Prima di chiamare, occorre verificare l’identità del mittente attraverso canali ufficiali e autonomi, senza usare esclusivamente i recapiti presenti nel messaggio. È inoltre importante non fornire password, codici OTP, dati bancari o informazioni personali durante telefonate ricevute in risposta a e-mail inattese.

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Così il cybercrime sfrutta il Back to School

Controllare i siti, attivare la MFA e diffidare da premi e iscrizioni urgenti sono le prime difese contro le truffe del rientro a scuola.

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Il nuovo anno scolastico non porta con sé soltanto libri, lezioni e piattaforme online. Anche gli attaccanti si preparano al “Back to School”, approfittando dell’aumento delle comunicazioni via e-mail, delle nuove iscrizioni, della condivisione di documenti e dell’uso di servizi cloud. Secondo Check Point Research, il comparto dell’istruzione resta il più colpito al mondo.

Nel periodo compreso tra gennaio e luglio 2026, scuole, università e istituti di ricerca hanno registrato in media 4.696 attacchi informatici settimanali per organizzazione, con una crescita dell’8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il dato è oltre il doppio della media complessiva degli altri settori, pari a 2.150 attacchi. Nel solo mese di luglio, la media è salita a 4.848 attacchi alla settimana, il 14% in più su base annua.

L’istruzione è risultata quindi il primo bersaglio tra i 23 settori analizzati, davanti al comparto governativo. Il motivo è legato alla particolare complessità dell’ecosistema scolastico: molti utenti, dispositivi personali, reti aperte, sistemi cloud e informazioni di valore. Una violazione può coinvolgere non solo l’istituto, ma anche studenti, genitori, ricercatori, fornitori e amministrazioni collegate.

Settori maggiormente attaccati tra gennaio e luglio 2026 (media settimanale).

 

La pressione non è uniforme in tutte le aree del mondo. Tra gennaio e luglio, la regione APAC ha registrato il volume più elevato, con una media di 7.452 attacchi settimanali per organizzazione. Europa e America Latina hanno però mostrato gli incrementi più rapidi: rispettivamente +18% e +42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Migliaia di siti pronti a ingannare

Gli attaccanti non si limitano a cercare falle nei sistemi. Preparano anche siti Web costruiti per sembrare portali scolastici, universitari o istituzionali. A luglio sono stati individuati 18.954 nuovi domini a tema istruzione, con un aumento del 5% rispetto al mese precedente e del 3% su base annua.

Il dato più significativo riguarda la quota di domini dannosi. Se a giugno ne risultava malevolo uno ogni 305, a luglio il rapporto è salito a uno ogni 226. Alcuni indirizzi utilizzavano parole rassicuranti come “education”, “students” o “school” per sembrare autentici e convincere l’utente a inserire dati personali.

Tra le tecniche osservate ci sono anche campagne organizzate su larga scala: decine di domini dedicati a presunti prestiti per studenti o a corsi di formazione. L’obiettivo è intercettare chi cerca sconti, borse di studio, finanziamenti, iscrizioni o opportunità di lavoro.

Una delle esche individuate prometteva agli studenti un premio da 750 dollari. Dopo il primo clic, però, le vittime venivano indirizzate verso offerte fraudolente e contenuti legati al gioco d’azzardo. In altri casi, PDF apparentemente provenienti da istituti scolastici conducevano a false pagine Microsoft 365 e OneDrive, create per rubare le credenziali.

Finta promozione per gli studenti della catena USA, Target.

Il falso CAPTCHA

Un’altra campagna sfruttava un sito scolastico compromesso per distribuire malware. La pagina mostrava un falso CAPTCHA, il sistema che normalmente chiede di dimostrare di essere una persona e non un programma automatico. L’utente poteva pensare di dover completare una semplice verifica di sicurezza, ma l’operazione serviva in realtà a favorire il download di software malevolo.

I ricercatori hanno inoltre ipotizzato l’uso del cloaking, una tecnica che mostra contenuti diversi a seconda di chi visita la pagina. Un ricercatore può vedere una pagina vuota o un errore, mentre una potenziale vittima riceve il contenuto dannoso. È come avere una vetrina che cambia aspetto in base a chi passa davanti.

Per difendersi, scuole e università dovrebbero formare studenti e personale, controllare gli indirizzi Web prima di inserire dati, attivare l’autenticazione a più fattori e aggiornare regolarmente dispositivi e piattaforme. È utile anche monitorare i domini che imitano il nome dell’istituto e limitare i permessi di accesso alle informazioni sensibili.

Falso CAPTCHA che usa il brand Spotify per distribuire malware.

 

*Illustrazione progettata da Freepick

 

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Phishing e Intelligenza Artificiale

Una simulazione di Barracuda mostra come un account aziendale violato e un assistente AI possano essere sfruttati per cercare dati, imitare i dirigenti e avviare una frode finanziaria credibile.

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L’intelligenza artificiale sta entrando nelle caselle di posta aziendali per aiutare a riassumere conversazioni, cercare informazioni, preparare testi e organizzare il lavoro. Ma se un criminale riesce a entrare in un account, lo stesso assistente può trasformarsi in una guida rapidissima dentro l’azienda. È lo scenario illustrato da una simulazione condotta dal Red Team di Barracuda, basata su Copilot ma applicabile, secondo i ricercatori, a qualunque assistente AI integrato nella posta e nei servizi di produttività.

Il punto di partenza è un singolo account dipendente violato. Da solo, potrebbe già offrire e-mail, contatti e documenti. Con l’IA, però, l’attaccante può porre domande in linguaggio naturale e ottenere in pochi secondi una mappa delle informazioni utili: chi ha ruoli decisionali, quali progetti sono in corso, dove si trovano fatture, quali pagamenti attendono l’approvazione e come scrivono i dirigenti.

È come lasciare un intruso in un archivio pieno di faldoni, ma consegnargli anche un assistente capace di cercare subito “tutti i pagamenti in sospeso”, “le conversazioni con la contabilità” o “i messaggi più recenti del CEO”. L’IA non viola l’account: usa però i permessi già disponibili a quell’account e rende la ricerca molto più veloce e mirata.

La fasi della simulazione

Il primo obiettivo degli aggressori è stato mantenere l’accesso senza farsi notare. Per farlo, sono state create regole automatiche nella casella di posta in grado di nascondere avvisi di login o inoltrare messaggi importanti. Sono funzioni nate per gestire meglio la posta, ma che in mani sbagliate possono impedire alla vittima di accorgersi che qualcosa non va.

Il passo successivo è il cosiddetto phishing interno. L’attaccante usa l’account reale di un dipendente per inviare al CEO un messaggio costruito con informazioni autentiche e con uno stile credibile. Non è la classica mail piena di errori: arriva da un indirizzo aziendale valido, cita attività esistenti e può sembrare perfettamente coerente con il lavoro quotidiano.

Una volta ottenuto l’accesso all’account del dirigente, anche tramite il furto del token di sessione – la chiave temporanea che mantiene aperto un accesso senza chiedere ogni volta la password – la ricerca diventa ancora più delicata. Nel test, una richiesta rivolta all’assistente AI ha fatto emergere fatture, pagamenti e flussi di approvazione, compreso un bonifico in attesa di quasi 250.000 dollari.

A quel punto è bastato preparare un messaggio apparentemente inviato dal CEO alla contabilità, chiedendo di cambiare il conto corrente del beneficiario prima dell’autorizzazione del pagamento. La richiesta conteneva dettagli reali, proveniva dalla casella autentica del dirigente e rispecchiava il suo modo di comunicare: condizioni che rendono più difficile per i tradizionali filtri e-mail individuare la frode.

La lezione non è che l’IA sia di per sé pericolosa, ma che gli account potenziati dall’IA devono essere protetti come risorse ad alto valore. Per le aziende, significa rafforzare l’autenticazione a più fattori, controllare accessi e regole di inoltro insolite, limitare i permessi dell’assistente AI e applicare verifiche fuori banda per modifiche ai dati di pagamento. Se arriva una richiesta di cambiare un IBAN, ad esempio, non dovrebbe bastare una mail: serve una conferma tramite un contatto conosciuto e indipendente.

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Un prompt su 36 espone dati sensibili

Non solo phishing e malware: l’uso senza regole dell’IA generativa aumenta il rischio di esporre dati aziendali.

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Luglio ha confermato una tendenza che le aziende non possono più ignorare: gli attacchi informatici aumentano, il ransomware torna a correre e l’uso quotidiano dell’intelligenza artificiale apre nuovi rischi per i dati. Secondo Check Point Research, ogni organizzazione nel mondo ha subito in media 2.336 attacchi a settimana, il 3% in più rispetto al mese precedente e il 16% in più su base annua.

L’Italia appare tra i Paesi più colpiti: con il 3% delle vittime ransomware segnalate, si colloca al quinto posto dopo Stati Uniti, Germania, Canada e Regno Unito. Nel nostro Paese, le organizzazioni avrebbero subito mediamente 2.755 attacchi settimanali, con un incremento del 14%. Un numero che racconta una pressione costante, non un episodio isolato.

A livello globale, il bersaglio più esposto resta l’istruzione, con 4.848 attacchi settimanali per organizzazione. Scuole e università mettono insieme migliaia di utenti, reti aperte, dispositivi personali e sistemi spesso datati: un insieme che le rende attraenti per i criminali. Seguono settore pubblico, telecomunicazioni, energia e servizi turistici, questi ultimi particolarmente esposti nella stagione degli spostamenti.

L’istruzione resta il settore più bersagliato, ma la pressione cresce su infrastrutture pubbliche, reti di comunicazione, energia e servizi connessi ai viaggi.

 

Il capitolo più preoccupante riguarda però il ransomware, il malware che cifra file e sistemi chiedendo un riscatto per sbloccarli o per evitare la pubblicazione dei dati rubati. Le vittime rese note dai gruppi criminali sono salite a 964, quasi il doppio rispetto a un anno prima e il 49% in più rispetto al mese precedente. I servizi alle imprese rappresentano quasi un terzo dei casi segnalati, seguiti da manifattura e beni di consumo.

In cima alla classifica dei gruppi più attivi compaiono The Gentlemen e Qilin, entrambi associati al 14% degli attacchi pubblicati, mentre DeadLock emerge con il 10%. Sono nomi che indicano organizzazioni criminali capaci di offrire ransomware “in affitto” ad affiliati: un modello simile a un servizio commerciale, ma usato per colpire aziende e chiedere denaro.

Accanto agli attacchi tradizionali cresce l’esposizione legata alla GenAI, gli strumenti capaci di generare testi, riassunti, immagini o codice. Il pericolo non dipende solo dalla tecnologia, ma soprattutto da ciò che le persone inseriscono nei prompt. Un dipendente che copia in chat un documento riservato per farselo riassumere può condividere dati di clienti, dettagli finanziari o informazioni interne senza volerlo.

Secondo i dati diffusi, un prompt su 36 proveniente da reti aziendali presentava un rischio elevato di perdita di dati sensibili; l’88% delle organizzazioni che usa regolarmente questi strumenti ha registrato almeno un’attività ad alto rischio. È come affidare un dossier a un assistente molto efficiente, ma esterno al perimetro aziendale, senza controllare quali informazioni gli si stanno consegnando.

Nei prompt aziendali finiscono spesso informazioni sensibili: dati personali e finanziari, dettagli tecnici, documenti legali e contenuti legati al personale.

 

L’e-mail, infine, continua a essere una porta d’ingresso decisiva. Una mail ogni 128 è stata classificata come phishing, cioè una truffa pensata per rubare password, denaro o dati; un ulteriore 20% rientrava tra spam e messaggi potenzialmente rischiosi. Il messaggio per aziende e utenti è chiaro: non esiste più un solo punto da difendere. Servono aggiornamenti, backup, filtri e-mail, formazione, controlli sugli accessi e regole chiare sull’uso dell’IA.

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