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Tor Browser versione 10.5, aggiunge una nuova funzione anti-censura
Il progetto Tor ha rilasciato Tor Browser 10.5 con avvisi di deprecazione dell’URL onion V2, un’esperienza di connessione Tor ridisegnata e una funzione anti-censura migliorata.
Per avvisare gli amministratori del sito web Tor delle imminenti modifiche, Tor Browser visualizzerà un messaggio quando si visitano i siti Onion versione 2. Il Tor Browser inoltre consente agli utenti di utilizzare ” Bridges ” per aggirare la censura del governo o dell’ISP in vari paesi.
I bridge sono ripetitori Tor gestiti da volontari che non vengono aggiunti alla directory Tor pubblica, da utilizzare per aggirare la censura nel loro paese.
Gli utenti Tor possono ora configurare le funzionalità di Bridges per utilizzare la rete proxy SnowFlake per aggirare la censura.
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Il lato oscuro dell’IA nel report 2026
Il nuovo studio di Check Point mostra che l’intelligenza artificiale sta accelerando sia gli attacchi sia i rischi legati all’uso quotidiano degli strumenti generativi.
L’intelligenza artificiale sta cambiando il volto della cybersecurity, e non sempre in senso positivo. Secondo il nuovo AI Security Report 2026 di Check Point Research, l’IA non si limita più ad aiutare i criminali a preparare un attacco: in molti casi, oggi è in grado di condurlo quasi in autonomia, con un intervento umano minimo.
Il dato più interessante è la velocità
Se fino a poco tempo fa tra la scoperta di una vulnerabilità e il suo sfruttamento potevano passare giorni, ora questo intervallo si sta comprimendo fino a poche ore. È un po’ come passare da un ladro che studia la serratura con calma a uno che usa un grimaldello automatizzato capace di agire quasi in tempo reale.
Il rapporto segnala anche un aumento delle cosiddette prompt injection, cioè tentativi di manipolare un sistema di IA attraverso istruzioni nascoste o ingannevoli. In pratica, è come se qualcuno riuscisse a confondere un assistente digitale per fargli fare qualcosa che non dovrebbe, ad esempio rivelare informazioni riservate o eseguire azioni non autorizzate.
L’identità digitale
Voce, volto, documenti e video possono oggi essere riprodotti in modo molto convincente grazie all’IA, al punto che perfino revisori esperti riescono a individuare correttamente solo una parte dei volti generati artificialmente. Questo significa che affidarsi soltanto a un controllo “a occhio” non basta più: servono strumenti più solidi, come l’autenticazione a più fattori e verifiche separate dal canale principale.
Il report mette in evidenza anche un comportamento spesso sottovalutato: molte esposizioni dei dati non nascono da attacchi sofisticati, ma dall’uso quotidiano dell’IA da parte dei dipendenti. Per ottenere risposte utili, infatti, le persone tendono a inserire nei prompt più informazioni del necessario, e così possono esporre dati aziendali sensibili senza rendersene conto.
Per Check Point, la risposta deve muoversi su tre fronti: proteggere i sistemi di IA da cui oggi dipendono le aziende, usare l’IA per reagire alla velocità degli attacchi e governarne l’uso interno. In altre parole, non basta “usare l’IA”: bisogna anche controllare dove va, con quali dati lavora e chi può interagirci.
Per leggere i risultati completi, consulta il rapporto AI Security Report 2026 di Check Point Research.
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Case intelligenti, cresce l’uso in Italia
I dispositivi connessi semplificano la vita quotidiana, ma per molti consumatori il vero banco di prova resta la sicurezza informatica.
La smart home non è più un giocattolo per appassionati di tecnologia: in Italia è ormai diventata parte della vita quotidiana. Secondo una ricerca di reichelt elektronik, il 66% dei 1.000 consumatori intervistati usa almeno un dispositivo intelligente in casa, dai TV connessi agli assistenti vocali, fino a elettrodomestici e robot per la pulizia. Ma proprio mentre questi oggetti diventano normali, cresce anche un’altra consapevolezza: una casa più connessa è anche una casa più esposta ai rischi digitali. Lo studio mostra che i dispositivi più diffusi sono quelli multimediali, usati dal 63% degli intervistati, seguiti dagli assistenti vocali al 48%. Più indietro ci sono elettrodomestici intelligenti e prodotti per la pulizia, entrambi al 29%. Il motivo principale dell’acquisto è la comodità: il 43% sceglie questi prodotti per vivere meglio la casa, mentre il 31% apprezza funzioni pratiche come il controllo remoto e l’automazione.

Il problema sicurezza
Il punto interessante, per chi osserva la smart home dal lato della sicurezza, è che la semplicità d’uso non cancella i dubbi. Anzi, li rende più concreti. Se una telecamera si controlla dallo smartphone, se una serratura dialoga con il Wi‑Fi o se un assistente vocale ascolta comandi in salotto, allora la protezione dei dati e degli accessi smette di essere un tema per tecnici e diventa una questione domestica. È un po’ come avere molte chiavi digitali sparse per casa: comodo, ma solo se si sa bene chi può usarle. Non a caso il 79% degli intervistati considera fondamentali gli aggiornamenti di sicurezza regolari da parte dei produttori. Il 77% chiede maggiore trasparenza nella protezione dei dati, il 74% ritiene importante poter usare i dispositivi anche offline e il 71% dà valore alla trasmissione cifrata delle informazioni tra dispositivo e server. “Cifrata”, in questo caso, significa che i dati vengono trasformati in un linguaggio illeggibile per chiunque li intercetti, un po’ come spedire una lettera chiusa in una cassaforte anziché in una busta trasparente.
Le paure non sono teoriche. Il 29% teme attacchi informatici o accessi non autorizzati ai dispositivi, il 28% ha timore del furto o dell’uso improprio dei dati personali e un altro 24% guarda con sospetto alle telecamere e ai sistemi di sorveglianza domestici. Sono numeri che raccontano bene il paradosso della smart home: più la tecnologia entra nella routine, più le persone capiscono che il problema non è solo “funziona o non funziona”, ma anche “chi vede cosa” e “chi può entrare”.
Segnali positivi
Rispetto al 2024, sono diminuiti diversi ostacoli percepiti: i prezzi elevati vengono citati meno spesso, così come gli errori, i malfunzionamenti e i problemi di compatibilità. In altre parole, la smart home è diventata più accessibile e meno frustrante da usare. Ma proprio questa maturità del mercato alza l’asticella delle aspettative: oggi non basta più che un prodotto sia semplice, deve anche essere affidabile, aggiornato e chiaro su come tratta i dati.
Interessante anche il capitolo connettività. Il Wi‑Fi domina con l’81% di utilizzo attivo e il Bluetooth segue al 68%, mentre protocolli più specifici come Matter, Zigbee e Z‑Wave restano poco conosciuti. Per molti utenti questi nomi dicono ancora poco, ma in pratica sono i “linguaggi” che permettono ai dispositivi smart di parlarsi tra loro. Più questi linguaggi sono sicuri, interoperabili e ben gestiti, più la casa connessa può crescere senza diventare un mosaico fragile di oggetti scollegati o difficili da proteggere.
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Dal kernel a root in pochi passi
La vulnerabilità CVE-2026-46242 consente a un utente locale senza privilegi di ottenere controllo root sui sistemi Linux e Android vulnerabili.
Una nuova falla nel cuore di Linux riporta sotto i riflettori un problema che riguarda non solo server e PC, ma anche molti dispositivi Android. La vulnerabilità, soprannominata Bad Epoll, permette a un utente con accessi molto limitati di arrivare fino ai privilegi di root, cioè al livello massimo di controllo sul sistema. In pratica, è come passare da semplice ospite a proprietario con le chiavi di tutte le stanze.
Al cuore del problema
Il punto delicato è che la falla si trova nel kernel, la parte più interna del sistema operativo, quella che gestisce memoria, processi, hardware e permessi. Quando un bug colpisce questa zona, le conseguenze possono essere serie perché non si parla più di un’app difettosa, ma del motore che coordina tutto il resto. Bad Epoll riguarda in particolare epoll, un meccanismo usato da Linux per gestire in modo efficiente molti eventi contemporaneamente, come connessioni di rete o operazioni sui file. È una funzione tecnica poco nota agli utenti, ma molto comune nei sistemi moderni.
Secondo le analisi pubbliche, il difetto è un use-after-free, un termine tecnico che può sembrare oscuro ma che si può spiegare in modo semplice. Immagina che il sistema abbia buttato via un foglio di appunti perché pensa che non serva più, ma un altro processo continui a scriverci sopra come se fosse ancora valido. In informatica succede qualcosa di simile: una parte del sistema libera una porzione di memoria, mentre un’altra prova ancora a usarla. Questo cortocircuito può aprire la strada alla corruzione della memoria e, in alcuni casi, all’aumento dei privilegi.

Il diagramma mostra come una race condition nel sottosistema epoll di Linux possa aprire una finestra di scrittura su memoria liberata, consentendo l’escalation dei privilegi fino a root su sistemi Linux e Android vulnerabili.
Nel caso di Bad Epoll c’è anche un elemento che preoccupa particolarmente: il prototipo di exploit sviluppato dal ricercatore che ha segnalato la falla avrebbe una percentuale di successo molto alta, vicina al 99%, nonostante il difetto si basi su una finestra temporale minuscola. In altre parole, non si tratta solo di una vulnerabilità teorica difficile da sfruttare, ma di qualcosa che ha già mostrato una concreta affidabilità tecnica.
Perché Android entra in questa storia?
Perché il sistema operativo mobile di Google poggia anch’esso sul kernel Linux. Se un dispositivo Android utilizza un kernel vulnerabile, una app malevola o un altro codice già presente sul telefono potrebbe tentare di sfruttare la falla per ottenere permessi molto più elevati. Questo non significa che tutti gli smartphone Android siano automaticamente compromessi, ma ricorda quanto sia importante la velocità con cui i produttori distribuiscono le patch di sicurezza.
Va chiarito anche un punto importante: Bad Epoll non è una falla che consente a chiunque su Internet di entrare da remoto con un clic. Serve già un punto d’appoggio locale sul sistema, per esempio un account limitato, un’app installata o un processo compromesso. Ma proprio qui sta il rischio reale: se un attaccante ha già messo un piede nella porta, questa vulnerabilità può spalancarla del tutto.
La difesa più concreta, in questo momento, è semplice da dire e meno semplice da applicare ovunque: aggiornare. Le correzioni esistono già e andrebbero installate il prima possibile sui sistemi Linux interessati e, nel caso di Android, non appena il produttore del dispositivo le rende disponibili. Per aziende e amministratori vale la pena dare priorità ai sistemi esposti, multiutente o dove gira codice non fidato. Per gli utenti comuni, invece, il consiglio resta quello di installare aggiornamenti, evitare app da fonti sconosciute e non sottovalutare mai i bollettini di sicurezza.
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Nuovi domini Internet
Il nuovo round ICANN permette di candidarsi per estensioni Internet personalizzate: una possibilità rara che può rafforzare identità, fiducia e riconoscibilità online.
C’è una scadenza importante che, fuori dagli addetti ai lavori, rischia di passare sotto silenzio: il 12 agosto 2026 si chiude il nuovo round ICANN per richiedere estensioni Internet personalizzate. In pratica, enti, città, territori e marchi possono candidarsi per ottenere un proprio dominio di primo livello, come già accaduto in passato con esempi internazionali come .paris, .berlin o .london.
L’idea è semplice da capire: invece di usare solo indirizzi tradizionali come “nomeazienda.it”, un’organizzazione potrebbe gestire uno spazio digitale ufficiale che porta il proprio nome alla radice del Web, come .brand o .città. È un po’ come avere un’insegna tutta propria su una strada molto trafficata: non cambia solo l’estetica, ma anche il controllo su ciò che c’è dietro quella porta.
Opportunità per molti
Per aziende e marchi, questa possibilità non è solo una curiosità tecnica. Un’estensione proprietaria può diventare uno strumento per rendere più riconoscibili i canali ufficiali, semplificare la comunicazione e aiutare gli utenti a distinguere più facilmente i siti autentici da quelli imitativi. Se un utente vede un indirizzo dentro un’estensione controllata direttamente dal brand, è più facile che percepisca coerenza e affidabilità.
Il tema è interessante anche per città e territori italiani. Nomi come Roma, Milano, Venezia, Sicilia o Toscana hanno una forza identitaria enorme e sono già riconoscibili nel mondo. Avere un’estensione dedicata potrebbe significare costruire un ambiente digitale ufficiale per turismo, servizi, cultura, promozione economica e dialogo con cittadini e imprese.
Il round attuale è particolarmente rilevante perché arriva dopo molti anni di attesa: l’ultimo grande programma di questo tipo risale al 2012. In altre parole, non si tratta di una finestra che si apre ogni stagione, ma di un’occasione rara, con tempi lunghi e regole complesse. Chi pensa di valutare una candidatura non può permettersi di rimandare troppo.
Non bisogna però confondere questa opportunità con una scorciatoia. Richiedere un nuovo dominio di primo livello significa affrontare un percorso impegnativo, fatto di verifiche tecniche, aspetti legali, costi, regole di governance e, per i nomi geografici, anche autorizzazioni istituzionali. È come progettare una nuova infrastruttura digitale: serve una visione chiara, ma anche la capacità di mantenerla nel tempo.
Sul piano della sicurezza informatica, il punto più interessante è proprio questo: un’estensione ufficiale può aiutare a rafforzare la fiducia degli utenti, ridurre la frammentazione della presenza online e rendere più evidente quali siano i canali autentici. In un’epoca in cui phishing e siti falsi sfruttano spesso la confusione, avere un namespace controllato può diventare anche un alleato nella protezione dell’identità digitale.
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Satispay accelera verso il banking
Con pagamenti globali, carte digitali e investimenti su smartphone, il conto si avvicina sempre di più al telefono: e la sicurezza dell’account diventa decisiva.
Satispay allarga il proprio raggio d’azione e compie un passo importante verso il banking: dopo l’IBAN, arrivano le carte di debito in partnership con Mastercard e debutta anche il servizio per comprare e vendere azioni ed ETF direttamente in app. La novità riguarda una piattaforma che conta già 6,5 milioni di utenti, 450.000 attività convenzionate e un ARR di 120 milioni di euro a giugno 2026, numeri che aiutano a capire perché questa evoluzione non sia solo commerciale ma anche rilevante sul piano della sicurezza digitale.
Quando una app di pagamento diventa sempre più simile a un conto, infatti, cresce anche il suo valore per i cybercriminali. Più servizi finanziari vengono concentrati in un unico punto, più quell’app diventa interessante per phishing, furto di credenziali, SIM swapping e truffe di social engineering. In parole semplici: se in un solo ambiente puoi ricevere denaro, pagare, investire e usare una carta, allora proteggere quell’accesso diventa ancora più cruciale.

Nuova carta di debito
La novità più evidente è l’arrivo delle carte di debito Mastercard, disponibili in tre varianti fisiche e anche in formato digitale per il wallet. Questo permetterà di pagare con Satispay in tutto il mondo, con zero commissioni di cambio sui pagamenti in valuta extra-euro e prelievi gratuiti entro i limiti previsti dai diversi piani. Dal punto di vista della sicurezza, la carta digitale nel wallet è un passaggio importante perché sposta sempre di più i pagamenti verso ambienti protetti da autenticazione del dispositivo, biometria e tokenizzazione, cioè la sostituzione dei dati reali della carta con codici temporanei che riducono l’esposizione delle informazioni sensibili.
Il tema non è secondario. Più i pagamenti diventano semplici, più devono essere robusti dietro le quinte. L’utente vede un gesto rapido, per esempio avvicinare lo smartphone al POS o autorizzare un pagamento in app, ma dietro ci sono controlli che servono a verificare che quel denaro venga mosso davvero dal titolare legittimo. È un equilibrio delicato: la comodità aumenta, ma anche la necessità di difendersi da accessi abusivi, link falsi e tentativi di impersonificazione.
Non solo carte!
Accanto alle carte, Satispay rafforza anche la sezione investimenti. Dalla prossima settimana gli utenti potranno accedere a oltre 1.000 tra azioni ed ETF, con una commissione fissa di 0,89 euro per operazione e la possibilità di iniziare anche da 1 euro grazie agli strumenti frazionati. Qui la sicurezza entra in gioco in modo ancora più evidente, perché ogni funzione finanziaria aggiuntiva amplia il perimetro da proteggere: non ci sono solo i pagamenti, ma anche ordini di acquisto, movimenti di denaro e decisioni di investimento che potrebbero diventare bersagli di frodi sempre più sofisticate.
Per chi non mastica il linguaggio della finanza, un ETF è semplicemente uno strumento che raccoglie più titoli in un unico prodotto, un po’ come un cestino con dentro tante azioni diverse. Proprio perché l’accesso viene reso più facile e guidato, sarà importante accompagnare questa semplificazione con buone pratiche di sicurezza: password solide, autenticazione a più fattori, attenzione ai messaggi che chiedono verifiche urgenti e diffidenza verso finti operatori dell’assistenza.
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Windows e il caso BlueHammer
La vulnerabilità CVE-2026-33825 consente un’escalation di privilegi su Windows sfruttando un difetto nel funzionamento di Microsoft Defender.
Quando si parla di sicurezza su Windows, molti pensano che il pericolo arrivi soprattutto da file infetti, allegati sospetti o programmi scaricati da siti poco affidabili. La vicenda di BlueHammer, però, racconta qualcosa di diverso e più scomodo: a volte il problema può nascere dentro un meccanismo di protezione del sistema stesso. La falla, identificata come CVE-2026-33825, riguarda Microsoft Defender ed è stata sfruttata per ottenere un’escalation di privilegi, cioè per passare da un account normale al pieno controllo del computer.
Come funziona un attacco Privilege Escalation
Immaginiamo un visitatore che riesce a entrare in un edificio con un badge da ospite e, sfruttando un difetto nei controlli interni, finisca direttamente nella sala di comando. Ecco: un attacco di privilege escalation funziona più o meno così. L’aggressore non entra necessariamente da zero, ma una volta dentro prova a salire di livello fino a ottenere i permessi più alti, quelli che su Windows corrispondono all’account SYSTEM.
Secondo le analisi pubbliche, BlueHammer avrebbe sfruttato il processo di aggiornamento delle firme di Defender, cioè quei file che l’antivirus usa per riconoscere minacce note. Durante quel passaggio, in condizioni specifiche, sarebbe stato possibile manipolare il flusso e costringere il sistema a compiere operazioni con privilegi elevatissimi. Il punto delicato è proprio questo: l’attacco non passerebbe da una classica finestra sospetta o da un allarme evidente, ma sfrutterebbe un comportamento interno del sistema operativo.
Per gli utenti comuni questo dettaglio conta molto. Significa che anche un account “limitato”, magari quello di un dipendente senza privilegi amministrativi, può diventare un trampolino di lancio se un attaccante riesce a comprometterlo con phishing, malware o credenziali rubate. Da lì, una falla come BlueHammer può trasformare un accesso iniziale modesto in un controllo quasi totale della macchina.
Esiste una soluzione?
La buona notizia è che Microsoft ha corretto il problema con la patch del 14 aprile 2026. La cattiva è che, secondo fonti recenti, la vulnerabilità continua a essere sfruttata attivamente contro sistemi Windows 10 e Windows 11 non aggiornati. CISA ha inserito BlueHammer tra le vulnerabilità note e sfruttate, segnale che il rischio non è rimasto teorico.
Qui entra in gioco una lezione importante, spesso sottovalutata: aggiornare non serve solo ad avere nuove funzioni, ma a chiudere porte che gli attaccanti conoscono già. Molti utenti rimandano gli update perché temono riavvii, perdita di tempo o piccoli problemi di compatibilità. Ma una patch installata in ritardo può lasciare aperto un varco che, nel frattempo, è già finito nei kit e negli strumenti usati dagli attaccanti.
In pratica, chi usa Windows 10 o Windows 11 dovrebbe verificare di aver installato gli aggiornamenti cumulativi successivi al 14 aprile 2026. Per aziende e amministratori conta anche il monitoraggio dei comportamenti anomali, soprattutto quando un processo con pochi privilegi tenta improvvisamente di ottenere accessi molto più ampi.
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L’IA trova da sola la strada dell’attacco
Non servono app da installare né exploit sofisticati: può bastare concedere a un sito l’accesso a una cartella del dispositivo.
Una nuova ricerca di Check Point mostra un cambio di scenario che potrebbe pesare molto sulla sicurezza digitale dei prossimi anni: un modello di intelligenza artificiale avrebbe individuato da solo un modo concreto per trasformare una normale funzione del browser in una tecnica simile al ransomware. In altre parole, non si parla di un virus classico da installare sul telefono o sul PC, ma di una trappola che può partire direttamente dal browser, con un semplice clic su una richiesta di autorizzazione.
Le origini
Il caso nasce dall’analisi di file attribuiti a DeepSeek, uno dei modelli di AI oggi più accessibili. Secondo Check Point, tra quasi 3.000 campioni esaminati è emerso un codice che sembrava inizialmente una “allucinazione” dell’intelligenza artificiale, cioè una risposta tecnicamente confusa o sbagliata. Dentro quella confusione, però, il modello aveva individuato un elemento corretto e molto delicato: l’uso di una funzione del browser chiamata showDirectoryPicker(), che permette a un sito Web di chiedere accesso a una cartella selezionata dall’utente.
Detta così può sembrare innocua, e in effetti la funzione è legittima. Serve, per esempio, a far lavorare applicazioni Web che devono aprire, modificare o salvare file. Il problema nasce se quella stessa possibilità viene usata in modo malevolo. Per dimostrare il rischio, i ricercatori hanno creato una prova di concetto chiamata AI Avatar Enhancer, presentata come uno strumento per migliorare fotografie con l’AI. In realtà, una volta ottenuto l’accesso alla cartella scelta dalla vittima, il sito poteva cifrare i file proprio come farebbe un ransomware.
Qui entra in gioco un aspetto importante: non servono exploit del browser, privilegi speciali, installazione di app o file APK. Basta che l’utente autorizzi il sito ad accedere a una directory. È un dettaglio cruciale perché sposta il rischio su un gesto che molte persone considerano banale, come accettare una finestra di permesso. In pratica, è un po’ come lasciare entrare qualcuno in casa perché si presenta come un tecnico che deve sistemare le foto di famiglia, salvo poi ritrovarsi gli armadi chiusi a chiave.
Utenti Android a rischio
Con Chrome 132 Google ha introdotto il pieno supporto alla File System Access API su Android e i test con Chrome 148 hanno mostrato che una pagina Web può chiedere l’accesso alla cartella DCIM, quella che di solito contiene foto, screenshot, documenti scansionati, codici di recupero e spesso anche immagini di referti o carte d’identità. Safari su iPhone non espone questa API, quindi la tecnica descritta non risulta applicabile ai dispositivi Apple.
Il punto più inquietante, però, è un altro: l’AI non si sarebbe limitata a copiare una tecnica nota, ma avrebbe collegato autonomamente un rischio teorico a una catena di attacco praticabile. Questo significa che la barriera tra “idea pericolosa” e “attacco funzionante” potrebbe abbassarsi molto, soprattutto per criminali con competenze tecniche limitate.
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