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Il parcheggio non custodito
Diverse app per il pagamento del parcheggio si basano sul riconoscimento targhe, anche automatizzato tramite videocamere. L’eccessiva semplificazione dell’autenticazione, però, può permettere agli stalker di tracciare le soste di un veicolo
Una cosa che è ormai difficile da ignorare anche per chi non si intende di sicurezza informatica, è la proliferazione delle videocamere di sorveglianza nelle strade. Ormai sembra essere la soluzione preferita da qualsiasi amministrazione per risolvere il problema della sicurezza nelle strade. Questa apparente soluzione, però, porta con se un rischio importante: quello per la privacy. Che è sicuramente vissuto dalla popolazione con un diritto molto trascurabile, ma probabilmente solo a causa di una scarsa competenza in ambito informatico, che non permette a tutti di cogliere le implicazioni di una sorveglianza così estesa. Soprattutto perché tutti danno per scontato che i dati saranno sempre custoditi in una sorta di cassaforte inespugnabile. Mentre in questi anni abbiamo già assistito a cronache che, in giro per l’Europa e nel Regno Unito, ci testimoniano che non è sempre così.
Dal controllo del traffico allo stalking
Tra le varie tipologie di videocamere installate nelle nostre strade, alcune sono specificamente progettate per il controllo del traffico. Queste videocamere sono collegate a un software per il riconoscimento dei numeri di targa (Licence Plate Recognition). Tutti sanno che questo tipo di videocamere è messo a disposizione delle forze dell’ordine e della magistratura per risalire agli autori di infrazioni o reati. Ma ormai da anni queste sono utilizzate anche per applicazioni commerciali a grande diffusione: la più comune riguarda i parcheggi. Quando utilizziamo un parcheggio a pagamento, spesso vi sono sistemi di riconoscimento delle targhe. Vengono utilizzati sia per tracciare gli automobilisti e evitare che qualcuno vada via senza pagare, sia per eseguire pagamenti automatici. Sono infatti disponibili, in alcune città, delle soluzioni di sosta “al volo”: non c’è bisogno di iniziare manualmente la sosta, usando l’app o una colonnina per il pagamento. Se si dispone di un account nell’app del gestore del parcheggio, appena la videocamera riconosce la targa in un posteggio viene registrato l’inizio della sosta, che ovviamente termina appena si sposta il veicolo. Se si deve solo fare un acquisto veloce in un negozio non si perde tempo: si parcheggia, si va nel negozio, e si riprende l’automobile. Se la sosta è durata sei minuti, il corrispettivo per quei pochi minuti verrà automaticamente detratto dall’account. Questo vale anche per le varie situazioni di sosta gratuita con limite temporale, nei quali la targa viene registrata per assicurarsi che la permanenza nel posteggio non superi il limite imposto (es: 30 o 60 minuti, la classica sosta con “disco orario”). Naturalmente, queste app e il connesso riconoscimento delle targhe vengono anche usati per notifiche, per esempio per ricordare a un utente dove ha lasciato la macchina, da quanto tempo, e quanto sta pagando. Ed è qui che si presenta la vulnerabilità: queste sono informazioni sensibili, perché permettono di identificare in tempo reale la posizione di un veicolo. Se fossero accessibili soltanto al legittimo proprietario non ci sarebbe alcun problema, ma come fare a identificarlo? La soluzione di molti servizi di parcheggio è in realtà priva di qualsiasi meccanismo di identificazione: per utilizzarli basta inserire il numero di targa. Questo significa che chiunque conosca la targa di una potenziale vittima, può iscriversi a suo nome e ricevere notifiche sui suoi spostamenti. Non è in alcun modo necessario dimostrare di essere i legittimi proprietari del veicolo.

Usando le notifiche ricevute, platescan traccia la posizione del veicolo e ricostruisce il suo tragitto da un parcheggio all’altro.
[FONTE: https://notmyplate.com/whitepaper/]
Lo studio olandese
Lo studio olandese si è basato su due gestori dei parcheggi diffusi in tutta Europa: Indigo e Q-Park. A un campione selezionato casualmente di 120 utenti volontari è stato richiesto di fornire il proprio numero di targa. Gli autori dello studio (il gruppo di ricerca Intidc) hanno poi sfruttato le API dei backend cui si appoggiano le app di Indigo e Q-Park per tracciare tutte le targhe. La metodologia è in realtà piuttosto semplice: si sfrutta il facile session hijacking, dal momento che l’unica “autenticazione” è data dal numero di targa. Per seguire una automobile è in molti casi sufficiente creare automaticamente un nuovo account, assegnarvi del credito o un metodo di pagamento (es: PayPal), e il numero di targa, dichiarando di avere iniziato una nuova sosta in un parcheggio supportato dal gestore selezionato. A questo punto si effettua un pagamento per la sosta in questione, e da questo momento l’account creato verrà considerato legittimamente associato alla targa. Sostanzialmente, la sicurezza è affidata all’idea che nessuno pagherebbe una sosta per conto di qualcun altro. Che per le persone normali potrebbe anche essere vero, ma uno stalker o qualche altro tipo di criminale probabilmente non si farebbe troppi problemi a spendere qualche spicciolo pur di poter in futuro tracciare la posizione di una vittima. Un account connesso a una targa, infatti, riceve automaticamente delle notifiche dal server su tutte le future soste effettuate, e a volte (dipende dal gestore del parcheggio) persino sulle potenziali soste: quando una automobile, che magari è solo di passaggio e non ha davvero intenzione di parcheggiare, viene riconosciuta da una videocamera, il server fornisce la lista dei luoghi di parcheggio più vicini. E questo consente di tracciare la posizione di un veicolo entro un certo raggio. Siccome è disponibile una mappa di tutti i punti di parcheggio, è possibile tracciare la posizione di un utente per molto tempo, interrogando le API del server e memorizzando tutte le notifiche che arrivano.

Lo script Platescan interroga periodicamente le API dei gestori di parcheggio Indigo e Q-Park per leggere eventuali notifiche sull’inizio di una nuova sosta.
[FONTE: https://notmyplate.com/whitepaper/]
Entità della vulnerabilità
Questa vulnerabilità non è dovuta a un bug, ma a una scelta di progettazione di molte app dei gestori dei parcheggi europei. Per incentivare gli utenti a utilizzarle è stata tolta ogni complicazione possibile, è questo significa qualsiasi meccanismo di identificazione reale. L’autore dello studio propone una serie di possibili meccanismi di identificazione del legittimo proprietario del veicolo, ma è probabile che nessuno di essi possa davvero essere utilizzato: gli utenti sono pigri, e se si aggiunge qualche complicazione è possibile che smettano di usare l’app. Il problema è che basta avere una automobile e usarla per essere potenzialmente tracciabili, non è necessario che l’utente abbia nemmeno mai usato le app per pagare il parcheggio.
Per quanto riguarda l’Italia, gli autori dello studio hanno trovato tre diversi gestori di parcheggio potenzialmente vulnerabili: EasyPark, Interparking, e APCOA. Per Interparking le API consentono a una utenza di assegnarsi un unico numero di targa, e questo renderebbe più complesso un eventuale tentativo di sorveglianza di massa, sarebbe necessario creare tanti diversi account, ma è comunque piuttosto facile seguire una unica “vittima”. In altre parole, questa metodologia potrebbe dare a schiere di stalker e altri criminali la possibilità di seguire con facilità delle vittime.
La soluzione
Come accennavamo, una vera soluzione non esiste: soltanto una vera identificazione del legittimo proprietario del veicolo potrebbe funzionare, ma è improbabile che accada perché gli utenti preferiscono la comodità alla sicurezza. L’unica attuale mossa per chi è preoccupato di poter essere seguito, in particolare persone che temono di essere vittime di uno stalker, è chiedere ai gestori dei parcheggi di rimuovere la propria targa dai database e evitare di registrarla in futuro. Considerando che il numero di targa di un veicolo è un dato sensibile, è possibile chiederne la rimozione scrivendo al responsabile per il GDPR di ogni azienda. Sarebbe anche auspicabile una sorta di “registro delle opposizioni”, che però funzionerebbe soltanto se tutte le aziende che gestiscono parcheggi accettassero di rispettarlo.

Una tabella delle app di parcheggio dei principali paesi europei, stilata dai responsabili dello studio sul session hijacking.
[FONTE: https://notmyplate.com/whitepaper/]
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Cosa sapere sulla falla di WhatsApp
Il percorso non sblocca tutto il dispositivo, ma vedere foto private senza autenticazione resta un problema di riservatezza.
Un telefono protetto da PIN o impronta dovrebbe tenere al riparo la galleria fotografica. Una segnalazione su WhatsApp per Android mostra invece che, su alcuni dispositivi, una persona con accesso fisico allo smartphone può arrivare a visualizzare le immagini senza sbloccarlo. Il percorso passa da una videochiamata in arrivo e dagli strumenti per modificare lo sfondo con Meta AI.
Come si apre la galleria
Chi ha in mano il telefono può rispondere alla chiamata dalla schermata di blocco. Durante la videochiamata, apre il menu degli effetti, passa agli sfondi e sceglie l’opzione per creare uno sfondo con Meta AI. Se seleziona la modifica di una foto esistente, su alcuni modelli compare il selettore delle immagini senza una nuova richiesta di PIN o verifica biometrica. È come se una porta normalmente chiusa restasse accessibile attraverso il corridoio riservato alle chiamate.
Un selettore delle immagini è la schermata che consente di scegliere una foto da usare in un’app. Il problema non è la funzione in sé, ma il momento in cui viene mostrata: il dispositivo è ancora bloccato. Nei test riportati da Notebookcheck, il comportamento è stato riprodotto su un Google Pixel 6 Pro e un Oppo K13; un Samsung Galaxy S25 Ultra, invece, ha richiesto lo sblocco prima di mostrare le foto. Non è quindi corretto affermare che tutti i telefoni Android siano vulnerabili.
Che cosa può fare chi lo sfrutta
L’accesso fisico è indispensabile: non basta conoscere il numero della vittima o avviare una chiamata da lontano. Serve avere lo smartphone in mano e una videochiamata attiva. Secondo le verifiche riportate da Heise, il percorso consente di guardare le immagini, ma non dà accesso completo al telefono né permette, tramite questa funzione, di inoltrarle o modificarle. Resta comunque un rischio concreto per la riservatezza: una foto visibile sullo schermo può essere ripresa con un secondo dispositivo.
Nei test citati dalle testate, il comportamento non è stato riscontrato su iPhone. Durante le chiamate a telefono bloccato, iOS usa l’interfaccia di sistema CallKit, che non lascia raggiungere allo stesso modo gli strumenti di WhatsApp per modificare lo sfondo. Anche qui è bene attenersi ai dispositivi effettivamente verificati, senza trasformare un test in una garanzia generale per ogni versione futura.
Come proteggere le foto
La prima precauzione è aggiornare WhatsApp appena viene proposta una nuova versione e mantenere aggiornato Android. Poiché la distribuzione della correzione può richiedere tempo, chi vuole ridurre subito l’esposizione può aprire le impostazioni del telefono, entrare nei permessi di WhatsApp per Foto e video e scegliere l’accesso limitato alle sole immagini necessarie, se disponibile. Così l’app non potrà consultare l’intera galleria. È prudente anche non lasciare il telefono bloccato incustodito in luoghi condivisi. La vicenda ricorda che una schermata di blocco sicura non dipende soltanto dal PIN: conta anche ciò che le app possono aprire mentre una chiamata è in corso.
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10 trucchi per un PC al top!
Analizzate servizi, filesystem e software installato, individuate inefficienze nascoste e migliorate prestazioni e ordine del sistema.
Un PC Linux che impiega troppo tempo ad avviarsi o sembra meno reattivo non ha necessariamente bisogno di essere sostituito. Prima di pensare a nuovo hardware, vale la pena scoprire che cosa sta rallentando il sistema: servizi caricati senza motivo, programmi che partono al login e spazio occupato da file dimenticati.
In questo articolo vedremo dieci controlli pratici per fare ordine. Partiremo dall’avvio, identificando i servizi che richiedono più tempo e quelli abilitati anche se non li usiamo. Poi passeremo al disco: grandi archivi, duplicati, vecchi file, snapshot e immagini Docker possono accumularsi senza farsi notare. Controlleremo anche gli inode, le risorse con cui il filesystem tiene traccia dei file: quando si esauriscono, salvare nuovi dati può diventare un problema persino se restano gigabyte liberi. Non si tratta di cancellare tutto o disattivare servizi a caso. L’obiettivo è individuare i possibili colli di bottiglia, capire a cosa servono e intervenire solo dove ha senso. Bastano alcuni comandi mirati e un po’ di attenzione per dare al PC una ripulita consapevole, senza rischiare di eliminare ciò che serve davvero.
- Analizzare i servizi che rallentano l’avvio
Se il sistema è lento ad avviarsi, è utile identificare quali unità systemd richiedono più tempo durante il boot. Il comando seguente elenca i servizi ordinati per tempo di inizializzazione, permettendo di individuare rapidamente componenti che rallentano l’avvio e che possono essere analizzati o eventualmente disabilitati se non necessari:
systemd-analyze blame
- Verificare i servizi abilitati all’avvio
Non tutti i servizi installati in un sistema sono realmente necessari. Alcuni vengono abilitati automaticamente dai pacchetti installati e restano attivi anche se non vengono mai usati. Questo comando mostra tutte le unità abilitate nel sistema, permettendo di individuare servizi superflui che possono essere disabilitati:
systemctl list-unit-files –state=enabled
- Controllare gli autostart della sessione
Oltre ai servizi di sistema, molte applicazioni desktop aggiungono voci di avvio automatico nella sessione utente, normalmente memorizzate nella directory ~/.config/autostart. Ispezionare in modo regolare questa cartella consente di individuare le applicazioni che non devono essere avviate automaticamente, riducendo il numero di programmi caricati al login.
- Individuare rapidamente i file molto grandi
Immagini di macchine virtuali, archivi compressi o backup temporanei possono rimanere nel sistema per lungo tempo senza che ve ne accorgiate. Con questo comando potete individuare rapidamente i file più grandi di 1 GB presenti nel filesystem:
sudo find / -type f -size +1G
- Cercare file inutilizzati da molto tempo
Per individuare documenti o archivi dimenticati potete cercare i file modificati molto tempo fa. Il comando seguente elenca i file nella home che non sono stati modificati da oltre un anno:
find ~ -type f -mtime +365
- Controllare il consumo degli inode
Un filesystem può risultare apparentemente pieno anche quando lo spazio disco non è esaurito se si terminano gli inode, ossia le strutture che utilizza per gestire i file. Il comando seguente mostra l’utilizzo degli inode per ogni filesystem montato:
df -i
Se la percentuale di utilizzo è molto alta, il sistema potrebbe contenere un numero elevato di file di piccole dimensioni.
- Individuare file duplicati
Directory di foto, download o backup possono accumulare copie identiche degli stessi file. Strumenti come fdupes permettono di confrontare il contenuto dei file e vedere quelli duplicati:
fdupes -r ~/directory
- Controllare gli snapshot locali del sistema
Alcune distribuzioni utilizzano strumenti di snapshot per consentire il ripristino del sistema dopo aggiornamenti o modifiche importanti. Utility come Timeshift o Snapper possono creare snapshot basati su filesystem come Btrfs oppure su copie incrementali tramite rsync. Con il tempo queste istantanee possono occupare una quantità significativa di spazio disco. Se usate Snapper da riga di comando potete visualizzarli con:
snapper list
- Pulire immagini e container inutilizzati
Nei sistemi utilizzati per sviluppo o testing è comune accumulare immagini e container Docker che non vengono più utilizzati e che possono occupare molto spazio nel tempo. Questo comando rimuove automaticamente container fermati, immagini dangling e cache di build:
docker system prune Verificate che nessuno di essi vi serva ancora prima di eseguire il comando! LXP - Runtime flatpak
Le applicazioni Flatpak utilizzano runtime condivisi che possono restare installati anche dopo la rimozione dei programmi che li utilizzavano. Nel tempo questi componenti possono accumularsi occupando spazio disco. Il comando seguente elimina automaticamente i runtime e le estensioni non più necessari:
flatpak uninstall –unused
DA SAPERE
Le immagini dangling sono layer Docker rimasti senza tag né container associati, spesso dopo ricostruzioni o aggiornamenti delle immagini. Occupano spazio ma non possono essere avviate. Per eliminare tutte le immagini non utilizzate da alcun container, non solo quelle dangling, si può usare il comando docker system prune -a.
*Illustrazione progettata da Freepick
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Stuxnet torna su GitHub
Un repository pubblicato su GitHub sostiene di ricostruire Stuxnet, ma non si tratta del codice originale e la sua affidabilità è stata contestata.
Un nome storico della guerra informatica torna a circolare online. Su GitHub è comparso un repository che afferma di contenere una ricostruzione di Stuxnet, il malware scoperto nel 2010 e diventato celebre perché non si limitava a rubare dati o bloccare computer: era progettato per alterare il funzionamento di macchinari industriali collegati a un impianto nucleare iraniano.
La notizia va letta con cautela
Il progetto pubblicato non sarebbe il codice sorgente originale di Stuxnet, né la prova di una nuova campagna attiva. Il suo autore, che usa uno pseudonimo, lo presenta come materiale didattico e di ricerca basato sui campioni del malware analizzati negli anni. Alcuni sviluppatori che hanno esaminato il repository hanno però sollevato dubbi, definendolo in parte poco credibile o simile a codice generato automaticamente e non verificato.
Anche se il codice non fosse una copia fedele, il caso riporta l’attenzione su ciò che Stuxnet ha rappresentato. Prima della sua scoperta, il malware era associato soprattutto a furto di password, spionaggio e interruzione di servizi. Stuxnet dimostrò invece che un programma poteva attraversare il confine tra digitale e fisico: entrare in una rete informatica e modificare il comportamento di un impianto reale.
Il worm prendeva di mira i sistemi di controllo industriale, spesso indicati con la sigla ICS. Sono i computer e i software usati per gestire macchinari in fabbriche, centrali elettriche, reti idriche e infrastrutture critiche. Al loro interno operano spesso i PLC, piccoli computer programmabili che ricevono istruzioni e comandano motori, valvole, pompe o centrifughe. Possiamo immaginarli come i semafori intelligenti di una fabbrica: decidono quando una macchina deve partire, fermarsi o cambiare velocità.
Stuxnet cercava una configurazione molto specifica, legata alle centrifughe utilizzate per l’arricchimento dell’uranio nell’impianto di Natanz, in Iran. Nella maggior parte dei computer infettati restava inattivo. Quando trovava il bersaglio giusto, interveniva sui controllori industriali per modificare la velocità delle centrifughe, portandole ripetutamente fuori dai parametri di sicurezza. Nel frattempo, mostrava agli operatori dati apparentemente normali. Era come manomettere il motore di un’auto mentre il cruscotto continua a indicare che tutto procede senza problemi.
Secondo gli esperti, l’operazione avrebbe danneggiato circa mille centrifughe e rallentato il programma nucleare iraniano. L’attribuzione è stata ampiamente collegata a Stati Uniti e Israele, ma nessuno dei due governi ha mai rivendicato pubblicamente lo sviluppo del malware.
Un altro aspetto che rese Stuxnet eccezionale fu l’uso di quattro vulnerabilità “zero-day” di Windows. Una zero-day è un difetto non ancora corretto dal produttore, quindi privo di una patch disponibile nel momento in cui viene sfruttato. Trovarne una richiede competenze e risorse; usarne quattro nello stesso attacco mostrò un livello di preparazione molto raro. Quelle vulnerabilità sono state corrette da tempo e i sistemi di difesa industriale sono maturati con segmentazione delle reti, controllo del software autorizzato e maggiore monitoraggio degli impianti.
Il vero insegnamento non è che chiunque possa scaricare un progetto e replicare Stuxnet. Gli attacchi contro infrastrutture fisiche richiedono conoscenze molto specifiche dell’impianto, dell’hardware e dei processi industriali. Ma la disponibilità di codice, analisi e strumenti online riduce la distanza tra curiosità, sperimentazione e abuso. Per questo le organizzazioni industriali devono continuare a separare le reti operative da Internet, aggiornare i sistemi, limitare gli accessi remoti e prepararsi a rilevare anomalie anche quando gli indicatori sembrano rassicuranti.
Stuxnet resta dunque un simbolo: il momento in cui il mondo ha capito che un attacco informatico può avere conseguenze concrete su macchinari, produzione e infrastrutture. La comparsa di una sua presunta ricostruzione su GitHub è meno importante del messaggio che riporta alla ribalta: la sicurezza digitale e quella fisica, oggi, sono inseparabili.
*Illustrazione progettata da MakeUSOF
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Gmail a rischio tramite ChatGPT
Nella prova dei ricercatori, la sessione di una vittima ha letto dati da Gmail collegato e li ha inoltrati a un altro account senza alterare la risposta visibile.
Un assistente di intelligenza artificiale collegato alla posta elettronica può semplificare il lavoro, riassumere messaggi e trovare rapidamente informazioni. Ma quegli stessi collegamenti possono diventare molto rischiosi se qualcosa va storto nell’infrastruttura che separa gli utenti. È quanto emerge da una ricerca di Check Point Research su una vulnerabilità di ChatGPT che, prima della correzione, avrebbe potuto consentire il passaggio nascosto di istruzioni e dati tra due account differenti.

ChatGPT elabora un secondo flusso di attività parallelamente alla conversazione visibile.
Il rischio dimostrato
Nella dimostrazione controllata dei ricercatori, un aggressore è riuscito a indurre la sessione ChatGPT della vittima a recuperare informazioni dalla sua casella Gmail collegata e a trasmetterle a un altro account. La vittima inviava una domanda normale, riceveva una risposta apparentemente normale e non vedeva il secondo lavoro che l’assistente stava eseguendo in parallelo.
Il problema non riguardava una password di Gmail rubata né un accesso diretto all’account della vittima. Al centro della scoperta c’era il meccanismo con cui ChatGPT esegue alcune operazioni più complesse, ad esempio quando deve usare codice o strumenti software. Per queste attività vengono avviati ambienti temporanei e isolati, chiamati container: si possono immaginare come stanze separate, una per ogni sessione, che in teoria non dovrebbero comunicare tra loro.
Secondo Check Point, quei container potevano raggiungere un servizio interno di gestione dei pacchetti software, JFrog Artifactory. Questo componente serviva a fornire programmi e librerie senza aprire un accesso diretto a Internet. Tuttavia, una funzione legata ai metadati – piccole informazioni associate a un elemento del repository – avrebbe consentito a container di account diversi di scrivere e leggere dati condivisi. In sostanza, una lavagna che avrebbe dovuto stare in una stanza privata era invece consultabile anche dalla stanza accanto.

ChatGPT elabora una richiesta visibile dell’utente e un’attività nascosta durante lo stesso turno, per poi restituire i risultati attraverso canali separati.
Su quella lavagna digitale, l’attaccante poteva lasciare una richiesta nascosta. Attraverso una forma di prompt injection, cioè un’istruzione malevola inserita dentro contenuti che l’IA viene indotta a leggere, la sessione della vittima poteva controllare il canale, eseguire il compito usando le autorizzazioni di cui disponeva e restituire il risultato all’aggressore. I ricercatori indicano come possibili punti d’innesco un prompt manipolato, un link a una conversazione condivisa o un GPT personalizzato.
Non solo Gmail
La portata dell’attacco dipendeva da ciò che l’utente aveva già autorizzato. Nella prova è stato coinvolto Gmail, ma lo stesso schema avrebbe potuto interessare cronologia delle conversazioni, file presenti nelle chat e applicazioni collegate come Google Drive, Microsoft Teams o GitHub. Questo è il punto decisivo: l’assistente non doveva “bucare” ogni singolo servizio; poteva utilizzare i privilegi che l’utente gli aveva affidato in buona fede.

Plugin di ChatGPT.
Check Point definisce questo rischio un possibile “insider costretto”: non un dipendente infedele, ma un assistente IA convinto a compiere azioni legittime per i permessi, ma illegittime per lo scopo. È come se un assistente d’ufficio, autorizzato a consultare gli archivi, ricevesse istruzioni nascoste in un documento e consegnasse una cartella riservata a uno sconosciuto, senza che il responsabile se ne accorga.
La buona notizia è che questa specifica via d’attacco non risulta più utilizzabile. OpenAI ha comunicato a Check Point che l’istanza interna di Artifactory impiegata nella dimostrazione è stata dismessa. Non sono richieste azioni di aggiornamento sui dispositivi degli utenti per chiudere questo singolo canale.
*Illustrazione progettata da Checkpoint
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Datamatic: annuncio di vendita
Concordato Preventivo R.G. P.U. 640-4/2024, Tribunale di Milano, Datamatic S.r.l. (già Datamatic S.p.A.), Commissario Giudiziale Dott. avv. Carlo Pagliughi.
Pubblicità di offerta irrevocabile pervenuta ed invito alla manifestazione di interesse ex art. 91 CCII (c.d. offerte concorrenti) da sottoporre ad eventuale successiva procedura competitiva, per la cessione della partecipazione pari al 51% del capitale sociale di Datamatic Sistemi e Servizi S.p.A. (“DSS” o “Partecipazione”), di proprietà di Datamatic S.r.l., in relazione alla quale è pervenuta proposta irrevocabile di acquisto al prezzo di Euro 550.000,00 (cinquecentocinquantamila/00)
Si invitano gli eventuali interessati a manifestare l’interesse all’acquisto della Partecipazione, per il prezzo base di Euro 550.000,00 (cinquecentocinquantamila/00). La manifestazione di interesse avente ad oggetto la Partecipazione dovrà pervenire entro e non oltre le ore 12:00 del 12 ottobre 2026 all’indirizzo pec [email protected]. Si precisa che all’indirizzo [email protected] potrà essere inviata richiesta di accesso alla Data Room, previa sottoscrizione di un accordo di riservatezza. Il presente annuncio e la ricezione di eventuali manifestazioni di interesse non comportano alcun obbligo od impegno alla alienazione nei confronti di eventuali offerenti, e per essi alcun diritto a qualsiasi titolo (mediazione o consulenza). L’invito a manifestare completo è pubblicato sul Portale delle Vendite Pubbliche e messo a disposizione a semplice richiesta.
L’annuncio completo è scaricabile cliccando qui.
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Account online dimenticati
Anche la presenza sul Web accumula “residui” da scovare ed eliminare per velocizzare il proprio sistema.
Nel tempo è facile accumulare numerosi account online: servizi provati una volta, forum tecnici, piattaforme cloud, repository o siti utilizzati per scaricare documentazione. Molti rimangono attivi anche quando non vengono più utilizzati. Il problema non è solo organizzativo ma anche di sicurezza. Per questo è utile trattare gli account online come qualsiasi altra risorsa del sistema: periodicamente vanno identificati, verificati e, se necessario, rimossi.
Come individuare gli account
Il modo più semplice per ricostruire l’elenco dei servizi a cui ci si è registrati è utilizzare la posta elettronica come archivio. La maggior parte delle piattaforme invia, infatti, messaggi automatici quando viene creato un account o quando sono effettuate operazioni sensibili come la verifica dell’indirizzo email o la reimpostazione della password. Una ricerca nella mailbox con termini tipici dei messaggi di registrazione, come “benvenuto”, “verifica il tuo indirizzo email”, “account creato” o “reimposta la password”, permette di individuare rapidamente molti servizi utilizzati negli
anni. In quelli internazionali cercate formule come “welcome”, “verify your email” o “password reset”. Se avete la posta in archivi locali potete effettuare ricerche analoghe anche dalla riga di comando. Strumenti come grep permettono di analizzare rapidamente grandi archivi con ricerche come:
grep -Ri “welcome” ~/Mail
Una volta individuato un servizio, conviene verificare alcune informazioni disponibili nella maggior parte delle piattaforme, come la data dell’ultimo accesso, l’ultima modifica della password, l’eventuale presenza di sessioni attive oppure una cronologia degli accessi recenti. Questi dati permettono di capire se l’account è stato utilizzato di recente
oppure se è rimasto inattivo per anni. Nel secondo caso è spesso più sicuro eliminarlo.
Password manager e accessi federati
Anche password manager come Bitwarden o KeePassXC permettono di visualizzare l’elenco dei servizi registrati e spesso consentono di ordinare le voci in base alla data di creazione o all’ultimo utilizzo. Potrete così individuare rapidamente servizi utilizzati anni prima, eventuali account duplicati e password ripetute, eliminando quel chen non serve. Un’attenzione particolare merita anche l’autenticazione tramite servizi esterni (Single Sign-On o SSO) con Google, GitHub o altri provider di identità. Questo meccanismo utilizza protocolli di autorizzazione che consentono a un sito di usare l’identità gestita da un’altra piattaforma. Nel tempo è facile accumulare numerose autorizzazioni di
questo tipo senza accorgersene. Potete controllare queste integrazioni nelle impostazioni di sicurezza dei principali servizi, dove di solito è presente una sezione dedicata alle applicazioni collegate o agli accessi autorizzati. Rimuovere le integrazioni non più necessarie riduce il numero di servizi che possono accedere alla vostra identità principale e
limita la superficie di esposizione.
Eliminare o neutralizzare quel che non serve
Quando un account non serve più, la soluzione migliore è eliminarlo tramite le impostazioni del servizi anche se, in alcuni casi, è necessario contattare il supporto o seguire procedure manuali. Se l’eliminazione non è possibile, potete comunque ridurre il rischio sostituendo la password con una stringa casuale generata dal password manager, rimuovendo le informazioni personali dal profilo, disattivando notifiche e integrazioni esterne e revocando eventuali token di accesso. Un controllo periodico del password manager e delle email di registrazione è spesso sufficiente per individuare account inutilizzati e ridurre progressivamente il numero di credenziali attive.
Può diventare un problema di sicurezza
Gli account vecchi spesso utilizzano password che non sono mai state aggiornate oppure credenziali riutilizzate su altri servizi. Se una di queste credenziali compare in un database compromesso, un account dimenticato può diventare un bersaglio facile per attacchi automatici di credential stuffing, nei quali le credenziali rubate vengono provate su numerosi servizi diversi. Un secondo rischio riguarda i dati personali. Molti servizi conservano informazioni, cronologie o file associati all’account anche dopo lunghi periodi di inattività. Se l’account non viene più monitorato, eventuali accessi non autorizzati possono passare inosservati.
Leggi anche: “Il portachiavi in bella mostra“
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Svuotare la RAM con criterio
Analizzare l’uso della memoria individua processi che consumano troppa RAM e provocano rallentamenti o uso eccessivo dello swap.
A differenza dello spazio su disco, la RAM non è una risorsa che deve essere mantenuta libera. Nei sistemi Linux moderni la memoria disponibile viene utilizzata in modo aggressivo per migliorare le prestazioni del sistema. Quando applicazioni e servizi non richiedono tutta la RAM installata, il kernel utilizza quella libera come page cache, cioè come area temporanea in cui conservare dati recentemente letti dal disco, riducendo significativamente i tempi di accesso ai file e alle applicazioni utilizzate più spesso. Se gli stessi dati vengono richiesti di nuovo, il sistema può recuperarli direttamente dalla memoria invece di leggerli dal disco, operazione molto più lenta. Per questo motivo è normale che gli strumenti di monitoraggio mostrino una quantità molto ridotta di RAM “libera”: è in gran parte utilizzata come cache. È importante capire che questa non è davvero occupata in modo permanente. Infatti, quando un’applicazione richiede più memoria, il kernel libera automaticamente le pagine di cache meno recenti e le rende disponibili ai nuovi processi. In altre parole, “svuotare” la RAM senza criterio potrebbe rallentare il sistema invece di migliorarlo!
Quando la memoria diventa un problema
Una situazione diversa si verifica quando uno o più processi consumano una quantità eccessiva di memoria nel tempo. Applicazioni mal configurate, servizi che accumulano dati in memoria o programmi con perdite di memoria (memory leak) possono saturare la RAM e costringere il sistema a utilizzare intensivamente lo swap, cioè l’area del disco usata come memoria di emergenza. Quando questo accade, il sistema può diventare sensibilmente più lento, perché le operazioni che normalmente avverrebbero in memoria devono essere trasferite sul disco. Nei computer desktop il sintomo più evidente è il rallentamento delle applicazioni e dell’interfaccia grafica; sui server, invece, possono aumentare i tempi di risposta dei servizi. Per questo motivo è utile controllare periodicamente l’uso della memoria e verificare se qualche processo stia crescendo in modo anomalo. A differenza della cache del filesystem, che viene gestita automaticamente dal kernel, il consumo di memoria da parte dei processi è un indicatore diretto del comportamento delle applicazioni in esecuzione: non trascuratela!
Analisi in tempo reale
Ci sono diversi strumenti per osservare in tempo reale come viene utilizzata la memoria del sistema, distinguendo tra quella usata dai processi, quella impiegata come cache e l’eventuale uso dello swap. Uno dei comandi più semplici è:
free -h
La colonna available che mostra è molto utile perché rappresenta la quantità di memoria che può essere allocata immediatamente senza ricorrere allo swap. Per analisi più dettagliate è possibile utilizzare strumenti interattivi come top o htop, che permettono di osservare i processi in esecuzione e ordinarli in base al consumo di memoria. In top è sufficiente premere il tasto M per ordinare l’elenco dei processi in base alla RAM utilizzata. Htop offre inoltre un’interfaccia più leggibile e permette di filtrare facilmente i processi più pesanti. Un altro strumento utile è vmstat, che fornisce informazioni sul comportamento della memoria virtuale e sullo stato dello swap:
vmstat 5
L’intervallo di aggiornamento (in questo caso 5 secondi) permette di osservare nel tempo l’andamento dell’uso della memoria e l’eventuale attivazione dello swap. L’output sarà simile a quello mostrato qui sotto, con aggiornamenti periodici delle principali statistiche del sistema: stato della memoria, attività dello swap, operazioni di I/O e utilizzo della CPU. Potrete così verificare rapidamente se l’utilizzo della memoria rientra nel comportamento normale del sistema o se indica un problema da approfondire.

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