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Vulnerabilità  in Microsoft Themes

Recentemente, Akamai ha identificato una vulnerabilità di spoofing in Microsoft Themes, designata come CVE-2024-21320 con un punteggio CVSS di 6,5.

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Fin dall’epoca di Windows XP, Microsoft ha offerto varie opzioni di personalizzazione visiva, tra cui colori, caratteri e cursori, per rendere l’esperienza utente più piacevole. Per visualizzare i temi installati, basta fare clic destro sul desktop, selezionare Personalizza e quindi Temi. I file dei temi hanno l’estensione .theme e la documentazione è disponibile su MSDN.
Questa caratteristica, apparentemente innocua, può rivelarsi sede di vulnerabilità dannose. Nell’analisi del Patch Tuesday di settembre 2023, Akamai ha discusso brevemente l’impatto della vulnerabilità CVE-2023-38146. Inoltre, Akamai ha condotto test sui valori di un file di tema, scoprendo la mancanza di convalida di alcuni parametri. Sfruttando tale falla, è possibile eseguire un attacco con un’interazione dell’utente praticamente nulla. L’aggressore può sfruttare la vulnerabilità semplicemente facendo scaricare un file “.theme” sul computer della vittima. Quando l’utente visualizza il file in Explorer, vengono automaticamente inviati pacchetti di handshake Server Message Block (SMB) contenenti le credenziali al server dell’aggressore.
Questa vulnerabilità colpisce tutte le versioni di Windows, poiché i temi sono una funzionalità integrata nel sistema operativo. Microsoft ha risolto il problema nel Patch Tuesday di gennaio 2024, fornendo un file di prova del tema, un video di dimostrazione e diverse modalità per mitigare la vulnerabilità.

Akamai continuerà a monitorare queste e altre minacce e fornirà ulteriori informazioni non appena si presenteranno. Aggiornamenti in tempo reale su ulteriori ricerche sono disponibili sul canale Twitter di Akamai.

 

 

Leggi anche: “Akamai ha mitigato un attacco di tipo DDoS

*illustrazione articolo progettata da  Freepik

 

 

 

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Gli europei diffidano dei router cinesi

Un sondaggio YouGov mostra che molti europei, e in particolare gli italiani, si fidano di più dei router prodotti in Europa, ma spesso ignorano la reale origine dei dispositivi che usano ogni giorno.

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Quando si parla di sicurezza informatica, il router resta uno degli oggetti più importanti e meno considerati della casa digitale. È il dispositivo che collega a Internet computer, smartphone, TV, videocamere e spesso anche elettrodomestici smart. In pratica, è il “portiere” della rete domestica: se è poco affidabile, anche tutto ciò che gli sta dietro diventa più esposto. Non sorprende quindi che, secondo un sondaggio YouGov condotto in 14 Paesi europei su oltre 16.000 persone, molti consumatori guardino con crescente attenzione alla provenienza dei produttori di router.

I risultati della ricerca

La ricerca mostra un dato chiaro: in Europa oltre una persona su due diffida dei router cinesi, mentre il livello di sfiducia verso i produttori russi sale ancora di più. Al contrario, i produttori europei sono percepiti come i più affidabili. In Italia il quadro è un po’ più sfumato, ma la tendenza resta evidente: il 62% degli intervistati dichiara fiducia verso i produttori europei, mentre la diffidenza riguarda il 34% dei dispositivi provenienti dalla Cina, il 45% di quelli russi e il 26% di quelli statunitensi.

Il dato interessante è che questa percezione non sempre si accompagna a una reale consapevolezza sull’origine dei marchi. Molti utenti, infatti, non sanno con precisione da dove arrivi il router che hanno in casa, né conoscono il Paese di origine del brand che lo produce. Il sondaggio segnala, ad esempio, che solo una piccola parte degli intervistati sa collocare correttamente alcuni marchi molto diffusi, mentre per molti altri prevale l’incertezza o l’errore. In altre parole, la fiducia nel “Made in Europe” cresce, ma spesso si basa su informazioni incomplete o approssimative.

Il router dell’operatore

La confusione aumenta ulteriormente quando si parla dei modem-router forniti dagli operatori telefonici. Molti consumatori tendono a pensare che i dispositivi ricevuti in comodato d’uso dai provider siano prodotti in Europa, anche quando la filiera reale è esterna all’Unione Europea. È un dettaglio importante, perché nella percezione comune il router dell’operatore viene spesso considerato quasi “neutro”, come se la sua provenienza fosse meno rilevante rispetto a quella di un prodotto acquistato direttamente.

Dal punto di vista pratico, però, la sicurezza di un router non dipende solo dalla geografia del marchio. Contano anche fattori molto concreti: frequenza degli aggiornamenti, trasparenza del produttore, durata del supporto software, rapidità nel correggere falle di sicurezza e facilità con cui l’utente può gestire password, rete Wi‑Fi e impostazioni avanzate. Un router poco aggiornato, anche se prodotto in un Paese percepito come affidabile, può comunque diventare un punto debole. Al contrario, un dispositivo ben mantenuto e correttamente configurato offre in genere più garanzie di uno lasciato con password di default e firmware obsoleto.

Il sondaggio mette quindi in luce due aspetti diversi ma complementari. Da un lato cresce la sensibilità europea verso sovranità digitale, protezione dei dati e provenienza tecnologica. Dall’altro emerge quanto sia ancora limitata la cultura tecnica attorno a un dispositivo che, pur essendo essenziale, viene spesso installato e poi dimenticato. Il router, invece, andrebbe trattato un po’ come la serratura di casa: non basta sapere chi l’ha costruita, bisogna anche controllare se funziona bene, se viene mantenuta sicura nel tempo e se la stiamo usando nel modo giusto.

 

*Illustrazione progettata da Freepik

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Nuovo spyware prende di mira gli iPhone

Due exploit molto sofisticati permettono di colpire il cuore del sistema operativo degli iPhone

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Una nuova minaccia informatica torna a far parlare di sé nel mondo degli smartphone. I ricercatori di Google e della società specializzata in sicurezza mobile iVerify hanno pubblicato un’analisi su Coruna, uno spyware che sfrutta vulnerabilità molto sofisticate del sistema operativo degli iPhone. Secondo quanto emerso dalle ricerche, Coruna utilizza due exploit – cioè tecniche che permettono di sfruttare un difetto del software per entrare in un sistema – chiamati Photon e Gallium. Questi attacchi prendono di mira le stesse vulnerabilità già individuate in passato durante Operation Triangulation, una complessa campagna di spionaggio informatico analizzata dagli esperti di Kaspersky. A commentare la notizia è stato Boris Larin, Principal Security Researcher del team Kaspersky GReAT, che ha spiegato quanto siano avanzate queste tecniche.

I rischi

Una delle vulnerabilità citate, identificata come CVE-2023-32434, permette agli hacker di prendere il controllo del “kernel” di iOS. Il kernel è il cuore del sistema operativo: è la parte che gestisce tutte le funzioni del telefono, dalla memoria alle applicazioni. Per capire l’importanza di questo livello, si può pensare al kernel come al motore di un’auto: se qualcuno ne prende il controllo, può comandare tutto il veicolo. La seconda vulnerabilità, CVE-2023-38606, è ancora più particolare. Questo difetto sfrutta una caratteristica dei chip Apple che in precedenza non era stata documentata pubblicamente. In pratica consente agli attaccanti di aggirare alcune protezioni che operano direttamente a livello hardware, cioè all’interno dei componenti fisici del dispositivo. Nonostante queste somiglianze, gli esperti invitano alla cautela: il fatto che Coruna utilizzi le stesse vulnerabilità non significa necessariamente che sia stato creato dagli stessi autori di Operation Triangulation. Oggi, infatti, i dettagli tecnici di questi difetti sono disponibili pubblicamente e diversi gruppi con le giuste competenze potrebbero sviluppare strumenti simili senza aver mai visto il codice originale.

Spyware complesso

Un altro aspetto emerso dalle analisi riguarda la complessità dello spyware. Coruna non si limita a due exploit: secondo i ricercatori contiene ben 23 tecniche di attacco distribuite in cinque diverse catene di compromissione. Le vulnerabilità già note rappresenterebbero quindi solo una piccola parte dell’intero toolkit. C’è però anche una buona notizia. Apple ha corretto questi difetti con aggiornamenti di sicurezza che sono stati estesi fino alla versione iOS 15.7.x. Il problema, come spesso accade, è che molti utenti non installano subito gli aggiornamenti. Questo significa che dispositivi non aggiornati potrebbero rimanere vulnerabili.

 

Leggi anche: “Truffa cripto via Google

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OpenAI usato come esca nelle truffe online

Email apparentemente legittime spingono le vittime a cliccare link o chiamare numeri falsi

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I cybercriminali trovano sempre nuovi modi per rendere credibili le loro truffe online. L’ultima tecnica individuata dai ricercatori di Kaspersky sfrutta in modo creativo – e pericoloso – alcune funzionalità di collaborazione della piattaforma OpenAI, trasformandole in uno strumento per inviare email fraudolente che appaiono del tutto legittime. Il meccanismo è tanto semplice quanto efficace. Gli aggressori creano un account su OpenAI e, durante la registrazione, inseriscono nel campo “nome dell’organizzazione” testi ingannevoli, link o persino numeri di telefono falsi. Questo campo, pensato per indicare il nome di un’azienda o di un team, accetta qualsiasi combinazione di caratteri: ed è proprio qui che viene nascosto il contenuto truffaldino.

I truffatori inseriscono testi ingannevoli e link o numeri di telefono falsi direttamente nel campo “nome dell’azienda”

Come funziona la truffa

Una volta creata l’organizzazione, la piattaforma consente di invitare collaboratori inserendo indirizzi email. Gli inviti partono direttamente da server OpenAI e arrivano quindi alle vittime come messaggi apparentemente autentici. Dal punto di vista tecnico, l’email è “pulita”: non arriva da un dominio sospetto e può superare i normali filtri antispam.

I messaggi osservati da Kaspersky sono di vario tipo. In alcuni casi promuovono offerte fasulle, come servizi a pagamento inesistenti. In altri, più insidiosi, si parla di vishing: la vittima riceve una falsa notifica che segnala il rinnovo automatico di un abbonamento molto costoso. Per annullarlo, viene invitata a chiamare un numero di telefono, dietro al quale si nasconde un finto servizio clienti pronto a carpire dati personali o bancari.

Il campo “invita il tuo team” consente agli aggressori di prendere di mira indirizzi e-mail specifici

Un dettaglio curioso, ma rivelatore, è che il testo fraudolento risulta spesso incoerente con il resto dell’email, che nasce come semplice invito a collaborare a un progetto. I truffatori contano però sulla fretta e sulla fiducia degli utenti nei confronti di servizi noti come OpenAI, sperando che questi dettagli passino inosservati.

Secondo Kaspersky, questo caso dimostra come anche strumenti affidabili e diffusi possano essere abusati per attacchi di social engineering, ovvero manipolazioni psicologiche che spingono le persone a compiere azioni rischiose. È un po’ come ricevere una lettera su carta intestata ufficiale: se non si legge con attenzione, si tende a fidarsi.

Esempio di vishing

Per ridurre i rischi, gli esperti consigliano di diffidare sempre degli inviti non richiesti, anche se provengono da piattaforme conosciute, controllare con attenzione i link prima di cliccarli e non chiamare numeri indicati in email sospette. In caso di dubbi, è meglio cercare i contatti ufficiali direttamente sul sito del servizio. Segnalare questi messaggi e proteggere i propri account con l’autenticazione a più fattori resta una delle difese più efficaci.

Leggi anche: “OpenAI reinventa il motore di ricerca

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Test hardware: switch KVM

Un piccolo dispositivo con cui controllare PC e server via Internet è davvero un gioco da ragazzi. E il prezzo è imbattibile

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Gli switch KVM sono dispositivi che si usano per controllare due o più server (o semplici desktop) con una sola tastiera, un solo mouse e un solo monitor. Il KVM che abbiamo provato per questo numero, JetKVM, è particolare: non è pensato per controllare più macchine presenti nella stessa stanza/rete locale, bensì tramite il protocollo IP
consente di gestire un server, o un PC, da remoto via Internet usando un altro computer. Ovunque ci troviamo, possiamo collegarci a una particolare pagina Web che ci mostra il desktop del sistema operativo in esecuzione sul computer da controllare.

Usare JetKVM è davvero facile (qui stiamo controllando una macchina Linux Mint), ma ciò non preclude l’accesso a tante opzioni per migliorare il collegamento, compresa la creazione di macro per velocizzare le operazioni e la regolazione della qualità video

Com’è fatto?

Nella scatolina che contiene JetKVM troviamo, oltre allo switch IP, un cavo HDMI/mini HDMI, un cavo USB-C/USB-A e un cavo splitter USB-C che permette di separare alimentazione e connessione dati se la macchina da controllare non fornisce alimentazione USB in standby. Bisogna collegare JetKVM e PC da controllare usando il cavo HDMI e quello USB-C/USB-A, poi si mette in rete il JetKVM connettendo un cavo di rete (non si può usare il Wi-Fi) e si è pronti al primo setup. JetKVM nella parte frontale integra un piccolo display che mostra l’indirizzo IP che gli è stato assegnato dal router. Lo inseriamo in un browser Web e ci ritroviamo in un’interfaccia Web che avvia la rapida
operazione di setup. Ci viene chiesto di impostare o meno una password per accedere al PC da controllare, dopodiché appare una schermata con alcuni pulsanti e, al centro in grande, lo schermo del computer da gestire. Possiamo quindi usarlo come se fossimo davanti a esso. Al momento stiamo comunque controllando un PC che abbiamo sotto mano, nella nostra rete locale. Per controllare server/PC da remoto entra in gioco il protocollo IP. Ipotizziamo di uscire di casa e di aver bisogno di modificare un’impostazione di un server. Digitando l’indirizzo https://app.jetkvm.com/ avremo accesso al nostro server. Per poterlo fare prima di uscire di casa è necessario la prima volta registrare il nostro JetKVM e il computer da controllare dall’interfaccia Web dello switch. Basta cliccare sul pulsante Settings, andare alla voce Access e qui cliccare sul pulsante Adopt KVM to Cloud account. Ci registriamo presso il servizio con la nostra email di Gmail (è supportato solo questo servizio) e poi aggiungiamo il computer da controllare. Insomma, è tutto davvero semplice. Il passaggio da Internet causa un po’ di ritardo nella trasmissione, ma è quasi impercettibile. L’interfaccia Web di JetKVM ci permette di far apparire una tastiera virtuale in caso di bisogno, di accedere anche al BIOS della macchina, di installare un nuovo sistema operativo e in Settings abbiamo tante opzioni per aggiustare la connessione e gestire la macchina remota. Gli utenti più esperti possono anche usare Tailscale per il controllo remoto, al posto del sistema cloud di JetKVM.

 

SPECIFICHE:

Sistema operativo: Linux 5.10 con Buildroot
CPU: RockChip RV1106G3, Cortex A7 1 GHz
RAM: 256 MB DDR3L
Storage: 16 GB eMMC
Schermo: 1,69″ IPS, 240×280 pixel, touch screen capacitivo
Porte: Ethernet RJ45 (100Mbps), USB-C 2.0, Mini HDMI, porta d’espansione RJ12

 

 

Leggi anche: “Test hardware: Fritz!Box 7690

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Sfida ai bug: nuovi record di sicurezza

I partecipanti a Pwn2Own Ireland hanno scoperto decine di vulnerabilità zero-day

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La sicurezza informatica ha vissuto un momento di grande innovazione durante il Pwn2Own Ireland 2025, il celebre hackathon globale organizzato da Trend Micro. La manifestazione ha visto i partecipanti, esperti di sicurezza da tutto il mondo, sfidarsi per individuare vulnerabilità in dispositivi elettronici di uso quotidiano, con l’obiettivo di rendere la tecnologia più sicura per tutti. Il montepremi complessivo è stato superiore a un milione di dollari, segno della crescente importanza attribuita alla scoperta di nuove minacce digitali.

Un festival della ricerca: cos’è Pwn2Own

Il Pwn2Own Ireland si distingue nel mondo della cybersicurezza come uno degli eventi più attesi, grazie al suo format unico che premia coloro che riescono a “bucare” – ovvero violare la sicurezza – di prodotti tecnologici tramite la scoperta di bug chiamati “zero-day”. Questi bug sono falle mai individuate prima dai produttori e possono essere sfruttate dai criminali informatici per accedere ai dispositivi. In questa edizione, i partecipanti hanno scoperto ben 73 vulnerabilità zero-day su stampanti, sistemi di archiviazione in rete, dispositivi smart home, apparecchi di sorveglianza e persino su smartphone di largo consumo.

Cos’è una vulnerabilità zero-day? Un esempio semplice

Immagina che il tuo smartphone abbia una porta invisibile che nessuno, nemmeno il costruttore, ha mai visto. Chi scopre quella porta può entrare senza chiavi e accedere ai tuoi dati. Solo quando la vulnerabilità viene segnalata, il produttore può “chiudere la porta” con un aggiornamento. Durante Pwn2Own, tanti ricercatori hanno segnalato queste porte invisibili, “zero-day”, aiutando le aziende a correggere i difetti prima che vengano usati per scopi illeciti.

 

I vincitori e gli exploit più curiosi

Ben R. e Georgi G. di Interrupt Labs sono riusciti a violare il Samsung Galaxy S25, inclusa la fotocamera e il sistema di localizzazione, sfruttando un difetto nella verifica dei dati immessi dall’utente. Altri team hanno sfidato dispositivi come router di casa e speaker intelligenti, dimostrando come anche la sicurezza degli oggetti smart che usiamo a casa sia cruciale: Bongeun Koo ed Evangelos Daravigkas hanno impiegato 8 bug diversi per violare sistemi di rete e archiviazione, mettendo in luce la complessità della difesa digitale.
In definitiva, l’evento ha visto gli hacker etici competere per un montepremi di oltre 2 milioni di dollari. Ecco in dettaglio i momenti più salienti:

  • Ben R. e Georgi G. di Interrupt Labs sono riusciti a violare un Samsung Galaxy S25, inclusi la fotocamera e il rilevamento della posizione, utilizzando un bug di convalida dell’input improprio, aggiudicandosi un premio di $50.000.
  • Ken Gannon / 伊藤 剣 di Mobile Hacking Lab e Dimitrios Valsamaras di Summoning Team hanno violato un Samsung Galaxy S25 utilizzando 5 bug diversi, aggiudicandosi un premio di $50.000.
  • Bongeun Koo ed Evangelos Daravigkas di Team DDOS hanno utilizzato 8 differenti bug e injection multiple, per completare un “SOHO Smashup” del router QNAP Qhora-322 e del dispositivo QNAP TS-453E NAS. Per questo, si sono aggiudicati un premio di $100.000.
  • dmdung di STAR Labs SG Pte. Ltd ha utilizzato un singolo bug di accesso OOB per violare lo smart speaker Sonos Era 300, aggiudicandosi un premio di $50.000.
  • Sina Kheirkhah e McCaulay Hudson di Summoning Team hanno sfruttato un paio di vulnerabilità per hackerare un Synology ActiveProtect Appliance DP320.
  • Il Team Z3 ha ritirato il tentativo di dimostrare un exploit zero-click di WhatsApp, ma la ricerca è stata condivisa privatamente con Trend Micro ZDI e Meta, per garantire che eventuali potenziali vulnerabilità possano essere risolte.

Un exploit “zero-click”: che significa?

Si tratta di una tecnica che permette di compromettere un’app o un dispositivo senza che l’utente debba fare nulla: non serve aprire un messaggio, cliccare su un link, né scaricare un file. È come ricevere una lettera nel cassetto della posta che si apre da sola e mostra il contenuto a chi è alla porta. Al Pwn2Own, i tentativi di mostrare questi exploit sono stati portati avanti con responsabilità: la ricerca è stata condivisa in privato con i produttori, per evitare rischi agli utenti e consentire una rapida correzione.
Trend Micro mette in evidenza come questa competizione acceleri la protezione verso i propri clienti, offrendo aggiornamenti di sicurezza mediamente 71 giorni prima rispetto agli altri concorrenti. Significa che chi utilizza prodotti protetti grazie alle scoperte di Pwn2Own ha quasi due mesi di margine sulla diffusione delle nuove minacce.
Il prossimo evento, Pwn2Own Automotive, si terrà a Tokyo, Giappone, dal 21 al 23 gennaio 2026.

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Il malware che spia chi visita siti porno

Dall’infostealing al ricatto sessuale digitale: il codice open source pubblicato come “educativo” è diventato un’arma nelle mani dei cybercriminali

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Una nuova minaccia informatica sta emergendo con caratteristiche tanto inquietanti quanto sofisticate: si chiama Stealerium, un infostealer open source che non si limita soltanto a rubare credenziali, dati bancari o cookie, ma introduce anche funzioni di monitoraggio dell’attività web e della webcam, con potenziali usi di sextortion.

Stealerium è stato reso pubblico su GitHub nel 2022, dichiaratamente per “scopi educativi”. Tuttavia, il fatto che il suo codice sia open source lo rende facilmente accessibile, editable e adattabile da chi ha intenzioni malevole. Diverse campagne cybercriminali stanno ormai sfruttando versioni modificate di Stealerium o malware strettamente correlati, come Phantom Stealer o Warp Stealer, che condividono parti consistenti del codice.


Come si propaga

La diffusione di Stealerium avviene tramite le tecniche classiche del phishing:

  1. email che sembrano provenire da banche, enti pubblici, organizzazioni benefiche, con oggetti urgenti (“Payment Due”, “Court Summons”, “Donation Invoice”, etc.)
  2. allegati compatti in formati ZIP, ISO, IMG, file JavaScript o VBScript, oppure file VBS dentro immagini disco (IMG, ISO) che eseguono loader malevoli
  3. link che inducono il destinatario a scaricare ed eseguire il payload.

 

Funzionalità e tecnica: che cosa fa Stealerium

Una volta che il malware è installato, attiva varie funzionalità di furto dati e spionaggio:

Estrazione di dati sensibili
Stealerium può rubare password, cookie di browser, cronologia, dati di carte di credito, token di sessione da servizi online (anche giochi), chiavi di portafoglio di criptovalute, librerie di file vari sensibili archiviate sul dispositivo.

Persistenza e occultamento
– Crea un mutex per assicurarsi che non vengano avviate più istanze contemporaneamente.
– Effettua controlli anti-analisi: blocco in ambienti sandbox o virtualizzati, verifica di processi sospetti o nomi utente “blocklisted”.
– Usa attività schedulate (scheduled tasks) e loader con PowerShell per garantire che il malware sopravviva al riavvio.
In alcune varianti, disabilita o esclude alcune protezioni di Windows Defender tramite comandi PowerShell.

Ricognizione di rete e sistema
– Esecuzione di comandi come netsh wlan per elencare profili Wi-Fi salvati e reti wireless vicine, utile per movimento laterale o localizzazione.
– Uso di Chrome in modalità headless con opzioni come –remote-debugging-port per aggirare le protezioni del browser e leggere cookie o sessioni.

 

Funzione di sextortion automatizzata
Questa è l’aspetto più “disturbante” che differenzia Stealerium da molti altri infostealer:

-Il malware “ascolta” il browser alla ricerca di URL o parole chiave NSFW (Not Safe For Work), come “porn”, “sex”, etc. Quando le rileva, cattura screenshot delle schede attive e contemporaneamente scatta foto tramite webcam.

-Queste immagini possono poi essere inviate ai criminali per utilizzarle come arma di ricatto digitale. Anche se finora non ci sono report pubblici di vittime identificate con certezza che abbiano subito sextortion tramite questa specifica funzione, la presenza della feature è un segnale di rischio concreto.

 

Campagne osservate

Proofpoint segnala che da maggio 2025 è aumentato notevolmente il numero di campagne che usano Stealerium:

-Gli attori TA2715 e TA2536 sono stati identificati come utilizzatori del malware.
-I target includono settori come ospitalità, finanza, istruzione, ma anche utenti privati.
-Nei messaggi usati nei phishing si usano temi urgenti o per effetto leva psicologica: richieste di pagamento, sospensione di account, inviti all’azione immediata.

 

Perché è pericoloso

Violazione della privacy profonda: non solo dati economici o tecnici, ma anche immagini personali potenzialmente imbarazzanti.

Open source = facile diffusione: il codice pubblico significa che chiunque può studiarlo, modificarlo, migliorarlo, farne varianti meno rilevabili.

Varietà di metodi di esfiltrazione: invio tramite Telegram, Discord, SMTP, webhook, upload su servizi di file sharing tipo GoFile, Zulip, ecc.

Tecniche evasive: anti-analisi, blocchi se l’ambiente non soddisfa certi requisiti, cancellazione di sé stessi se compromessi.

 

Come difendersi

Ecco alcuni consigli pratici e tecnici per proteggersi da rischi come quelli introdotti da Stealerium:

Mantenere il sistema aggiornato: patch di sistema operativo, browser e antivirus/EDR.

Controlli su allegati e link: diffidare da email con allegati compressi, script, immagini disco sospette; non abilitare macro in documenti Office di origine non verificata.

Endpoint protection avanzata: usare soluzioni che controllino:
-attività sospette di PowerShell;
-creazioni di task schedulati non usuali;
-esecuzioni di processi “headless” o con remote debugging;
-esclusioni di Windows Defender o altre protezioni tramite script.

Monitoraggio del traffico in uscita: bloccare o segnalare traffico verso servizi che non dovrebbero essere usati, come upload non autorizzati, webhook di Discord/Telegram, servizi di file sharing pubblici.

Consapevolezza dell’utente: educare a riconoscere phishing, a usare webcam solo quando strettamente necessario, a coprire la webcam fisicamente quando non in uso.

 

Stealerium rappresenta un’evoluzione particolarmente insidiosa nel panorama degli infostealer: combina il furto di dati “tradizionale” con invasioni della privacy che possono portare a danni psicologici, oltre che economici. Per i professionisti della sicurezza, ma anche per utenti catturati nella vita quotidiana, è essenziale capire queste nuove funzionalità e adottare misure preventive.

 

 

*Illustrazione progettata da Freepick

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Truffe online: i giovani le principali vittime

Uno studio approfondito di Trend Micro esamina le truffe online più diffuse tra le diverse fasce generazionali

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Le truffe online colpiscano tutte le generazioni, con una particolare incidenza tra i giovani, sfatando il mito che gli anziani siano le vittime principali. Lo studio di Trend Micro suddivide le truffe più comuni per fascia d’età:

Generazione Z: più esposta a truffe legate allo shopping online, agli investimenti (soprattutto in criptovalute) e al mondo del lavoro, con perdite medie di 1.800 euro per utente.

Millennials: vittime di truffe con assegni falsi, false offerte di lavoro e raggiri da parte di finti funzionari governativi.

Generazione X: bersaglio di truffe sull’assistenza tecnica e sanitaria, approfittando del loro ruolo multitasking tra famiglia e lavoro.

Boomers e Generazione Silenziosa: colpiti da truffe su lotterie e premi, investimenti fraudolenti e truffe romantiche, sfruttando la solitudine.

“Le truffe online riguardano tutti a prescindere dall’età, ma la consapevolezza e la vigilanza rimangono le armi migliori. È fondamentale mantenere aggiornati i dispositivi, proteggere le informazioni personali e utilizzare password robuste. Bisogna diffidare dei contatti non verificati e dei pagamenti tramite metodi non convenzionali e prendersi tempo per riflettere sulle decisioni, consultando amici o familiari se sorgono dei dubbi. La chiave per difendersi dalle frodi digitali è rimanere informati e attenti”. Afferma Salvatore Marcis, Head of Channel and Territory Sales di Trend Micro Italia.

Maggiori informazioni sullo studio sono reperibili a questo indirizzo.

 

Leggi anche: “Nuove truffe: dove si nascondono

*illustrazione articolo progettata da TrendMicro

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