Connect with us

News

Leak – 1 miliardo e 400 milioni di email e password

Pubblicato

il

Una dei più grandi Breach della storia che contiene oltre 1 miliardo e 400 milioni di email e password. Il leak era menzionato su Reddit da un utente col nome di tomasvanagas che ne forniva il link (torrent) per recuperarlo, indicando poi la possibilità di fare una donazione in bitcoin a chiunque lo trovasse utile.

La password più utilizzata è ovviamente : 123456 .Essendo i dati associati alla stessa username provenienti da vecchi datbreach, di Yahoo, Linkedin, Twitter, Yourporn, Myspace, eccetera, è chiaro che il fenomeno del riuso della stessa password per servizi web diversi è assai frequente. E in effetti a leggere il database si nota che 9 milioni di account usano la stessa password “123456”, oltre un milione “password” e trecentomila le parole “monkey e “dragon”. Inoltre il 14% di queste accoppiate username/passwords non erano mai state decifrate nei precedenti leaks e questo potrebbe significare che “il collezionista” che le ha raccolte ha trovato il modo per metterle in chiaro.

fonte: repubblica.it

[wpdevart_facebook_comment curent_url="http://developers.facebook.com/docs/plugins/comments/" order_type="social" title_text="Facebook Comment" title_text_color="#000000" title_text_font_size="22" title_text_font_famely="monospace" title_text_position="left" width="100%" bg_color="#d4d4d4" animation_effect="random" count_of_comments="7" ]

News

Difendersi dai video manipolati con l’IA

I video deepfake possono imitare persone reali con grande realismo: Bitdefender spiega quali segnali osservare e quali passi fare prima di fidarsi.

Pubblicato

il

I deepfake sono video manipolati con l’intelligenza artificiale per far dire o fare a una persona cose che non ha mai detto o fatto. Possono servire a fare satira, ma sempre più spesso vengono usati in modo malevolo: per truffare, per screditare qualcuno o per diffondere notizie false. Il problema è che la qualità di questi video migliora rapidamente, al punto che non basta più “fidarsi dell’occhio” per capire se qualcosa è reale.

Occhio agli indizi

Bitdefender ricorda che nessun singolo difetto visivo o sonoro è sufficiente da solo a decretare che un video sia falso, ma alcuni indizi possono mettere in allarme. Tra i segnali da osservare ci sono labbra che non seguono bene l’audio, dettagli del volto che sembrano instabili o che si deformano leggermente, luci o ombre incoerenti rispetto alla scena e un parlato che appare innaturale, troppo piatto o con ritmo strano.

Un elemento chiave è anche il contesto. Prima di fidarsi di un video sorprendente – magari un dirigente che annuncia un investimento impossibile, un politico che dice qualcosa di clamoroso o un CEO che chiede di spostare dei fondi – conviene chiedersi chi lo ha pubblicato, su quale canale è apparso per primo e se fonti affidabili ne parlano. Un clip isolato su un account appena creato è molto diverso da una dichiarazione riportata su siti ufficiali e media riconosciuti.

 

Cosa verificare

Bitdefender suggerisce una piccola “checklist” di comportamento: prima di tutto mettere in pausa e non cliccare link, non inviare denaro e non condividere il video di impulso. Poi verificare la fonte andando direttamente sul sito o sull’account ufficiale del presunto autore, cercare conferme su testate attendibili e, se necessario, usare un canale diverso per chiedere chiarimenti, ad esempio una mail o un numero già noto.

Nel caso di interazioni più personali – per esempio una videochiamata in cui qualcuno si spaccia per un familiare o per un collega – può aiutare anche una semplice domanda “privata”, qualcosa che solo la persona reale saprebbe, come un ricordo comune o un dettaglio non pubblico. Per le famiglie, l’articolo suggerisce persino di concordare una frase o un elemento di verifica da usare in caso di dubbi.

Per chi vuole un supporto tecnologico, Bitdefender indica l’uso di deepfake detector, strumenti che analizzano il video alla ricerca di manipolazioni e schemi di inganno difficili da notare a occhio nudo. La stessa azienda ha lanciato RealCheck, un’app per smartphone che permette di caricare o linkare un video sospetto e ottenere un report dettagliato sull’eventuale presenza di contenuti generati dall’IA e sull’intento truffaldino.

Continua a Leggere

News

Il phishing copia i marchi più affidabili

Con l’IA generativa, creare e-mail e siti falsi è più semplice: per questo il controllo del dominio e la prudenza restano fondamentali.

Pubblicato

il

Nel secondo trimestre del 2026, Microsoft si conferma il marchio più imitato nelle campagne di phishing, con il 22,6% dei casi osservati da Check Point Research. Dietro di lui ci sono LinkedIn, Google, Apple e Amazon, mentre tra i nuovi bersagli entra anche ChatGPT, segnale che i criminali stanno inseguendo tutto ciò che le persone usano davvero ogni giorno, dalle piattaforme di lavoro ai servizi di intelligenza artificiale.

Come funziona il meccanismo

Il truffatore si veste da servizio conosciuto per convincere la vittima a consegnare password, dati di pagamento o altre informazioni sensibili. È un po’ come ricevere una telefonata da qualcuno che parla con il tono del proprio istituto bancario: se il nome ti suona familiare, sei più portato a fidarti.

Tra le campagne osservate ce n’è una che ha imitato ChatGPT Plus con una falsa email di pagamento non riuscito, spingendo l’utente verso una pagina pensata per rubare i dati della carta. Un’altra ha riprodotto un negozio online in stile Michael Kors, con carrello e checkout completi, così da far sembrare legittimo anche il passaggio in cui si inseriscono i dati di pagamento.

Il report segnala anche falsi portali iCloud, PayPal e una pagina di supporto Microsoft che prometteva un aggiornamento urgente di Office ma in realtà distribuiva un file eseguibile malevolo. In questi casi il trucco non è soltanto il logo copiato: gli attaccanti usano piccoli dettagli psicologici, come l’urgenza, pulsanti non funzionanti o domini molto simili a quelli reali, per spingere l’utente ad agire in fretta e senza controllare.

Il concetto di brand phishing è proprio questo: trasferire la fiducia da un marchio autentico a una pagina o a un messaggio falso. Chi cade nella trappola non pensa di stare “cliccando su un link strano”, ma crede di stare interagendo con un servizio affidabile. Ed è per questo che il fenomeno funziona così bene.

Un altro elemento nuovo è il ruolo dell’IA generativa. Secondo Check Point, sta abbassando la barriera per creare e-mail, siti web e schermate false sempre più convincenti e su larga scala. In pratica, quello che prima richiedeva tempo, competenze grafiche e un po’ di fortuna oggi può essere prodotto molto più velocemente, rendendo il phishing più difficile da individuare e più facile da replicare.

 

Esempio di messaggio fraudolento riferito a Teams

 

Il flusso dell’attacco

  1. L’utente fa clic sul link.
  2. Il link apre un URL di autorizzazione OAuth legittimo di login.microsoftonline.com, non un dominio simile, ed è proprio per questo che non sembra sospetto.
  3. L’accesso porta l’utente a una richiesta di autorizzazione “Approva le autorizzazioni” o “Accetta per conto della tua organizzazione”.
  4. Se l’approvazione viene concessa, Microsoft reindirizza il browser all’uri_redirect specificato nella richiesta originale. In questa campagna, si tratta di un endpoint di AWS API Gateway: un’infrastruttura controllata dall’autore dell’attacco, non da Microsoft.
  5. Il codice di autorizzazione (o token) viene inviato a quell’endpoint e l’autore dell’attacco lo scambia per ottenere l’accesso; l’ambito e l’impatto dipendono interamente dalle autorizzazioni concesse e dall’account che le ha approvate.

Questa tecnica è già diffusa e sta diventando sempre più comune. È una tecnica identificata e monitorata nel framework MITRE ATT&CK e, nel 2026, si è evoluta da un attacco mirato e realizzato manualmente a un servizio che praticamente chiunque può noleggiare.

Continua a Leggere

News

Roblox nel mirino dei cybercriminali

I criminali sfruttano la fiducia dei gamer con file che sembrano cheat innocui, ma nascondono malware capaci di spiare webcam, tastiera e browser.

Pubblicato

il

Bitdefender segnala una campagna ancora attiva che prende di mira chi cerca un’esecuzione “non rilevabile” di Xeno, uno script executor usato in ambito Roblox per lanciare script personalizzati. L’esca è semplice e molto efficace: un software che promette vantaggi nel gioco, ma che in realtà nasconde un malware capace di trasformare il PC della vittima in una macchina sotto controllo altrui.

Il funzionamento del malware

Il meccanismo sfrutta canali che i gamer conoscono bene, come community Discord e forum dedicati. È proprio qui che nasce il rischio: quando un file arriva da una chat o da un archivio condiviso da altri giocatori, la soglia di diffidenza si abbassa. Per questo i criminali usano nomi familiari, cartelle dall’aspetto credibile e file che imitano quelli di una normale installazione Windows, così da far sembrare tutto legittimo.

La parte più insidiosa è ciò che accade dopo l’installazione. Il malware non si limita a rubare una password: può leggere i cookie del browser, cioè quei piccoli dati che tengono aperta una sessione senza dover rifare il login ogni volta, intercettare i conti Discord, Roblox e Minecraft, e perfino cercare informazioni sui portafogli di criptovalute e sui metodi di pagamento salvati. In pratica, è come entrare in casa trovando aperti sia il cassetto dei documenti sia il portafoglio lasciato sul tavolo.

Secondo la ricerca, il programma malevolo può anche fare cose molto più invasive: registrare i tasti digitati, accedere alla webcam, fare screenshot, mostrare il desktop in tempo reale, lanciare comandi e modificare file. Per l’utente significa non solo perdere un account, ma esporsi a spionaggio, furto di dati e possibili danni economici.

 

Il problema riguarda anche le famiglie

Roblox è molto popolare tra bambini e adolescenti, e spesso il gioco viene usato su PC condivisi con genitori o fratelli maggiori. Se una minaccia entra da lì, può arrivare non solo agli account dei più giovani, ma anche a conversazioni private, foto e informazioni memorizzate sul computer di casa.

Bitdefender sottolinea che la prima difesa è anche la più semplice: evitare cheat, script executor e strumenti non ufficiali scaricati da fonti dubbie. È una regola che può sembrare banale, ma in questo caso fa davvero la differenza. Un file che promette di “sbloccare” funzioni proibite potrebbe in realtà sbloccare l’accesso ai vostri dati per qualcun altro. In aggiunta, servono controlli di sicurezza aggiornati, autenticazione a più fattori e un po’ di educazione digitale in famiglia. Parlare con i più giovani dei rischi legati ai download “troppo belli per essere veri” è spesso il modo migliore per fermare l’infezione prima ancora che inizi.
La ricerca è disponibile a questo indirizzo.

Continua a Leggere

News

L’IA entra nel firewall

Con l’intelligenza artificiale sempre più usata in azienda, la sicurezza deve imparare a controllare non solo i dati, ma anche il modo in cui questi vengono richiesti e processati.

Pubblicato

il

La diffusione dell’intelligenza artificiale nelle aziende sta creando un problema poco visibile ma molto concreto: i firewall tradizionali, progettati per bloccare siti, file e traffico “classico”, non nascono per interpretare ciò che oggi passa tra utenti, agenti e modelli di IA.

Con il nuovo AI Network Firewall, Check Point dice di voler portare la sicurezza dell’IA direttamente nei firewall già installati, senza obbligare le aziende a cambiare infrastruttura. Il punto non è solo tecnico: molte organizzazioni stanno adottando strumenti di IA più in fretta di quanto riescano a governarli, e questo crea una zona grigia fatta di applicazioni non autorizzate, dati sensibili condivisi nei prompt e nuovi canali di rischio che si diffondono sulla rete aziendale.

Il cuore del problema

Per capire perché serve una protezione specifica basta pensare a ciò che fanno oggi dipendenti e sistemi automatizzati. Gli utenti chiedono all’IA di scrivere testi, riassumere documenti o analizzare informazioni interne; gli agenti, invece, possono compiere azioni autonome e dialogare con altri servizi. In questo flusso, la rete non trasporta solo dati: trasporta intenzioni, richieste e contesto. E proprio lì, secondo Check Point, i controlli tradizionali rischiano di perdere il quadro d’insieme.

Il firewall proposto dall’azienda punta a tre aree. La prima riguarda l’uso dell’IA da parte dei dipendenti, con l’obiettivo di individuare sia le applicazioni autorizzate sia quelle “ombra”, cioè usate senza passare dai processi ufficiali. La seconda riguarda gli strumenti collegati al Model Context Protocol, un sistema che mette in comunicazione applicazioni e agenti IA con server e servizi: in pratica, una sorta di “linguaggio comune” che però va controllato con attenzione. La terza riguarda le applicazioni e i modelli linguistici, con funzioni pensate per fermare i prompt malevoli prima che arrivino al modello.

Qui entra in gioco un rischio noto ma spesso sottovalutato: la prompt injection. È un attacco in cui qualcuno inserisce istruzioni nascoste dentro una pagina, un documento o un messaggio per spingere l’IA a fare qualcosa che non dovrebbe. Immaginate di chiedere a un assistente di riassumere un testo e di trovare, nello stesso testo, un’istruzione truffaldina che gli dice di ignorare le regole: ecco, il problema è proprio quello.

 

*Illustrazione progettata da CheckPoint

Continua a Leggere

News

Brand phishing in crescita

Il nuovo report di Check Point mostra che i criminali continuano a puntare sui marchi più familiari, ma ora anche le piattaforme di IA sono diventate un bersaglio.

Pubblicato

il

Nel secondo trimestre del 2026 il phishing ha continuato a puntare sui nomi più riconoscibili del digitale, con Microsoft ancora in testa tra i marchi più imitati. Secondo Check Point Research, il colosso di Redmond compare nel 22,6% dei tentativi di brand phishing monitorati, quasi il doppio rispetto a LinkedIn, secondo in classifica. Subito dopo vengono Google, Apple e Amazon.

Il motivo è intuitivo: gli attaccanti scelgono marchi che le persone già conoscono e in cui tendono a fidarsi. È un po’ come indossare una divisa familiare per farsi aprire la porta più facilmente. Se il messaggio sembra arrivare da un servizio usato ogni giorno, l’utente è più portato a cliccare senza fermarsi a controllare dettagli come il dominio, il mittente o l’indirizzo della pagina.

Pagina fraudolenta di ChatGPT che invita ad aggiornare il metodo di pagamento.

ChatGPT: la sorpresa

La novità più interessante del report è l’ingresso di ChatGPT tra i dieci brand più imitati. Non è solo un segnale di moda: indica che anche gli strumenti di intelligenza artificiale stanno diventando obiettivi da sfruttare per truffe, furti di credenziali e pagamenti falsi. In pratica, dove vanno gli utenti, arrivano anche i criminali.

Le campagne osservate nel periodo sono molto diverse tra loro, ma hanno un tratto in comune: puntano a spingere la vittima ad agire in fretta. Alcune fingono un problema di pagamento per un abbonamento a ChatGPT Plus, altre ricreano un negozio online quasi identico a quello reale, con carrello e checkout, per rubare i dati della carta. Ci sono poi finte pagine di accesso a iCloud e PayPal, oppure una falsa assistenza Microsoft che propone un urgente aggiornamento di Office ma in realtà distribuisce un file eseguibile malevolo.

Pagina fraudolenta che utilizza il brand PayPal.

Qui entra in gioco un concetto importante: il brand phishing. Significa usare il nome e l’immagine di un marchio noto per trasferire la sua credibilità su una trappola. Se il logo è giusto, i colori sono giusti e il tono sembra ufficiale, molti utenti abbassano la guardia. A volte basta un dettaglio minimo — un pulsante che non funziona, un dominio leggermente diverso, un’icona social fuori posto — per tradire la frode.

Secondo Check Point, l’IA generativa sta rendendo tutto questo più facile e più veloce. Non solo aiuta a scrivere e-mail più convincenti, ma permette anche di creare siti falsi e pagine clonate su larga scala. È un po’ come passare da un truffatore che costruisce una sola finta vetrina a uno che può aprirne cento quasi identiche in poco tempo. Per utenti e aziende il messaggio è semplice: non bisogna fidarsi del marchio da solo. Conta controllare sempre l’indirizzo del sito, diffidare delle urgenze improvvise e verificare con calma prima di inserire password, dati di pagamento o codici di accesso. Nel phishing di oggi, la fretta è spesso la vera porta d’ingresso.

I 10 marchi più bersagliati nel secondo trimestre 2026.

Continua a Leggere

News

Amazon Family in Italia

Il nuovo servizio permette di condividere i benefici Prime con un altro adulto del nucleo familiare, mantenendo separati account e cronologia ordini.

Pubblicato

il

Amazon Family è ora disponibile in Italia e consente ai clienti Prime di condividere diversi benefici con un altro adulto del nucleo familiare, senza dover dividere lo stesso account. L’idea è pratica: ognuno mantiene il proprio profilo, ma si possono usare insieme alcuni vantaggi come consegne rapide, Prime Video, Amazon Music Prime, offerte dedicate e altri servizi inclusi nell’abbonamento.

Identità digitale al sicuro

Dal punto di vista della sicurezza, il punto interessante è proprio questo: condividere non significa mescolare tutto. Ogni persona conserva infatti la propria cronologia ordini, i suggerimenti personalizzati e soprattutto le credenziali di accesso. In altre parole, è un po’ come abitare nella stessa casa ma avere ognuno la propria stanza con la propria chiave. Il sistema è pensato per evitare una delle abitudini più rischiose in assoluto: la condivisione della password. Spesso, per comodità, le persone si scambiano username e password tra familiari o colleghi; è una scorciatoia che può diventare un problema se uno dei dispositivi viene compromesso o se l’account finisce nelle mani sbagliate. Con Amazon Family, invece, l’accesso resta separato e non vengono condivisi password o codici monouso, due elementi fondamentali per proteggere l’identità digitale.

Pagamenti sicuri

Anche la gestione dei pagamenti introduce un compromesso utile da conoscere. L’amministratore del nucleo seleziona un metodo di pagamento condiviso, ma gli altri membri vedono solo alcune informazioni essenziali, come le ultime quattro cifre della carta e i dati di fatturazione. È una soluzione che limita l’esposizione dei dati sensibili e permette comunque di controllare gli acquisti tramite notifiche e dettagli dell’importo totale.

Per l’utente comune, questo significa una cosa semplice: la comodità non deve trasformarsi in disattenzione. Se si decide di attivare un servizio condiviso, conviene verificare bene chi fa parte del nucleo familiare, controllare i dispositivi già collegati e abilitare sempre le impostazioni di sicurezza disponibili sull’account. Piccoli controlli che ricordano quelli di una casa vera: sapere chi ha le chiavi, chi può entrare e cosa può vedere.

Dal punto di vista più ampio della sicurezza informatica, iniziative come Amazon Family mostrano una tendenza chiara: le piattaforme cercano di offrire funzioni più flessibili, ma allo stesso tempo devono progettare sistemi che separino bene identità, dati e pagamenti. È un equilibrio importante, perché più un servizio diventa comodo da usare, più deve essere robusto nel proteggere ciò che sta dietro le quinte.

Continua a Leggere

News

Il branding nel mondo del cybercrime

L’attribuzione di un attacco è sempre più complessa perché dietro un brand criminale possono esserci più soggetti, affiliate e imitatori.

Pubblicato

il

Nel linguaggio della sicurezza informatica, i nomi degli attaccanti sembrano spesso etichette semplici: LockBit, BlackCat, Scattered Spider, Fancy Bear. Ma dietro queste sigle non c’è solo un’etichetta tecnica. C’è un modo di presentarsi, di farsi riconoscere e, in alcuni casi, di dare l’idea di essere un gruppo solido, coerente e temibile. In pratica, anche i criminali provano a costruire un marchio.

Questa dinamica ha un effetto importante: rende più difficile distinguere tra un gruppo reale, un affiliato, un imitatore o un nome riusato da soggetti diversi. È un po’ come nel mondo dei falsi negozi online: vedere un nome noto non basta per sapere chi ci sia davvero dietro. Nel cybercrime accade qualcosa di simile, ma con conseguenze molto più serie, perché l’attribuzione dell’attacco può influenzare difesa, indagini e perfino decisioni politiche.

Uno dei problemi principali è che i gruppi criminali non lavorano più in modo “artigianale”. Le campagne vengono spesso frammentate tra più soggetti: chi sviluppa gli strumenti, chi li distribuisce, chi ruba l’accesso iniziale e chi poi monetizza i dati o installa il ransomware. Questa divisione del lavoro assomiglia a una filiera commerciale, ma al posto del magazzino ci sono server compromessi e credenziali rubate.

 

L’importanza del nome

C’è da sottolineare un aspetto meno intuitivo: il nome di un gruppo serve non solo agli analisti, ma anche ai criminali stessi. Un brand riconoscibile aiuta a reclutare affiliati, a spaventare le vittime e perfino a creare una sorta di continuità narrativa tra attacchi diversi. Per chi osserva dall’esterno, però, questo effetto può essere ingannevole, perché l’apparenza di coesione non coincide sempre con una reale struttura centralizzata.

In sostanza, l’attribuzione di un attacco non è più solo una questione di firme tecniche o di indicatori forensi. Oggi bisogna tenere conto anche di elementi più “umani”: stile comunicativo, tempi di pubblicazione, canali usati per rivendicare, alleanze tra gruppi e capacità di imitare il linguaggio altrui. È come cercare di capire l’autore di una lettera anonima non solo dalla calligrafia, ma anche dal tono, dalle abitudini e dal modo in cui prova a farsi notare.

Il punto centrale, per aziende e lettori non esperti, è semplice: nel cybercrime il nome può essere parte della trappola. Più un gruppo riesce a sembrare riconoscibile e credibile, più aumenta la propria forza psicologica. Per questo la sicurezza non dovrebbe fermarsi al “chi sembra essere” l’attaccante, ma concentrarsi su come bloccarlo prima che entri, indipendentemente dal marchio che usa.

 

 

*Illustrazione progettata da CheckPoint

Continua a Leggere

Trending