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Intervista – Il bersaglio deve valerne la pena

Redazione

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A colloquio con due hacker etici israeliani protagonisti di una cultura della cybersecurity unica al mondo.

Il ristorante è uno di quelli alla moda di Barcellona: Cal Pinxo a Palau de Mar, a due passi dall’acquario della città. Alla cena di lavoro, organizzata a margine di una conferenza sulla sicurezza informatica, ci sono una trentina di esperti da tutta Europa. Oded e Yaniv sono due ex ragazzi intorno ai quaranta.

L’ERA DEL CYBERWARFARE Yaniv e Oded sono israeliani: nati e cresciuti con un certo orgoglio in Israele, hanno legato la loro fortuna di hacker etici al piccolo stato mediorientale. Non solo perché il loro attuale datore di lavoro è una multinazionale della security nata proprio a Tel Aviv, anche se con una gamba nella Silicon Valley: in Israele c’è una cultura della cybersecurity unica al mondo. «Il merito – dice Yaniv – è dell’esercito: soprattutto dei tre anni di servizio militare obbligatorio che abbiamo tutti dovuto fare. Ovviamente nella intelligence, occupandoci di informatica». «È stato il periodo più bello – spiega Oded, più magro e scattante nonostante abbia esattamente la stessa età del più posato e riflessivo Yaniv – perché hai accesso alle migliori tecnologie e vieni addestrato dagli esperti più bravi. L’esercito è felice, perché riesce a scegliere uno per uno i ragazzi più brillanti nell’età migliore, 17-18 anni, e metterli in piccole unità che funzionano come startup: budget limitati, tanta voglia di fare e dimostrare che siamo i più bravi, il fascino di lavorare per la sicurezza del tuo paese contro i cattivi».

Se vuoi leggere l’ntervista completa, non perdere il numero 218 di Hacker Journal in edicola ora (oppure online all’URL http://sprea.it/rivista/18220)

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