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Il boom delle distro immutabili
Stanno diventando sempre più popolari e molti ritengono che rappresentino il futuro di Linux, ma cosa le rende così speciali?
Secondo le dichiarazioni del team di Fedora, le varianti immutabili rappresentano la maggior parte delle versioni di Fedora Linux in uso. La prossima release di supporto a lungo termine di Ubuntu offrirà quasi certamente una build immutabile, basata solo su Snap, in aggiunta a quelle classiche e molte altre distro immutabili sono già diventate molto popolari. E sembra proprio che le distro immutabili non siano affatto una moda del momento. In alcuni scenari, infatti, si spingono un passo oltre i sistemi Linux tradizionali, offrendo un’opzione più sicura e affidabile. Sono particolarmente utili in applicazioni come il cloud computing, i sistemi embedded, l’IoT e l’esecuzione di container, ma possono essere una soluzione vincente anche come distro di uso quotidiano e per i server.
Cosa sono nella pratica
Una distro immutabile è un sistema operativo progettato per essere inalterabile e in sola lettura. Una volta installato l’OS, i file e le directory di sistema non possono essere modificati direttamente dagli utenti o dalle applicazioni. Per apportare aggiornamenti o modifiche viene creata, installata e attivata una nuova istanza del sistema operativo e gli aggiornamenti vengono applicati in modo atomico (tutti in una volta). Le applicazioni sono isolate dal sistema operativo principale e l’una dall’altra, tipicamente attraverso la containerizzazione. In questo modo le modifiche apportate da una applicazione non possono influenzare il sistema centrale o altri programmi.

Fedora Silverblue offre un’esperienza simile a quella che si ha utilizzando Fedora Workstation. Fedora ha altre due versioni immutabili: Kinoite e Sericea
I vantaggi che offrono
Uno dei principali vantaggi dell’utilizzo dei sistemi operativi immutabili è la grande sicurezza che offrono. Poiché i file di sistema sono di sola lettura, qualsiasi tentativo di modifica fallisce. In questo modo si evitano interventi non autorizzati e si riduce il rischio di malware o di attacchi malevoli. Isolando il sistema operativo da potenziali minacce, una distro immutabile offre una soluzione perfetta per gli ambienti critici. Garantisce inoltre prestazioni affidabili e costanti, impedendo modifiche accidentali o configurazioni errate. Poiché gli OS rimangono invariati dopo ogni riavvio, si riduce la possibilità di problemi imprevisti o di guasti al sistema. Ciò è particolarmente importante in ambienti in cui i tempi di attività e la stabilità sono fondamentali, come i server o i sistemi embedded. Inoltre, con una distro immutabile il processo di manutenzione e aggiornamento diventa più semplice ed efficiente. Invece di applicare patch o aggiornamenti direttamente al sistema in esecuzione, si crea una nuova istanza dell’OS con gli aggiornamenti necessari. In questo modo si garantisce uno stato pulito e coerente del sistema a ogni aggiornamento, riducendo al minimo il rischio di conflitti o problemi di compatibilità. Inoltre, se si verificano inconvenienti durante il processo di update, è possibile ripristinare facilmente l’istanza precedente del sistema operativo, il che offre un’opzione di rollback molto pratica. Un ultimo, importante aspetto è che le distro immutabili offrono vantaggi in termini di scalabilità e riproducibilità, soprattutto in ambienti di cloud computing o containerizzati. Creando nuove istanze del sistema operativo per ogni deployment, diventa più facile scalare in base alla domanda. Ciò semplifica la gestione di deployment su larga scala e garantisce ambienti coerenti e riproducibili tra le diverse istanze.
Container e sandbox in primo piano
L’architettura di una distribuzione immutabile ruota attorno ai concetti di containerizzazione e sandbox. Utilizzando ambienti di virtualizzazione come Docker e LXC (abbreviazione di Linux Containers), ogni componente del sistema viene inserito in una sandbox sicura. Ciò consente di creare ambienti isolati in cui ogni componente è autonomo e permette al sistema di eseguire applicazioni non affidabili senza compromettere la sicurezza generale della macchina. Questo garantisce che ogni parte del sistema sia a prova di manomissione e possa essere aggiornata in modo indipendente. Permette inoltre di isolare le applicazioni, assicurando che abbiano accesso solo ai dati che devono gestire. Per capire più nel dettaglio cosa possiamo aspettarci da una distribuzione di questo tipo, vediamo alcuni dei progetti più importanti sul mercato.
Tre distro per Fedora
Fedora Silverblue è un sistema operativo immutabile che utilizza l’ambiente desktop Gnome. L’aspetto, la funzionalità e il comportamento sono quelli di un normale sistema operativo desktop e l’esperienza è simile a quella che si ha utilizzando Fedora Workstation. Le applicazioni grafiche vengono installate tramite Flatpak, che le tiene separate dal sistema di base e consente un controllo minuzioso dei loro permessi. Se programmate, apprezzerete l’utility Toolbox, che utilizza i contenitori per fornire un ambiente in cui installare e utilizzare strumenti di sviluppo e librerie. Toolbox consente di organizzare gli strumenti di sviluppo per progetto e di mantenere più versioni dei tool indipendenti l’una dall’altra. Tenete però presente che Fedora Silverblue non fornisce un’esperienza pienamente funzionale per il dual booting o il partizionamento manuale. Fedora ha anche altre due distribuzioni immutabili: Kinoite con il desktop Plasma e Sericea che offre il tiling window manager Sway, ideale per chi preferisce basare il suo flusso di lavoro sulla tastiera anziché sul mouse.
NixOS, OpenSUSE MicroOS e GNU Guix
NixOS è una distribuzione costruita sulla base di Nix, un gestore di pacchetti multipiattaforma puramente funzionale che utilizza un modello di distribuzione in cui il software viene installato in directory uniche generate tramite hash crittografici. Nix costruisce i pacchetti in isolamento per assicurarne la riproducibilità, mentre NixOS facilita la condivisione degli ambienti di sviluppo e di compilazione. La raccolta di pacchetti Nix ne contiene oltre 80.000. Nix è anche il linguaggio di compilazione utilizzato da NixOS che specifica come costruire i pacchetti dai sorgenti e permette di adattare facilmente il sistema alle proprie esigenze. Tuttavia, poiché la creazione dai sorgenti è un processo lungo, il gestore di pacchetti scarica automaticamente dei binari precostituiti da un server di cache quando sono disponibili. In questo modo si unisce la flessibilità di un sistema di gestione dei pacchetti basato sui sorgenti con l’efficienza di un modello binario. Uno dei punti di forza di questa distribuzione dalle caratteristiche uniche e dalle funzionalità molto avanzate è la forza della sua community. Sulla sua pagina GitHub (https://github.com/NixOS/nixpkgs), che ha oltre 5.000 contributor, trovate i link per accedere, oltre che alla documentazione del progetto, al suo forum, alla sua chat in Matrix, alla newsletter settimanale, alla wiki gestita dalla comunità e un elenco di modi per mettersi in contatto con essa (Discord, Telegram, IRC, ecc.). Un’altra distribuzione immutabile interessante, mirata principalmente ai server, è OpenSUSE MicroOS. È un sistema operativo a microservizi progettato per ospitare carichi di lavoro in container con amministrazione e patch automatizzate. Utilizza aggiornamenti transazionali, che consentono un facile rollback e assicurano che il sistema esegua lo stesso software in modo coerente a ogni avvio. Il sistema è scalabile e affidabile, con recupero automatico per gli aggiornamenti difettosi. Il progetto offre anche due versioni per computer desktop, che sono state recentemente rinominate (bit.ly/449HIkD) come openSUSE Aeon (con ambiente desktop GNOME) e openSUSE Kalpa (con Plasma). Simile a NixOS per la potenza e le funzioni avanzate è GNU Guix (https://guix.gnu.org), una distribuzione del sistema operativo GNU. È sia un gestore di pacchetti che può essere usato in qualsiasi distro, sia una vera e propria distribuzione GNU/Linux immutabile che si impegna a rispettare e migliorare la libertà dei suoi utenti.

Nella pagina degli scaricamenti di MicroOS sono previste diverse piattaforme, tra cui la Raspberry Pi
Vanilla OS e BlendOS
Vanilla OS è un sistema operativo immutabile basato su Ubuntu con un ambiente desktop GNOME 3 standard. È stato progettato per essere affidabile e produttivo per l’operatività quotidiana e offre un’interfaccia pulita e intuitiva. Mira a soddisfare le esigenze di sviluppatori, designer, studenti e semplici utenti di base grazie a un’ampia gamma di applicazioni. Al primo avvio è possibile scegliere il formato di pacchetti che si desidera utilizzare in Vanilla OS, come Flatpak, Appimage o Nix. Inoltre consente di lanciare diversi sistemi containerizzati basati su Arch Linux, Fedora o Alpine Linux. La distribuzione ha fatto molto parlare di sé perché ha deciso di passare come base da Ubuntu a Debian Sid nella prossima versione, Vanilla OS 2.0 Orchid. Mira infatti a essere una distribuzione neutra (il termine “vaniglia” viene infatti usato in inglese anche per indicare un gusto di base, senza fronzoli) che lascia la massima libertà di scelta possibile agli utenti e secondo gli sviluppatori le scelte di Ubuntu che si allontanano da questa filosofia richiedono troppo tempo per essere neutralizzate. Una filosofia analoga ma spinta ancora oltre sul fronte della compatibilità è quella di blendOS. Come suggerisce il nome, mira a fondere (blend in inglese) tutte le distribuzioni Linux, Android e le applicazioni Web in un’unica soluzione. È basato su Arch Linux e supporta diversi ambienti desktop, tra cui GNOME e KDE Plasma, oltre a diversi gestori di pacchetti, come apt, dnf, yum, pacman e yay. Dopo aver installato blendOS è possibile utilizzare una qualsiasi delle centinaia di migliaia di applicazioni da una qualsiasi delle distribuzioni supportate dal sistema operativo, tra cui Debian, Ubuntu, Fedora, Arch Linux, Kali Linux, AlmaLinux, Rocky Linux e Android. È infatti possibile installare applicazioni da alcuni dei più popolari store Android, tra cui Aurora Store o F-Droid, grazie al fatto che la distro utilizza WayDroid dietro le quinte. Questo non è solo comodo per gli utenti che hanno più scelta di app, ma anche per gli sviluppatori che possono sfruttare facilmente il proprio PC per il testing.

Ubuntu core è già ampiamente usato nell’Internet delle cose, nell’automazione industriale, nei progetti per le città e le vetture intelligenti e nella robotica. Dovrebbe arrivare presto in Ubuntu per desktop
Ubuntu core e il futuro sui desktop
Al di fuori dei nostri desktop, una distribuzione immutabile molto importante è Ubuntu Core. Canonical ha iniziato il suo sviluppo nel 2014, con l’obiettivo di creare una piattaforma completamente containerizzata per l’IoT. Inserisce ogni componente del sistema in una sandbox sicura, il che consente ai dispositivi IoT autonomi connessi di ricevere aggiornamenti senza l’intervento umano. L’architettura di Ubuntu Core si concentra sulla componibilità e sulla sicurezza, rendendola una buona opzione per l’edge computing (una forma di elaborazione distribuita che porta la computazione e lo storage dei dati più vicino alle fonti di dati), la robotica e lo sviluppo sul cloud. L’approccio containerizzato consente una maggiore flessibilità e fornisce un sistema operativo sicuro e resiliente per ambienti difficili. L’ingombro minimo dell’OS lo rende inoltre una scelta efficiente per i dispositivi con risorse limitate. Le sue dimensioni ridotte e le poche dipendenze gli consentono infatti di funzionare senza problemi su diverse schede embedded e single-board computer. Viene utilizzato nella robotica, per i veicoli autonomi, nell’automazione industriale e nelle applicazioni per le smart city, come i display intelligenti. Anche Ubuntu core potrebbe però arrivare presto sui desktop. Come dichiara la stessa azienda, infatti: “dietro le quinte, il team di Canonical ha esplorato attivamente i vantaggi di Ubuntu Core al di là del regno dell’IoT, in particolare nel contesto degli sviluppatori e degli utenti quotidiani”. Secondo quando trapelato da dichiarazioni delle persone che ci lavorano, già la prossima versione LTS (con supporto a lungo termine) di Ubuntu dovrebbe avere, insieme a quella tradizionale, un’edizione immutabile basata solo su pacchetti Snap, senza più quelli .deb. I pacchetti Snap stessi sono applicazioni immutabili. Quando vengono installati, vengono forniti come pacchetti completi che includono l’applicazione e tutte le sue dipendenze, riunite in un filesystem squashfs immutabile. A differenza del software tradizionale, gli Snap non modificano o sfruttano le librerie o le impostazioni del sistema host e, quando uno Snap viene aggiornato, l’intero pacchetto viene sostituito in una sola volta. Concludendo, le distribuzioni immutabili hanno guadagnato grande consenso negli ultimi anni e probabilmente diventeranno sempre più popolari in futuro, poiché offrono una serie di vantaggi, tra cui una maggiore facilità di test e di sviluppo del software basato su container, la sicurezza del sistema operativo e la standardizzazione. Che sia ora di provarne una?

All’avvio iniziale potete scegliere il formato o i formati dei pacchetti che volete utilizzare in Vanilla OS
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Un prompt su 36 espone dati sensibili
Non solo phishing e malware: l’uso senza regole dell’IA generativa aumenta il rischio di esporre dati aziendali.
Luglio ha confermato una tendenza che le aziende non possono più ignorare: gli attacchi informatici aumentano, il ransomware torna a correre e l’uso quotidiano dell’intelligenza artificiale apre nuovi rischi per i dati. Secondo Check Point Research, ogni organizzazione nel mondo ha subito in media 2.336 attacchi a settimana, il 3% in più rispetto al mese precedente e il 16% in più su base annua.
L’Italia appare tra i Paesi più colpiti: con il 3% delle vittime ransomware segnalate, si colloca al quinto posto dopo Stati Uniti, Germania, Canada e Regno Unito. Nel nostro Paese, le organizzazioni avrebbero subito mediamente 2.755 attacchi settimanali, con un incremento del 14%. Un numero che racconta una pressione costante, non un episodio isolato.
A livello globale, il bersaglio più esposto resta l’istruzione, con 4.848 attacchi settimanali per organizzazione. Scuole e università mettono insieme migliaia di utenti, reti aperte, dispositivi personali e sistemi spesso datati: un insieme che le rende attraenti per i criminali. Seguono settore pubblico, telecomunicazioni, energia e servizi turistici, questi ultimi particolarmente esposti nella stagione degli spostamenti.

L’istruzione resta il settore più bersagliato, ma la pressione cresce su infrastrutture pubbliche, reti di comunicazione, energia e servizi connessi ai viaggi.
Il capitolo più preoccupante riguarda però il ransomware, il malware che cifra file e sistemi chiedendo un riscatto per sbloccarli o per evitare la pubblicazione dei dati rubati. Le vittime rese note dai gruppi criminali sono salite a 964, quasi il doppio rispetto a un anno prima e il 49% in più rispetto al mese precedente. I servizi alle imprese rappresentano quasi un terzo dei casi segnalati, seguiti da manifattura e beni di consumo.
In cima alla classifica dei gruppi più attivi compaiono The Gentlemen e Qilin, entrambi associati al 14% degli attacchi pubblicati, mentre DeadLock emerge con il 10%. Sono nomi che indicano organizzazioni criminali capaci di offrire ransomware “in affitto” ad affiliati: un modello simile a un servizio commerciale, ma usato per colpire aziende e chiedere denaro.
Accanto agli attacchi tradizionali cresce l’esposizione legata alla GenAI, gli strumenti capaci di generare testi, riassunti, immagini o codice. Il pericolo non dipende solo dalla tecnologia, ma soprattutto da ciò che le persone inseriscono nei prompt. Un dipendente che copia in chat un documento riservato per farselo riassumere può condividere dati di clienti, dettagli finanziari o informazioni interne senza volerlo.
Secondo i dati diffusi, un prompt su 36 proveniente da reti aziendali presentava un rischio elevato di perdita di dati sensibili; l’88% delle organizzazioni che usa regolarmente questi strumenti ha registrato almeno un’attività ad alto rischio. È come affidare un dossier a un assistente molto efficiente, ma esterno al perimetro aziendale, senza controllare quali informazioni gli si stanno consegnando.

Nei prompt aziendali finiscono spesso informazioni sensibili: dati personali e finanziari, dettagli tecnici, documenti legali e contenuti legati al personale.
L’e-mail, infine, continua a essere una porta d’ingresso decisiva. Una mail ogni 128 è stata classificata come phishing, cioè una truffa pensata per rubare password, denaro o dati; un ulteriore 20% rientrava tra spam e messaggi potenzialmente rischiosi. Il messaggio per aziende e utenti è chiaro: non esiste più un solo punto da difendere. Servono aggiornamenti, backup, filtri e-mail, formazione, controlli sugli accessi e regole chiare sull’uso dell’IA.
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Quando il phishing sembra legittimo
Le nuove campagne via e-mail sfruttano domini autentici, PDF e finte procedure Microsoft per rendere le truffe molto più convincenti.
Le e-mail malevole stanno diventando sempre più difficili da riconoscere. Secondo Barracuda, le ultime campagne osservate mostrano un salto di qualità: gli attaccanti non si limitano più a copiare male le pagine di login, ma sfruttano servizi autentici, PDF, calendari e persino catene di reindirizzamento per rendere le truffe molto più credibili.
Pagine Microsoft usate come esca
Una delle tecniche più insidiose riguarda le pagine Microsoft vere usate come esca. In pratica, la vittima non finisce su un sito falso costruito da zero, ma su una pagina reale ospitata su un dominio Microsoft controllato dagli stessi criminali. È come entrare in un ufficio vero, con insegna e reception autentiche, ma scoprire troppo tardi che dentro c’è qualcuno che sta aspettando proprio te.
L’attacco inizia di solito con un messaggio allarmante, per esempio una mail che segnala una casella “quasi piena” o invita a un incontro con il team di sicurezza. Da lì, attraverso un appuntamento nel calendario, l’utente viene portato alla pagina di accesso. Se inserisce le credenziali, i criminali possono intercettare il token di sessione, cioè la “chiave temporanea” che permette di restare connessi senza dover reinserire la password ogni volta. In altre parole, rubare quel token equivale ad avere il badge già attivo per entrare negli ambienti digitali dell’azienda.
Phishing tramite PDF
Un’altra tendenza riguarda i PDF usati come contenitori del phishing. Il trucco è semplice: il documento sembra innocuo, magari parla di pagamenti o conformità, ma al suo interno contiene un link che porta a una falsa procedura di autenticazione. Qui l’obiettivo non è solo rubare la password, ma anche raccogliere dati aziendali e indirizzi e-mail. Per aumentare la credibilità, gli aggressori imitano il flusso di accesso Microsoft in modo molto realistico, inserendo perfino CAPTCHA e pagine che scompaiono dopo poco tempo per rendere più difficile l’analisi.
Barracuda segnala poi un cambiamento ancora più preoccupante: le e-mail di phishing non servono più soltanto a rubare credenziali, ma sempre più spesso a distribuire malware. È il caso delle finte fatture che invitano a scaricare un PDF, quando in realtà il collegamento avvia un file JavaScript malevolo. Questo tipo di file è un piccolo programma che può eseguire azioni sul computer dell’utente, come un assistente apparentemente normale che invece sta lavorando per qualcun altro.
Una volta attivato, il malware può raccogliere informazioni sul sistema, installare altri componenti dannosi e mantenere l’accesso alla macchina anche dopo l’infezione iniziale. Alcune campagne passano inoltre attraverso più livelli di inganno: il file iniziale porta a un finto ambiente OneDrive, che a sua volta apre una falsa pagina Excel. Ogni passaggio è studiato per abbassare la guardia dell’utente e far sembrare tutto parte di un processo legittimo.
*Illustrazione progettata da Barracuda
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Gli europei diffidano dei router cinesi
Un sondaggio YouGov mostra che molti europei, e in particolare gli italiani, si fidano di più dei router prodotti in Europa, ma spesso ignorano la reale origine dei dispositivi che usano ogni giorno.
Quando si parla di sicurezza informatica, il router resta uno degli oggetti più importanti e meno considerati della casa digitale. È il dispositivo che collega a Internet computer, smartphone, TV, videocamere e spesso anche elettrodomestici smart. In pratica, è il “portiere” della rete domestica: se è poco affidabile, anche tutto ciò che gli sta dietro diventa più esposto. Non sorprende quindi che, secondo un sondaggio YouGov condotto in 14 Paesi europei su oltre 16.000 persone, molti consumatori guardino con crescente attenzione alla provenienza dei produttori di router.
I risultati della ricerca
La ricerca mostra un dato chiaro: in Europa oltre una persona su due diffida dei router cinesi, mentre il livello di sfiducia verso i produttori russi sale ancora di più. Al contrario, i produttori europei sono percepiti come i più affidabili. In Italia il quadro è un po’ più sfumato, ma la tendenza resta evidente: il 62% degli intervistati dichiara fiducia verso i produttori europei, mentre la diffidenza riguarda il 34% dei dispositivi provenienti dalla Cina, il 45% di quelli russi e il 26% di quelli statunitensi.
Il dato interessante è che questa percezione non sempre si accompagna a una reale consapevolezza sull’origine dei marchi. Molti utenti, infatti, non sanno con precisione da dove arrivi il router che hanno in casa, né conoscono il Paese di origine del brand che lo produce. Il sondaggio segnala, ad esempio, che solo una piccola parte degli intervistati sa collocare correttamente alcuni marchi molto diffusi, mentre per molti altri prevale l’incertezza o l’errore. In altre parole, la fiducia nel “Made in Europe” cresce, ma spesso si basa su informazioni incomplete o approssimative.
Il router dell’operatore
La confusione aumenta ulteriormente quando si parla dei modem-router forniti dagli operatori telefonici. Molti consumatori tendono a pensare che i dispositivi ricevuti in comodato d’uso dai provider siano prodotti in Europa, anche quando la filiera reale è esterna all’Unione Europea. È un dettaglio importante, perché nella percezione comune il router dell’operatore viene spesso considerato quasi “neutro”, come se la sua provenienza fosse meno rilevante rispetto a quella di un prodotto acquistato direttamente.
Dal punto di vista pratico, però, la sicurezza di un router non dipende solo dalla geografia del marchio. Contano anche fattori molto concreti: frequenza degli aggiornamenti, trasparenza del produttore, durata del supporto software, rapidità nel correggere falle di sicurezza e facilità con cui l’utente può gestire password, rete Wi‑Fi e impostazioni avanzate. Un router poco aggiornato, anche se prodotto in un Paese percepito come affidabile, può comunque diventare un punto debole. Al contrario, un dispositivo ben mantenuto e correttamente configurato offre in genere più garanzie di uno lasciato con password di default e firmware obsoleto.
Il sondaggio mette quindi in luce due aspetti diversi ma complementari. Da un lato cresce la sensibilità europea verso sovranità digitale, protezione dei dati e provenienza tecnologica. Dall’altro emerge quanto sia ancora limitata la cultura tecnica attorno a un dispositivo che, pur essendo essenziale, viene spesso installato e poi dimenticato. Il router, invece, andrebbe trattato un po’ come la serratura di casa: non basta sapere chi l’ha costruita, bisogna anche controllare se funziona bene, se viene mantenuta sicura nel tempo e se la stiamo usando nel modo giusto.
*Illustrazione progettata da Freepik
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Nuovo spyware prende di mira gli iPhone
Due exploit molto sofisticati permettono di colpire il cuore del sistema operativo degli iPhone
Una nuova minaccia informatica torna a far parlare di sé nel mondo degli smartphone. I ricercatori di Google e della società specializzata in sicurezza mobile iVerify hanno pubblicato un’analisi su Coruna, uno spyware che sfrutta vulnerabilità molto sofisticate del sistema operativo degli iPhone. Secondo quanto emerso dalle ricerche, Coruna utilizza due exploit – cioè tecniche che permettono di sfruttare un difetto del software per entrare in un sistema – chiamati Photon e Gallium. Questi attacchi prendono di mira le stesse vulnerabilità già individuate in passato durante Operation Triangulation, una complessa campagna di spionaggio informatico analizzata dagli esperti di Kaspersky. A commentare la notizia è stato Boris Larin, Principal Security Researcher del team Kaspersky GReAT, che ha spiegato quanto siano avanzate queste tecniche.
I rischi
Una delle vulnerabilità citate, identificata come CVE-2023-32434, permette agli hacker di prendere il controllo del “kernel” di iOS. Il kernel è il cuore del sistema operativo: è la parte che gestisce tutte le funzioni del telefono, dalla memoria alle applicazioni. Per capire l’importanza di questo livello, si può pensare al kernel come al motore di un’auto: se qualcuno ne prende il controllo, può comandare tutto il veicolo. La seconda vulnerabilità, CVE-2023-38606, è ancora più particolare. Questo difetto sfrutta una caratteristica dei chip Apple che in precedenza non era stata documentata pubblicamente. In pratica consente agli attaccanti di aggirare alcune protezioni che operano direttamente a livello hardware, cioè all’interno dei componenti fisici del dispositivo. Nonostante queste somiglianze, gli esperti invitano alla cautela: il fatto che Coruna utilizzi le stesse vulnerabilità non significa necessariamente che sia stato creato dagli stessi autori di Operation Triangulation. Oggi, infatti, i dettagli tecnici di questi difetti sono disponibili pubblicamente e diversi gruppi con le giuste competenze potrebbero sviluppare strumenti simili senza aver mai visto il codice originale.
Spyware complesso
Un altro aspetto emerso dalle analisi riguarda la complessità dello spyware. Coruna non si limita a due exploit: secondo i ricercatori contiene ben 23 tecniche di attacco distribuite in cinque diverse catene di compromissione. Le vulnerabilità già note rappresenterebbero quindi solo una piccola parte dell’intero toolkit. C’è però anche una buona notizia. Apple ha corretto questi difetti con aggiornamenti di sicurezza che sono stati estesi fino alla versione iOS 15.7.x. Il problema, come spesso accade, è che molti utenti non installano subito gli aggiornamenti. Questo significa che dispositivi non aggiornati potrebbero rimanere vulnerabili.
Leggi anche: “Truffa cripto via Google“
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OpenAI usato come esca nelle truffe online
Email apparentemente legittime spingono le vittime a cliccare link o chiamare numeri falsi
I cybercriminali trovano sempre nuovi modi per rendere credibili le loro truffe online. L’ultima tecnica individuata dai ricercatori di Kaspersky sfrutta in modo creativo – e pericoloso – alcune funzionalità di collaborazione della piattaforma OpenAI, trasformandole in uno strumento per inviare email fraudolente che appaiono del tutto legittime. Il meccanismo è tanto semplice quanto efficace. Gli aggressori creano un account su OpenAI e, durante la registrazione, inseriscono nel campo “nome dell’organizzazione” testi ingannevoli, link o persino numeri di telefono falsi. Questo campo, pensato per indicare il nome di un’azienda o di un team, accetta qualsiasi combinazione di caratteri: ed è proprio qui che viene nascosto il contenuto truffaldino.

I truffatori inseriscono testi ingannevoli e link o numeri di telefono falsi direttamente nel campo “nome dell’azienda”
Come funziona la truffa
Una volta creata l’organizzazione, la piattaforma consente di invitare collaboratori inserendo indirizzi email. Gli inviti partono direttamente da server OpenAI e arrivano quindi alle vittime come messaggi apparentemente autentici. Dal punto di vista tecnico, l’email è “pulita”: non arriva da un dominio sospetto e può superare i normali filtri antispam.
I messaggi osservati da Kaspersky sono di vario tipo. In alcuni casi promuovono offerte fasulle, come servizi a pagamento inesistenti. In altri, più insidiosi, si parla di vishing: la vittima riceve una falsa notifica che segnala il rinnovo automatico di un abbonamento molto costoso. Per annullarlo, viene invitata a chiamare un numero di telefono, dietro al quale si nasconde un finto servizio clienti pronto a carpire dati personali o bancari.

Il campo “invita il tuo team” consente agli aggressori di prendere di mira indirizzi e-mail specifici
Un dettaglio curioso, ma rivelatore, è che il testo fraudolento risulta spesso incoerente con il resto dell’email, che nasce come semplice invito a collaborare a un progetto. I truffatori contano però sulla fretta e sulla fiducia degli utenti nei confronti di servizi noti come OpenAI, sperando che questi dettagli passino inosservati.
Secondo Kaspersky, questo caso dimostra come anche strumenti affidabili e diffusi possano essere abusati per attacchi di social engineering, ovvero manipolazioni psicologiche che spingono le persone a compiere azioni rischiose. È un po’ come ricevere una lettera su carta intestata ufficiale: se non si legge con attenzione, si tende a fidarsi.

Esempio di vishing
Per ridurre i rischi, gli esperti consigliano di diffidare sempre degli inviti non richiesti, anche se provengono da piattaforme conosciute, controllare con attenzione i link prima di cliccarli e non chiamare numeri indicati in email sospette. In caso di dubbi, è meglio cercare i contatti ufficiali direttamente sul sito del servizio. Segnalare questi messaggi e proteggere i propri account con l’autenticazione a più fattori resta una delle difese più efficaci.
Leggi anche: “OpenAI reinventa il motore di ricerca“
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Test hardware: switch KVM
Un piccolo dispositivo con cui controllare PC e server via Internet è davvero un gioco da ragazzi. E il prezzo è imbattibile
Gli switch KVM sono dispositivi che si usano per controllare due o più server (o semplici desktop) con una sola tastiera, un solo mouse e un solo monitor. Il KVM che abbiamo provato per questo numero, JetKVM, è particolare: non è pensato per controllare più macchine presenti nella stessa stanza/rete locale, bensì tramite il protocollo IP
consente di gestire un server, o un PC, da remoto via Internet usando un altro computer. Ovunque ci troviamo, possiamo collegarci a una particolare pagina Web che ci mostra il desktop del sistema operativo in esecuzione sul computer da controllare.

Usare JetKVM è davvero facile (qui stiamo controllando una macchina Linux Mint), ma ciò non preclude l’accesso a tante opzioni per migliorare il collegamento, compresa la creazione di macro per velocizzare le operazioni e la regolazione della qualità video
Com’è fatto?
Nella scatolina che contiene JetKVM troviamo, oltre allo switch IP, un cavo HDMI/mini HDMI, un cavo USB-C/USB-A e un cavo splitter USB-C che permette di separare alimentazione e connessione dati se la macchina da controllare non fornisce alimentazione USB in standby. Bisogna collegare JetKVM e PC da controllare usando il cavo HDMI e quello USB-C/USB-A, poi si mette in rete il JetKVM connettendo un cavo di rete (non si può usare il Wi-Fi) e si è pronti al primo setup. JetKVM nella parte frontale integra un piccolo display che mostra l’indirizzo IP che gli è stato assegnato dal router. Lo inseriamo in un browser Web e ci ritroviamo in un’interfaccia Web che avvia la rapida
operazione di setup. Ci viene chiesto di impostare o meno una password per accedere al PC da controllare, dopodiché appare una schermata con alcuni pulsanti e, al centro in grande, lo schermo del computer da gestire. Possiamo quindi usarlo come se fossimo davanti a esso. Al momento stiamo comunque controllando un PC che abbiamo sotto mano, nella nostra rete locale. Per controllare server/PC da remoto entra in gioco il protocollo IP. Ipotizziamo di uscire di casa e di aver bisogno di modificare un’impostazione di un server. Digitando l’indirizzo https://app.jetkvm.com/ avremo accesso al nostro server. Per poterlo fare prima di uscire di casa è necessario la prima volta registrare il nostro JetKVM e il computer da controllare dall’interfaccia Web dello switch. Basta cliccare sul pulsante Settings, andare alla voce Access e qui cliccare sul pulsante Adopt KVM to Cloud account. Ci registriamo presso il servizio con la nostra email di Gmail (è supportato solo questo servizio) e poi aggiungiamo il computer da controllare. Insomma, è tutto davvero semplice. Il passaggio da Internet causa un po’ di ritardo nella trasmissione, ma è quasi impercettibile. L’interfaccia Web di JetKVM ci permette di far apparire una tastiera virtuale in caso di bisogno, di accedere anche al BIOS della macchina, di installare un nuovo sistema operativo e in Settings abbiamo tante opzioni per aggiustare la connessione e gestire la macchina remota. Gli utenti più esperti possono anche usare Tailscale per il controllo remoto, al posto del sistema cloud di JetKVM.
SPECIFICHE:
Sistema operativo: Linux 5.10 con Buildroot
CPU: RockChip RV1106G3, Cortex A7 1 GHz
RAM: 256 MB DDR3L
Storage: 16 GB eMMC
Schermo: 1,69″ IPS, 240×280 pixel, touch screen capacitivo
Porte: Ethernet RJ45 (100Mbps), USB-C 2.0, Mini HDMI, porta d’espansione RJ12
Leggi anche: “Test hardware: Fritz!Box 7690“
News
Sfida ai bug: nuovi record di sicurezza
I partecipanti a Pwn2Own Ireland hanno scoperto decine di vulnerabilità zero-day
La sicurezza informatica ha vissuto un momento di grande innovazione durante il Pwn2Own Ireland 2025, il celebre hackathon globale organizzato da Trend Micro. La manifestazione ha visto i partecipanti, esperti di sicurezza da tutto il mondo, sfidarsi per individuare vulnerabilità in dispositivi elettronici di uso quotidiano, con l’obiettivo di rendere la tecnologia più sicura per tutti. Il montepremi complessivo è stato superiore a un milione di dollari, segno della crescente importanza attribuita alla scoperta di nuove minacce digitali.
Un festival della ricerca: cos’è Pwn2Own
Il Pwn2Own Ireland si distingue nel mondo della cybersicurezza come uno degli eventi più attesi, grazie al suo format unico che premia coloro che riescono a “bucare” – ovvero violare la sicurezza – di prodotti tecnologici tramite la scoperta di bug chiamati “zero-day”. Questi bug sono falle mai individuate prima dai produttori e possono essere sfruttate dai criminali informatici per accedere ai dispositivi. In questa edizione, i partecipanti hanno scoperto ben 73 vulnerabilità zero-day su stampanti, sistemi di archiviazione in rete, dispositivi smart home, apparecchi di sorveglianza e persino su smartphone di largo consumo.
Cos’è una vulnerabilità zero-day? Un esempio semplice
Immagina che il tuo smartphone abbia una porta invisibile che nessuno, nemmeno il costruttore, ha mai visto. Chi scopre quella porta può entrare senza chiavi e accedere ai tuoi dati. Solo quando la vulnerabilità viene segnalata, il produttore può “chiudere la porta” con un aggiornamento. Durante Pwn2Own, tanti ricercatori hanno segnalato queste porte invisibili, “zero-day”, aiutando le aziende a correggere i difetti prima che vengano usati per scopi illeciti.
I vincitori e gli exploit più curiosi
Ben R. e Georgi G. di Interrupt Labs sono riusciti a violare il Samsung Galaxy S25, inclusa la fotocamera e il sistema di localizzazione, sfruttando un difetto nella verifica dei dati immessi dall’utente. Altri team hanno sfidato dispositivi come router di casa e speaker intelligenti, dimostrando come anche la sicurezza degli oggetti smart che usiamo a casa sia cruciale: Bongeun Koo ed Evangelos Daravigkas hanno impiegato 8 bug diversi per violare sistemi di rete e archiviazione, mettendo in luce la complessità della difesa digitale.
In definitiva, l’evento ha visto gli hacker etici competere per un montepremi di oltre 2 milioni di dollari. Ecco in dettaglio i momenti più salienti:
- Ben R. e Georgi G. di Interrupt Labs sono riusciti a violare un Samsung Galaxy S25, inclusi la fotocamera e il rilevamento della posizione, utilizzando un bug di convalida dell’input improprio, aggiudicandosi un premio di $50.000.
- Ken Gannon / 伊藤 剣 di Mobile Hacking Lab e Dimitrios Valsamaras di Summoning Team hanno violato un Samsung Galaxy S25 utilizzando 5 bug diversi, aggiudicandosi un premio di $50.000.
- Bongeun Koo ed Evangelos Daravigkas di Team DDOS hanno utilizzato 8 differenti bug e injection multiple, per completare un “SOHO Smashup” del router QNAP Qhora-322 e del dispositivo QNAP TS-453E NAS. Per questo, si sono aggiudicati un premio di $100.000.
- dmdung di STAR Labs SG Pte. Ltd ha utilizzato un singolo bug di accesso OOB per violare lo smart speaker Sonos Era 300, aggiudicandosi un premio di $50.000.
- Sina Kheirkhah e McCaulay Hudson di Summoning Team hanno sfruttato un paio di vulnerabilità per hackerare un Synology ActiveProtect Appliance DP320.
- Il Team Z3 ha ritirato il tentativo di dimostrare un exploit zero-click di WhatsApp, ma la ricerca è stata condivisa privatamente con Trend Micro ZDI e Meta, per garantire che eventuali potenziali vulnerabilità possano essere risolte.
Un exploit “zero-click”: che significa?
Si tratta di una tecnica che permette di compromettere un’app o un dispositivo senza che l’utente debba fare nulla: non serve aprire un messaggio, cliccare su un link, né scaricare un file. È come ricevere una lettera nel cassetto della posta che si apre da sola e mostra il contenuto a chi è alla porta. Al Pwn2Own, i tentativi di mostrare questi exploit sono stati portati avanti con responsabilità: la ricerca è stata condivisa in privato con i produttori, per evitare rischi agli utenti e consentire una rapida correzione.
Trend Micro mette in evidenza come questa competizione acceleri la protezione verso i propri clienti, offrendo aggiornamenti di sicurezza mediamente 71 giorni prima rispetto agli altri concorrenti. Significa che chi utilizza prodotti protetti grazie alle scoperte di Pwn2Own ha quasi due mesi di margine sulla diffusione delle nuove minacce.
Il prossimo evento, Pwn2Own Automotive, si terrà a Tokyo, Giappone, dal 21 al 23 gennaio 2026.
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